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 2007  ottobre 18 Giovedì calendario

Oggi, al Palazzo di Vetro di New York, lettura dei discorsi e degli scritti di Eleanor Roosevelt sui diritti umani e sul diritto all’alimentazione

Oggi, al Palazzo di Vetro di New York, lettura dei discorsi e degli scritti di Eleanor Roosevelt sui diritti umani e sul diritto all’alimentazione...

• Una noia mortale. “Diritto all’alimentazione”? Cioè, la fame nel mondo?
854 milioni di uomini, donne e bambini che non hanno da mangiare. Dico, letteralmente. Noia mortale?

• E’ colpa mia?
Sua personalmente? Non lo escluderei tanto facilmente. Di sicuro lei, come me, sta dentro un qualche ciclo di consumo che contribuisce ad affamare quei poveracci. Il Worldwatch Institute ha verificato che per la prima volta nella storia del mondo il numero delle persone obese è uguale a quello degli individui che muoiono di fame. Uno studio dell’Università dell’Arizona fa vedere che ogni anno nelle case americane si butta via cibo per 43 miliardi di dollari. Più o meno la metà di quello che si mangia. Non creda che in Italia o in Europa sia molto diverso. C’entra con gli affamati? Qualche testa dura potrebbe dire: ammettiamo che la famiglia americana media se ne renda conto e decida di trasferire la metà che butta a un paese affamato. Come farebbe? Lo so, non c’è risposta, a parte il fatto che a New York (a New York) quattrocentomila persone vanno a letto tutte le sere con la pancia vuota e che negli Stati Uniti gli affamati sono 23,3 milioni. In città c’è un tizio che allestisce mense con roba trovata nella spazzatura. Del resto la fame di New York non dovrebbe sorprenderla troppo, ci sono comunità che vivono su mucchi di spazzatura, i pepenadores a Città del Messico, dove una famiglia sale di rango quando ha il permesso di attestarsi sulla discarica di un quartiere più ricco, i filippini di Manila che spostano la baracca costruita sulla discarica sempre più avanti in modo da non perdere il contatto con i rifiuti freschi, gli zabbaline del Cairo che pagano mediatori di pattume per avere l’esclusiva della raccolta in certe strade.

• Credevo che la fame fosse una faccenda soprattutto africana.
E’ soprattutto africana. I dati – che vengono rimessi in circolazione adesso perché il 16 ottobre è tradizionalmente la giornata internazionale della fame e fino a dicembre ci saranno in tutto il mondo iniziative sul problema, compresa quella di oggi all’Onu di cui parlavamo all’inizio (legge i brani l’attrice Gabriele Loneck) – dicono che la fame è questione soprattutto africana. Gli affamati nel mondo sono 854 milioni. Il 10 per cento di questi vive in America Latina. Il 16 per cento in Asia e nel Pacifico. Tutti gli altri in Africa. Cioè il 74 per cento. Anche sul piano dell’andamento storico il problema è africano. Facendo il confronto tra il 1990 e il 2003 la situazione asiatica è migliorata di 4 punti (dal 20 al 16), quella latino-americana di 3 punti, ma in realtà di molto di più perché il Venezuela del comunista Chavez peggiora fortemente la media, ha portato infatti gli affamati dall’11 al 18 per cento della popolazione. Solo i dati africani vanno indietro, con punte tragiche in Congo (dal 35 al 72 per cento), Burundi (dal 48 al 67), Liberia (34-49). Sono le percentuali di un fallimento: nel vertice della Fao del 1996, 185 paesi si erano impegnati a dimezzare il numero di affamati entro il 2015, portandoli da 854 a 427 milioni. Siamo ancora a 854 milioni e per farcela dovremmo nutrire 50 milioni di persone in più ogni anno. Invece aumentano i malnutriti o i denutriti, di un numero che le organizzazioni internazionali quantificano in quattro milioni l’anno.

• Perché?
Le colpe dell’Occidente sono sostanzialmente due: lo sfruttamento ancora selvaggio delle risorse locali senza alcuna contropartita, come per esempio in Nigeria (in Nigeria le grandi compagnie petrolifere pompano greggio a tutto spiano e la popolazione vive ancora con un dollaro al giorno); la protezione garantita all’agricoltura dei paesi ricchi che impedisce la nascita e la crescita di un’agricoltura africana. Invece di dare tanti aiuti, che spesso finiscono nelle tasche dei governanti locali, converrebbe comprare i loro prodotti. Naturalmente, questo andrebbe a discapito dei prodotti nostri.

• Gli africani non hanno colpe?
Come no, la fame nel mondo è un prodotto anche dei regimi locali, africani o no. Oltre al Venezuela, già citato, c’è la Corea del Nord, unica a impoverirsi in un continente in tumultuoso sviluppo. In Sudan, uno dei paesi più ricchi di risorse, la guerra civile dura da vent’anni, il Darfur ha prodotto due milioni di profughi. Come vuole combattere la fame in queste condizioni? Idem in Zimbabwe: un paradiso dell’agricoltura, ridotto da Mugabe a un deserto. Il cinquanta per cento della popolazione non ha da mangiare, il paese dipende del tutto dalla carità internazionale. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 17/10/2007]