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 1992  luglio 19 Domenica calendario

L’ultimo giorno di Paolo Borsellino

• Borsellino trascorre la mattinata a Villagrazia di Carini con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia (manca solo la figlia minore Fiammetta, 19 anni, in viaggio in Indonesia con alcuni amici). L’amico Giuseppe Tricoli: «Non li aspettavamo. Del resto Paolo non ci comunicava mai prima le sue visite. Li ho subito invitati a pranzare con noi. Paolo era sereno, tranquillo, scherzava...». A un certo punto il giudice prende l’amico in disparte e gli confida: «Il tritolo e’ arrivato anche per me, lunedì scorso». Poi gli dice che in giornata partirà per la Germania. Motivi di lavoro. «Non mi ha detto altro. Anche con me era estremamente riservato». Dopo pranzo Borsellino dice che va a riposare un po’ (in realtà non chiude occhio, fuma una sigaretta dopo l’altra). Poi, alle 16.40, dice ai sei uomini della scorta di prepararsi. Neanche all’amico dice che sta andando dalla madre. Solo la moglie lo sa. Alle 16.55 il corteo blindato si ferma in via d’Amelio, dove abita Maria Lepanto. Borsellino scende dalla Croma, tende un dito per suonare il campanello, ma in quell’istante esplode una vecchia  Fiat 126, parcheggiata davanti al civico 21, in cui sono stipati 90 chili d’esplosivo. «La 126 si disintegra volando per trenta metri, schizzando morte e distruzione, devastando le auto blindate, riducendo a carcasse fumanti altre trenta macchine e facendo tremare le fondamenta mentre i corpi di Borsellino e degli agenti che gli stanno a fianco vengono maciullati e bruciati con resti che volano e si schiacciano sull’asfalto un po’ nero un po’ rosso. Il boato del finimondo si avverte fino alla circonvallazione e Palermo trema. Le prime telefonate dicono solo "Via Autonomia siciliana" e tanti pensano al giudice Ayala che abita vicino e che, invece, corre giù a piedi per trecento metri insieme con i ragazzi della sua scorta arrivando fra i primi ai bordi dell’inferno. Fra le macerie di quest’altra battaglia perduta dallo Stato, accanto ai resti di Borsellino, c’è il corpo martoriato di Emanuela Loi, appena rientrata dalle vacanze nella sua Sardegna. E poi Agostino Catalano, Vincenzo Limuli, Walter Cosina e Claudio Traina. Resiste in ospedale Antonino Vullo. E nelle corsie arrivano feriti a decine (...) Le Tv lanciano l’allarme che arriva così nella casa di villeggiatura di un ex deputato missino, Giuseppe Tricoli, a Villagrazia di Carini (...) È Manfredi ad arrivare per primo con un amico in via D’Amelio restando obnubilato dallo scenario apocalittico, vagando abbracciato ora a un giudice ora a un altro e allontanandosi distrutto per raggiungere a casa la madre che chiede dov’è Paolo. Oggi, la Palermo che si preparava a celebrare le messe per i due mesi della strage di Capaci, è invece pronta a sfilare di nuovo in un Palazzo di Giustizia trasformato in camera ardente. E qui sarà la salma del giudice Paolo Borsellino» (Felice Cavallaro). [Felice Cavallaro, Cds 20/7/1992; Franco Nuccio, Cds 20/7/1992].

• «Pochi minuti dopo l’esplosione giunge sul posto la prima pattuglia della polizia. Dopodiché arrivano i vigili del fuoco [...] Un pompiere, spinto da pietà, raccoglie in alcuni secchi colorati i brandelli di carne dei cadaveri prima che l’arrivo di cani randagi possa dare inizio a uno scempio indicibile. [...] Paolo Borsellino è lì, per terra. In mezzo ai detriti. L’esplosione gli ha tranciato di netto le braccia e le gambe. Il suo volto è annerito, ma sotto i suoi baffi si riconosce l’accenno di un sorriso, un’espressione che mai nessuno avrebbe immaginato di poter trovare in quel momento sul viso del magistrato». [Bongiovanni-Baldo 2011]

• Il racconto di Giusepe Ayala: «Non avevo capito che quella massa di nerume e di sangue fosse Paolo. Sono stato io a scoprirlo. In via D’Amelio non c’era niente e nessuno, prima che arrivassimo, io, i ragazzi della mia scorta, i vigili del fuoco che mi trattenevano perché le macchine bruciavano e potevano esplodere: un repertorio di brandelli umani e metallici (...) Camminavo, avevo visto due cadaveri, poi un terzo oltre il cancello, mi ero avvicinato, non sapevo che sua madre abitasse qui, e mi sono accostato a quel troncone e... i denti: sa i suoi incisivi com’erano? Divaricati: dalla bocca aperta ho visto gli incisivi e poi il naso. Un po’ grifagno, particolare. E da quello ho capito: ero inciampato sul suo cadavere, era un pezzo del mio amico e di me stesso: vedevo lui e vedevo che anch’io ero quel morto, così come era accaduto con Giovanni Falcone: ero vivo, respiravo, ma ero parte di quella morte». [Sta. 21/7/1992]

• Il giorno dell’attentato, scompare l’agenda rossa dove Borsellino annota tutto: «Scomparsa, volatilizzata. Era nella borsa. La borsa è stata ritrovata. Bruciacchiata su un lato, per l’esplosione. Ma il contenuto era intatto. Mancava l’agenda. Un’ agenda rossa, un regalo dell’Arma. Non se ne separava mai. Qui nasce un sospetto grave, che continua a inquietarci» (Antonio Ingroia) [Paolo Graldi, Cds 18/7/1993]