La Gazzetta dello Sport, 5 novembre 2007
I mercati riaprono in preda all’ansia. I prezzi delle cose che vorremmo costassero poco – come il carburante o il pane – aumentano
I mercati riaprono in preda all’ansia. I prezzi delle cose che vorremmo costassero poco – come il carburante o il pane – aumentano. I prezzi delle cose che preferiremmo valessero molto (come le azioni della Borsa, per chi ce l’ha) sembrano invece avere imboccato una nuova discesa o addirittura un precipizio.
• Lei parla di “mercati”. Non è un modo di dire strano?Nel senso che “il mercato” dovrebbe essere uno solo?
Ha ragione. Si dice “i mercati” perché le merci che dominano i traffici
internazionali (come il petrolio o il grano) si trattano in certi posti di
certe città e non in altri. Che so, il grano a Chicago, il petrolio a Londra e
a New York, eccetera. Ma lei ha ragione: quando aumenta di prezzo qualcosa in
un certo posto, è difficile che non vi sia un riflesso su qualche altro bene da
qualche altra parte.
• Per esempio?
Per esempio, il petrolio in un certo giorno della
scorsa settimana è arrivato a 96 dollari il barile. Dopo 48 ore, ecco pioverci
addosso il rincaro del gasolio, schizzato alla pompa alla quotazione record di
1,258 euro al litro (prezzo di venerdì scorso nei distributori Agip: in quelli
Api–Ip si pagava 1,253). Nello stesso momento, va su anche la benzina verde: +2
centesimi al litro nei distributori Agip (1,357: è un prezzo “consigliato”),
addirittura +5 centesimi nei distributori Esso (però il prezzo consigliato è a
1,342), dove il gasolio venerdì si è smerciato a 1,249. Erg, Q8 e Tamoil
ritoccheranno i loro prezzi oggi o domani. Shell e Total vendono la verde a
1,349 e il gasolio a 1,249. Eccetera, non voglio elencarle adesso tutto il
listino di tutte le marche. Lei capisce che questi prezzi pesano intanto sui
trasporti. Le merci non vanno da un certo posto a un altro posto virtualmente.
Devono essere caricate su navi, treni, camion, aerei. Navi, treni, camion,
aerei consumano carburante. Quindi chi vende qualunque bene che deve essere
trasportato (cioè tutti) si affretterà a ritoccare i prezzi per rientrare di
questi costi in più. Il mercato del petrolio, che sembra limitato alle contrattazioni
che si svolgono a Londra e a New York, determina un aumento generale dei prezzi
in tutta l’area dollaro.
• Perché nell’area dollaro?
Perché il petrolio si compra e si vende solo in
dollari. Perciò, chi ha bisogno di comprarne deve procurarsi dollari. Ora,
secondo lei, chi ha più bisogno di petrolio in questo momento?
• Non saprei... i cinesi?
I cinesi e gli indiani, popoli che insieme fanno due
miliardi e mezzo di persone e che mettono in strada migialia di veicoli nuovi
ogni giorno. Costoro chiedono benzina a tutto spiano ed energia per far andare
le loro fabbriche. I cinesi sono pieni di dollari (hanno riserve per 1.300
miliardi) e non badano a spese per procurarsi quello che gli serve. Comprano
petrolio a qualunque prezzo. E spingono la quotazione verso l’alto. Ma,
relativamente al petrolio, c’è un’altra questione: non si riesce ad aumentare
la produzione. Vede, per calmierare i prezzi, cioè per farli andar giù, si può
agire in tre modi: qualcuno rinuncia a una parte del guadagno, oppure si
migliora il sistema producendo o distribuendo a costi più bassi, o anche si
aumenta la quantità di merce in offerta. Primo sistema: se il prezzo annuo
medio del barile supera i 71 dollari, in Italia scatta un meccanismo di
compensazione che è stato studiato nella finanziaria dell’anno scorso (adesso
siamo a un prezzo annuo medio di 68 dollari, al 31 dicembre saremo
probabilmente oltre i 71). Secondo sistema, cioè migliorare produzione e/o
distribuzione: Bersani sperava di ottenere un qualche calmiere dalla liberalizzazione
della rete distributiva. Non so dire se avesse ragione, ma in ogni caso la
legge è ferma al Senato. Quindi da questo lato niente. Infine, se si offrisse
ai compratori più petrolio il prezzo naturalmente scenderebbe. Leggeremo questa
settimana il rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea) che ci
spiegherà come stanno le cose su questo punto. Intanto sappiamo già che vengono
messi in circolazione 85,1 barili di petrolio al giorno e che non c’è modo di
produrne di più, nonostante l’aumento delle richieste determinato per due terzi
da cinesi e indiani. Siccome negli ultimi tre anni la produzione è stata di
poco inferiore agli 85,5 milioni di barili, quest’anno per la prima volta nella
storia la produzione di petrolio risulterà in calo. Il che significa che questa
materia prima, così importante, comincia a scarseggiare sul serio.
• E le Borse perché andrebbero giù?
Perché le perdite provocate dai mutui concessi a
clienti che poi non pagano sono molto più alte del previsto e le banche le
cominciano a contabilizzare e far conoscere solo adesso. Si sperava che questa
tempesta si fosse esaurita con l’estate. Invece continua, e si teme che possa
infuriare anche più di prima. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 4/11/2007]