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 2009  giugno 25 Giovedì calendario

A Teheran è in corso un massa­cro, quattromila persone sono andate a manifestare nei pressi del Parlamento e gli uomini di Khamenei e Ahmadinejad, cioè la polizia e almeno 500 guardie basiji, gli hanno sparato addos­so, pigliandoli di mira anche dai tetti

A Teheran è in corso un massa­cro, quattromila persone sono andate a manifestare nei pressi del Parlamento e gli uomini di Khamenei e Ahmadinejad, cioè la polizia e almeno 500 guardie basiji, gli hanno sparato addos­so, pigliandoli di mira anche dai tetti. Per respingere i dimostran­ti, i basiji avrebbero adoperato persino delle asce.

Come sappiamo queste cose? Avevo letto che il regime ha espulso e arrestato giornalisti, bloccato i siti e messo in atto ogni tipo di intimidazione per im­pedire alle notizie di circolare.
I giornalisti arrestati ieri sono stati 25, secondo quanto riferi­sce la France Press, che ha rac­colto la denuncia di un collega del quotidiano Kalemeh Sabz. Il regime tuttavia non è riuscito a impedire le comunicazioni con Twitter perché, nonostante la chiusura del server nazionale, qualche bit riesce a rimbalzare fuori dai confini nazionali e questo basta: 140 battute – il limite di Twitter – e il mondo sa quello che sta capitando. L’edizione online della Cnn ieri sera e molti giornali nel mondo hanno costruito il loro servizio saccheggiando i messaggini: «Le forze di sicurezza colpisco­no con bastoni e armi da fuoco i dimostranti che hanno provato a radunarsi in una piazza di Teheran per continuare le pro­teste ». Alcuni blogger fanno sa­pere che la piazza dovrebbe es­sere Lalezar Square. Altri so­stengono che sia piazza Bahare­stan. Su Facebook, un Saleed scrive che «ci sono molti feriti». La Cnn riesce a produrre un’in­tervista in cui si vede una don­na che dice: « un genocidio, è un massacro, questo è Hitler. Le milizie hanno colpito chiun­que, hanno buttato giù la gente dal ponte». Twitter: «Teheran è un inferno, le milizie basiji col­piscono come mai prima». La tv al Arabiya: «Ci sono molti feri­ti ». La Cnn: «Le forze di sicurez­za colpiscono con bastoni e ar­mi da fuoco, due fonti parlano di violenza selvaggia, ’ci stava­no aspettando, è stata costruita una trappola per topi’». Molti blogger hanno riferito che «la piazza è piena di sangue». Il Guardian: «Hanno ammazzato una ragazza». I blogger: «Sì, hanno ammazzato un’altra ra­gazza. I morti di oggi sono alme­no quattro o cinque».

Questa rivoluzione iraniana è segnata dalla morte delle ragaz­ze...
Ha visto la bellezza di Neda Sol­tani? Aveva 27 anni e studiava filosofia, «una condizione – ha scritto Roberta De Monticelli ­che è più simbolica dell’abito che Neda indossava, i jeans, le scarpe da tennis. l’abito della ragionevolezza umana, la filo­sofia, questa religione dell’evi­denza, questo abito di riflessio­ne che è, come sappiamo da tut­ta intera la nostra storia, capa­ce anche di farsi ribellione e sa­crificio: ma che non può, una volta indossato, mai dismetter­si. l’abito che fa libero chi lo porta, per amore e curiosità del mondo, per meraviglia e deside­rio di conoscenza, e perché più dei jeans e delle scarpe da ten­nis è l’abito della libertà. l’abi­to del dubbio critico, ma anche della fermezza etica».

Tutte robe che questi che co­mandano in Iran non sanno ne­anche che cosa sia.
Non si faccia troppe illusioni. Alberto Negri, che si occupa di questi problemi da una vita, ha pubblicato la lettera sconsolata di una sua amica iraniana. Le riporto questo passaggio, per­ché lei si faccia un’idea più veri­tiera della situazione: «Credi­mi, sono molto triste per quello che riportano del mio grandissi­mo Iran i portali dei quotidiani e i siti di tutto il mondo. Eppure ho vissuto da adolescente una rivoluzione senza precedenti nel mio Paese. E ora, sai cosa c’è che non mi porta a manife­stare tra la folla in delirio? che io non ci credo, io purtrop­po so quali mani squallide ci so­no dietro questo scenario, io so chi è Rafsanjani, chi è Mousa­vi...».

Che cosa significa?
Che le passioni, che gli ideali di quelli che manifestano vanno alla fine a rinforzare un’ala del­la cricca che tiene in pugno il Paese da quando è morto Kho­meini. Rafsanjani è uno degli uomini più ricchi del mondo, ha fatto i soldi col commercio dei pistacchi e con l’immobilia­re. Mousavi gira per le stanze del potere dal 1980, quando di­ventò premier, carica che ha conservato per 8 anni. Fino a poco tempo fa passava per un conservatore che dava tutte le garanzie.

Perché è sempre così? Perché non possiamo mai sperare in un mondo migliore?
La comunità internazionale ha alzato il tono della sua prote­sta. I vertici di Teheran, per rea­zione, accusano gli Stati Uniti e soprattutto la Gran Bretagna di finanziare i ribelli. Khamenei ha detto forte «Non cederemo» e proibito la manifestazione di oggi in memoria di Neda. Non verranno a Trieste per la riunio­ne del G8. L’Iran comincia a es­sere isolato. Non si scoraggi. Se il regime cadesse – ed è diffici­le – il mondo sarebbe miglio­re, nonostante Mousavi e Raf­sanjani. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 25/6/2009]