26 marzo 2000
Tags : Giovanni Paolo II
Una mano tremante sul Muro del pianto
«Quel mattino del 26 marzo il cielo azzurro, che sovrasta la
Cupola della roccia e i resti del Secondo Tempio, era stato solcato da un
grappolo di palloncini recanti la bandiera palestinese. Qualche elicottero
sorvolava i tetti. La città vecchia di Gerusalemme era immersa nel silenzio,
che si avverte quando passa l’Angelo della storia. A pochi metri dallo spiazzo
sgombro dove si trovava il pontefice, separati da una cortina di tela, piccoli
gruppi di ebrei ortodossi mormoravano le loro preghiere oscillando ritmicamente
dinanzi all’antica muraglia. Anche Giovanni Paolo II pregava. Solo, solissimo.
Massiccio e fragile al tempo stesso. Le spalle incurvate e il viso reso più
affilato dall’implosione mistica. Quasi una statua. Un blocco bianco davanti
alle pietre grigio argento del muro eretto da Erode. Unica macchia di colore i
mocassini rossicci, che sbucavano dalla veste bianca. Il
grande muro, bagnato dalle lacrime di generazioni di ebrei, Karol Wojtyla l’ha
voluto toccare. Le telecamere hanno ritrasmesso in tutto il mondo la sua mano
tremante, appoggiata a un grande masso scheggiato. Toccare il muro significa
fondersi con duemila anni di storia, toccare ciò che Gesù Cristo ha visto
realmente con i propri occhi e forse sfiorato con le proprie mani. Nelle
fessure del muro il Pontefice lascia, vergato su pergamena, il mea culpa pronunciato in San
Pietro due settimane prima. Lo lascia con la stessa fiducia con cui gli ebrei
osservanti affidano alle crepe della muraglia le loro preghiere e speranze
scritte su minuscoli bigliettini, che è vietato toccare». [Marco Politi,
30Giorni, aprile 2002]