vanity, 16 aprile 2007
La Chinatown milanese
• La signora Ruowei Bu, che aveva stipato di scatole da scarpe la sua automobile parcheggiata all’angolo tra via Sarpi e via Niccolini (Milano), si vide contestare dai vigili il “trasporto irregolare”, poi le fu chiesto il libretto, infine la piccola di tre anni che stava con lei si mise a piangere, si fece intorno all’auto un po’ di folla, i vigili caricarono madre e figlia sulla loro auto, il marito – che era stato tutto il tempo a portar le scatole dalla macchina al negozio – si mise a gridare che non lo facevano lavorare, grida analoghe si levarono dalla folla che adesso andava facendosi sempre più numerosa, ecco il fatto apparentemente insignificante di una multa a Milano trasformarsi in una questione internazionale perché la signora Bu è cinese, cinese il marito, cinese il negozio, cinesi gli uomini e le donne che s’erano accalcati intorno alla vettura e avevano poi preso a protestare a loro volta. Questi cinesi diedero subito luogo a una manifestazione nella medesima Chinatown milanese (un quadrilatero tra Cimitero monumentale e corso Sempione), manifestazione compatta e affollata, affrontata dalla polizia e finita purtroppo a botte. Botte di qua e botte di là, con feriti non gravi e contusi in ospedale sia tra i cinesi che tra i vigili italiani. Si seppe poi che questi cinesi – una comunità di 13-15 mila persone, che ha cominciato a insediarsi a Milano addirittura nel 1920 – si sentono perseguitati dalla nuova giunta Moratti e in particolare dal vicesindaco De Corato (An) il quale vuole pedonalizzare la zona e possibilmente trasferire almeno i grossisti da un’altra parte. I pochi italiani rimasti nel quartiere, infatti, protestano per un caos perenne, rumori, traffico e condizioni, insomma, di scarsa vivibilità. I cinesi rispondono con un argomento molto semplice e, nel nostro contesto, purtroppo assai efficace (e giusto): perché, in un oceano di irregolarità, venite a concentrarvi solo sulle nostre? Si sa che appartamenti e negozi sono stati comprati dai cinesi senza badare a spese, proprio con l’obiettivo di creare, all’interno della città, un’altra città in cui vivere indisturbati. E infatti l’integrazione con questa comunità (160 mila persone in tutta Italia, la quinta per consistenza numerica ma forse la prima per ricchezze) è pressoché nulla: i cinesi – a Milano, Torino, Roma o Prato – non si fanno né sentire né vedere, lavorano a testa bassa per quattro anni di media e poi se ne tornano in patria col gruzzoletto. Anche per questo la rivolta del 12 aprile ha fatto sensazione. Pechino ha preteso informazioni e ci ha fatto sapere che non tollererà discriminazioni nei confronti dei suoi cittadini: ce la farebbe pagare con ritorsioni contro le nostre aziende che vogliono andare a fare affari laggiù. La Moratti continua a dire che «non possono esserci zone franche» e ha ragione anche lei. La situazione è difficile. [Giorgio Dell’Arti]