8 novembre 1911
Tags : Il colonialismo italiano
I corpi «sono un groviglio di stracci insanguinati»
Avevo lasciato Tripoli che sembrava una città in festa: pareva che le vecchie case vivessero d’una vita nuova e gaia sotto il brivido del tricolore; i soldati fraternizzavano con gli arabi, ed alla sera si andava agli avamposti come si va ai giardini pubblici, cavalcando per i viottoli solitari dell’oasi. Tutt’al più qualche donna o qualche bimbo vi tendeva la mano mormorando: Italiano bono, mangeria...
È passato sulla città un vento di crudeltà e di tristezza. Tutte le nostre ore, da giorni, sono scandite a colpi di cannone, e la Morte abita fra le palme dell’Oasi.
Esiste come una incerta linea di confine fra il nucleo vivo e relativamente tranquillo della città e la regione in cui si è svolto il dramma sinistro della rivolta e della repressione.
Man mano che le case diradano si fa un silenzio severo e squallido: qua e là, in qualche cortile abbandonato, in qualche cantuccio, fra l’erba d’un giardino, qualche cadavere incomincia a decomporsi esalando un fetore orrendo: sotto un olivo, sulla via di Bu-milana ce n’è un mucchio d’una cinquantina, presi con le armi alla mano e fucilati in fretta. È un groviglio orrendo di stracci insanguinati, di braccia contorte, di fez rossi crivellati dalle palle, davanti ad un muro bianco su cui gli spruzzi di sangue hanno disegnato un ricamo atroce e fantastico.
Più su, ogni tanto, s’incontra qualcuno di questi lugubri testimoni: uno, in mezzo alla via, è stato ucciso accanto al suo cane: l’uomo e la bestia, gonfi, hanno l’aspetto orribilmente grottesco di certi disegni del Goya. Attraverso le porte infrante si vedono piccoli cortili pieni di sole, vuoti, in cui qualche gallina chiocciola sommessamente oppure si scorge una figura nera, a braccia aperte, in un atto di abbandono tragico, fulminata. Davanti ad una casina ce n’è tutta una famiglia. Dall’alto della terrazza, il cui parapetto era carico di cartucce, essi hanno fatto fuoco, per due ore, nella tragica giornata del ventitré, alle spalle dei soldati. Dopo il combattimento sono stati presi e fucilati, in gruppo.
Io penso che in Italia e forse anche fuori si parlerà di questa repressione, e qualcuno, che non ha visto, la troverà eccessiva.
Ma bisogna aver parlato con gli ufficiali e coi soldati dell’11° bersaglieri, quello che ebbe maggiormente a soffrire nella battaglia del 23 , per comprendere lo stupore orribile, la ribellione d’ogni sentimento e d’ogni pensiero da cui sono stati presi i nostri soldati, dopo quella giornata di sangue e di tradimento.
Fra i soldati che occupavano le trincee di Sidi Messri e gli arabi del villaggio posto alle loro spalle s’era stabilita una specie di fraternità bonaria e pacifica. I soldati davano un po’ del loro rancio ai bimbi, regalavano alle famiglie tutti quei nonnulla che, per la spaventosa miseria d’un arabo, sono piccoli tesori, pagavano senza discutere tutto quello che prendevano, qualche ufficiale aveva perfino fatto comperare delle pezze di mussola per rivestire i bimbi ignudi. Io credo che mai, da che si fanno spedizioni militari, sia stato trattato l’indigeno con tanta dolcezza. Ebbene, d’un tratto, nel bel mezzo d’un combattimento accanito, dalle piccole case bianche, alle spalle dei soldati, è uscita una folla di demoni. Sono avvenute cose immani ed orrende: un ufficiale medico è stato ucciso dal padre d’una bimba che aveva guarito e salvato, un ferito lasciato un attimo solo, è stato sgozzato da una donna che gli si è avvicinata strisciando, poi sui feriti e sui morti è stato infierito con crudeltà senza nome, i portantini che andavano per raccogliere i turchi sono stati uccisi dai feriti stessi, a tradimento, soldati isolati, sorpresi nell’interno, sventrati a colpi di coltello. Si narrano cose d’un orrore fantastico, d’un arabo che fuggiva con brandelli di carne umana in un sacco, d’un soldato trovato crocifisso in una casupola; tutta la tregenda lugubre della fantasia esaltata ed atterrita si è intrecciata con la verità, la quale era per se stessa spaventosa.
Combattere in un groviglio di piccoli sentieri, di trincee naturali formate da muri di terra sforacchiati di feritoie, avendo la certezza che avanti e indietro, ai fianchi ovunque può essere appiattato un nemico inesorabile e sleale!...
Naturalmente il castigo è stato proporzionato al delitto: dente per dente. La repressione è passata nell’oasi come una falce e il sangue ha pagato il sangue.
Inoltrando verso la caserma della cavalleria turca, s’incomincia ad incontrare qualche pattuglia di soldati. Procedono lungo i murelli fiancheggianti la via, col moschetto al braccio. Passano carriaggi scortati da cavalleggeri con la rivoltella in pugno. È nell’aria un senso diffuso ed inesplicabile di tragicità. Il silenzio sembra l’aspettazione di un urlo o di un colpo. Ed ogni tanto, lontano o vicino, scoppia il fragore secco d’una fucilata ed una palla passa, in alto, fra le palme, con quel fischio rapido che resta nelle orecchie e, quasi direi, nella pelle di chi lo ha inteso anche una volta.
