29 aprile 1945
Lo scempio del duce nel giorno della vergogna
Ferruccio Parri definì lo scempio di piazzale Loreto
«un’esibizione da macelleria messicana». Sandro Pertini, che pure, incrociando
il dittatore in fuga, la sera del 25 aprile, sulle scale dell’Arcivescovado,
aveva detto che l’avrebbe volentieri ucciso con le sue mani, commentò:
«L’insurrezione si è disonorata». E Indro Montanelli, andato a vedere di
persona facendosi largo a fatica in mezzo alla fiumana di bandiere rosse,
scrisse: «Lo spettacolo, che mi ha lasciato addosso un vago senso di vergogna,
mi insegna cos’è la piazza quando si ubriaca di qualche passione e mi ispira un
odio profondo verso tutti coloro che cercano di ubriacarla».
L’esposizione con oltraggio (ferite, sputi, dileggio) dei
cadaveri di Mussolini, di Claretta Petacci e di alcuni gerarchi e militari
resta tra gli avvenimenti italiani più emblematici del secolo da poco concluso
e forse il più emblematico in assoluto. Non per l’importanza storica in sé,
accessoria rispetto ai fatti precedenti, ma per l’eccezionale forza di
rappresentazione: violenza, furore, crudeltà, la più bestiale cancellazione del
fascismo, il brutale epilogo della guerra civile e il via alla prosecuzione
dello scontro, in forma ancora sanguinosa, poi sorda e sotterranea, che ha
lasciato nel Paese la profonda divisione mai completamente superata. Fa bene,
dunque, Silvio Bertoldi, che ha dedicato costante attenzione alle vicende del
ventennio e della Repubblica di Salò, a tornare con il nuovo saggio
(intitolato, appunto, Piazzale Loreto) a
questa pagina cruciale. Furono i comunisti a volere la pubblica esecrazione
delle salme (non espressamente lo scempio, lasciato all’iniziativa popolare). E
fu probabilmente Luigi Longo, lo stesso dirigente che per Mussolini aveva
raccomandato un’esecuzione «senza processo, senza teatralità, senza frasi
storiche», il più possibile oscura nella dinamica e sufficientemente rapida da
bruciare sul tempo gli Alleati e le componenti moderate del Cln, a scegliere,
invece, per il dopo-esecuzione pubblicità, coralità, platealità: insomma, come
si direbbe oggi, la massima visibilità. Tutti dovevano sapere, verificare,
prendere atto, anche in maniera tangibile, della sconfitta irrimediabile, della
punizione esemplarmente comminata, del nuovo corso proclamato dai vincitori.
E anche la scelta del luogo, è noto, conteneva un valore
simbolico: rappresaglia, anzi rappresaglia della rappresaglia, perché proprio
lì, nell’agosto dell’anno prima, i nazifascisti avevano giustiziato quindici
detenuti politici per vendicare a loro volta un attentato dei Gap. L’autore
racconta come se fosse in presa diretta il giorno dell’ obbrobrio (29 aprile
1945), da quando il partigiano Valerio, Walter Audisio, fece scaricare nella
notte in un angolo del piazzale deserto i corpi portati dal lago di Como,
ammucchiati sul cassone di un camion (quindici, come il numero delle vittime
del 1944, più Mussolini, la Petacci e suo fratello Marcello), fino a quando,
nel pomeriggio, per intercessione del cardinale Schuster, il neoprefetto
Riccardo Lombardi pose termine al disumano spettacolo e i cadaveri, calati
dalla tettoia del distributore di benzina cui erano rimasti appesi a testa in
giù, furono sottratti alla folla. Una ricostruzione inevitabilmente cruda, ma
al tempo stesso pietosa, come la mano del sacerdote che volle fermare con una
spilla la gonna della giovane amante del Duce per evitare almeno che, nella
posizione capovolta, fosse esposta all’ingiuria la sua intimità.
Piazzale Loreto segna il culmine del pathos, è la scena
madre della tragedia e non può che rappresentare l’apice della narrazione.
Silvio Bertoldi anticipa, quindi, opportunamente l’inizio del racconto,
riconducendo la trama indietro d’una decina di giorni, esattamente al 18
aprile. Ed è la data giusta perché fu effettivamente quel giorno, nel momento
in cui Mussolini si allontanò da Gargnano, lasciando la sua Repubblica
fantoccio sul lago di Garda per raggiungere Milano, che il fascismo imboccò la
strada del non ritorno, s’intrappolò nel definitivo vicolo cieco. Da allora,
per una lunga settimana, soltanto confusione, incertezza, mancanza di
strategie, trattative senza sbocchi, velleitari piani di resistenza, inutile
ricerca di scappatoie, irrealizzabili tentativi di compromesso, opportunismi,
viltà, tradimenti all’insegna del «si salvi chi può». Poi, come una mannaia, il
25 aprile, a troncare le residue illusioni. Nessuna resa a condizioni, nessun
ridotto in Valtellina, nessun esercito pronto a immolarsi. Fallito l’incontro
con i rappresentanti del Cln e preso atto che i tedeschi avevano patteggiato
per conto proprio, il dittatore, allo stremo nel fisico e nella mente, decise
di fuggire. Forse verso la Svizzera, in realtà incontro alla morte.
E che cosa accadde a Milano dopo il precipitoso abbandono di
fascisti e nazisti? Bertoldi confuta la ricostruzione offerta nel dopoguerra
dalla memorialistica del Pci e ratificata da larga parte della storiografia. A
Milano il 25 aprile non vi fu insurrezione popolare. Fino all’ultimo la gente,
stanca di lutti e privazioni, esitò aspettando di conoscere lo sviluppo degli
eventi e, allo scoccare dell’ora X, ogni motivo di ribellione svanì essendo
scomparsi dal terreno i nemici. Rivolta, no, dunque. Rabbia, furore, ferocia,
sì, ma quattro giorni dopo in piazzale Loreto.
Ettore Botti
[Cds 20/9/2001]