vanity, 7 febbraio 2011
La rivoluzione egiziana
• La rivoluzione egiziana è costata fino a questo punto 300 morti, e una crisi economica sicura e dalle dimensioni ancora difficili da definire: il turismo è a picco, il petrolio sta a 103 dollari il barile, ogni metro del canale di Suez è presidiato dalle forze armate, ma la chiusura non è del tutto scongiurata (senza Suez, bisognerebbe trasportare le merci circumnavigando l’Africa e i costi più cari dei trasporti aumenterebbero le difficoltà globali). Mubarak è ancora al suo posto, ma a quanto pare esautorato: in un paio di interviste ha detto che, se se ne andasse, il paese cadrebbe in pezzi («voi non conoscete l’Egitto»). Ha promesso che non si candiderà alle prossime elezioni e che non sarà candidato neanche suo figlio Gamal, estromesso intanto dai vertici del partito, dimissionari peraltro in blocco. L’uomo del momento appare il suo vice Suleiman, che tratta con i gruppi d’opposizione sulle riforme da apportare alla costituzione, sulla fine della Legge d’emergenza che ha permesso a Mubarak di fare in passato quello che voleva, sulle elezioni e la garanzia che tutti possano candidarsi. Per le strade si sono svolte manifestazioni imponenti, persino due milioni di persone hanno affollato la piazza Tahrir al Cairo per gridare al presidente di togliersi di mezzo. Il ritorno a una qualche normalità sembrerebbe tuttavia prossimo. [Giorgio Dell’Arti]