vanity, 27 giugno 2007
Veltroni e il Pd
• Nella Sala Gialla del Lingotto (la folla era tale che è stata preparata una seconda sala con maxi-schermo capace di ospitare altre duemila persone), Veltroni oggi ha parlato e ha detto quanto segue.
Il Partito democratico deve ispirarsi a: libertà, unità, giustizia sociale, pari opportunità di partenza per tutti, apertura alle donne, forte memoria dell’origine antifascista della Repubblica, niente ideologismi, niente derive moderate o estremiste, largo ai giovani e lotta alla precarietà («la vita non è un part-time»). I punti programmatici della piattaforma veltroniana sono quattro: Ambiente, Patto generazionale, Formazione, Sicurezza. Ambiente: accettazione totale del protocollo di Kyoto e delle ultime delibere anti-inquinamento della Ue. Patto generazionale: non lasciare ai nostri figli il debito pubblico di adesso, allentare la pressione fiscale mentre si combatte l’evasione, arrivare a un risultato tangibile in tre anni. Formazione: rilanciare la scuola, l’ignoranza è l’anticamera della povertà (citando il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi). Sicurezza: giustizia rigorosa e severa, aumentare magari i diritti degli immigrati, ma non concedere nulla alla malavita («la microcriminalità non esiste, esiste la criminalità»). In chiusura, rapidi excursus sui temi rimasti ancora fuori: riforma elettorale, riforma istituzionale, i Dico («i laici rispettino i cattolici, i cattolici si rassegnino all’idea che lo Stato laico possa far leggi in favore di chi si ama»). Chiusura emozionale con una quindicenne romana scomparsa, di nome Giulia, e con le sue parole di solidarietà verso i poveri di tutto il mondo. Il discorso è cominciato con lo slogan: «Fare un’Italia nuova». Sono stati citati, nell’ordine e quasi sempre con la pausa necessaria a permettere alla folla di applaudire: De Gasperi, Prodi, Fassino, Rutelli, Ciampi, Michele Salvati e Pietro Scoppola, Olof Palme, di nuovo Prodi, Vittorio Foa, Massimo D’Antona e Marco Biagi, Gustavo Zagrebelsky, Renzo Piano, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino (a cui ha fatto un gran sorriso e stretto la mano), di nuovo Fassino e Rutelli, Dario Franceschini, che gli farà da vice. Mario Draghi, tre volte. Niente Kennedy, niente Luther King, l’Africa solo il minimo indispensabile, nessun maestro del cinema.
• Molti consensi, molti dei quali entusiastici. Qualche critica, qualcuna assai significativa. Piero Ostellino, sul Corriere della Sera, ha definito Veltroni un cioccolatino. Giampaolo Pansa, sull’Espresso, durissimo: un perdente di successo, ricordando i risultati catastrofici conseguiti come segretario dei Ds e la sua fuga a Roma – a fare il sindaco – alla vigilia della sconfitta elettorale del 2001. D’altra parte, proprio quella fuga – si potrebbe obiettare – ha preservato Veltroni dal logoramento a cui sono stati sottoposti i suoi compagni di partito. Politicamente, spirano due venti di fronda dall’interno della coalizione di centro-sinistra. Uno proviene dall’ala radicale di sinistra, a cui Veltroni ha concesso la lotta alla precarietà, ma senza dire una parola sulle pensioni e lo scalone e anzi affermando che la Tav va fatta, i poteri del premier rafforzati, il numero dei partiti ridotto, il debito pubblico diminuito. L’altro vento di fronda è quello dei prodiani. Qui l’argomento è questo: non è possibile, il prossimo 14 ottobre, eleggere Veltroni segretario del Partito democratico senza che ci sia nessun altro concorrente a quella carica. Cioè, non è possibile un’investitura plebiscitaria, che è invece quella che Veltroni vuole. Gli osservatori prevedono che lo scontro fra veltroniani e prodiani sia abbastanza prossimo e che il governo rischi di essere messo in crisi proprio dal consenso esagerato intorno all’uomo nuovo della sinistra. [Giorgio Dell’Arti]