C’è una piccola moschea con un minareto che è stato cambiato in osservatorio. Dalla terrazzina d’onde il muezzin s’affacciava a chiamare i fedeli, si sporgono ora nereggiando sette od otto moschetti, puntati sul paese.
Mi sono arrampicato anch’io per la scaletta angusta e ripida, e mi sono affacciato, fra un moschetto e l’altro, nell’oasi. Chi non ha mai visto, dall’ alto, un bosco di palme, non può avere un’idea dell’inesplicabile senso di ostilità che è in questo meraviglioso paesaggio. Qua e là, ove è qualche olivo, sembra che una piccola nube d’un verde pallido e familiare s’indugi per consolare lo sguardo, ma il resto è tutto un mare di forme aguzze e luccicanti, una foresta di spade verdi, di un verde crudo, una folla di forme dure che dondolano senza fruscii con oscillazioni larghe di lame brandite, li paese sembra deserto. Da una piccola casa quasi rovinata, più in là sventola uno straccio bianco, un povero segno di pace polveroso e miserabile…
D’un colpo l’osai finisce.
Finisce sul limitare d’un succedersi di dune, coronate qua e là da piccoli cespugli di sparto. È tutto un paesaggio morto e giallastro, su cui passa, pigramente, qualche corvo.
La linea delle trincee comincia dove finisce l’oasi, serpeggiando. In fondo a sinistra, la trincea è stata portata indietro, dal forte Messri al marabut detto Sidi Messri.
Da questo punto è facile farsi una idea dell’accanimento con cui si è combattuto. Fin dove giunge l’occhio, nella sabbia gialla del Sahara, nereggiano piccole forme abbandonate, disperse a grande distanza l’una dall’altra o raccolte in vasti cerchi, nei punti in cui gli sbrapnels hanno fulminato gli assalitori. La cifra precisa dei morti arabi e turchi, in questi scontri, non si saprà mai, ce ne deve essere stato uno sterminio. M’è venuto fatto di fermarmi presso la trincea, a guardare la lunga fila dei nostri soldatini grigi, pazientemente allineati sotto il sole, e ho inteso gonfiarmisi il cuore di orgoglio, per loro.
Sono venuti qui, quasi tutti, senza aver mai udito altra fucileria che quella del tiro a segno, nuovi al clima ed all’ambiente, hanno subito la spaventosa prova morale del tradimento arabo, si sono battuti come leoni, e non hanno perduto un atomo della loro gaiezza italiana. Se non fossi un italiano, e quindi moralmente obbligato a considerare con una certa ironia sprezzante le cose del mio paese, direi che questi sono i soldati di una grande nazione. L’unico momento in cui si rannuvolano, è quando si parla loro dell’agguato del 23 ottobre. È rimasta. loro nel cuore un’amarezza crudele, una sete di vendetta, che li esalta e li travolge.
Fuori di ciò, la stessa spensierata gaiezza, le stesse canzoni, la stessa inventiva burlona nell’adattare la propria nicchia della trincea, le stesse risate limpide, che corrono da un capo all’altro della trincea, come se si fosse al campo, e, sotto le mura del forte di Messri, non fossero già sepolti parecchi loro compagni.
Ogni tanto, vicino o lontano, un colpo di cannone brontola sinistramente, o si ode il crepitare dei moschetti nascere, intensificarsi, divenire acuto, moltiplicarsi nel fragore precipitoso delle mitragliatrici, illanguidire in una serie di colpi isolati, e tacere.
Da Sidi Messri in poi la trincea serpeggia in mezzo alle palme, fra piccole case bianche e sentieri tortuosi.
Qui il combattimento è perpetuo. È la ostinata guerriglia dei fanatici, è una complicazione d’agguato e di assassinii, più che un combattimento.
«Attraversi in fretta ...» mi ha gridato un ufficiale presso la località detta Fleschrum.
Il viottolo che attraversavo era vuoto, come, abbandonato, da un capo all’altro. Ma dietro le palme, dietro i muricciuoli, una perfidia nascosta vigilava. Due o tre cadaveri, nudi, le braccia aperte, mettevano sul suolo saguinato la loro sinistra macchia terrosa. In quel punto affidato all’82° fanteria, due piccole vie convergono ad una specie di piazzetta triangolare. Si stanno adattando al posto due cannoni Krupp presi ai turchi, gli sbocchi delle strade sono stati chiusi con trincee improvvisate di sacchi di sabbia, dietro le quali si sdraiano i puntatori.
Il nemico è invisibile, è un po’ nascosto nella chioma delle palme, acquattato sui tetti delle casupole, dietro le trincee. Ogni tanto una piccola nuvola di fumo si leva fra le palme, e si sente un sibilo lamentoso e il tac-tac-tac dei rami che si spezzano. Allora, fra la piccola trincea ed il nemico invisibile s’intavola un dialogo rabbioso di fucilate.
D’un tratto, abbiamo sussultato.
In fondo al viottolo è comparsa la forma esile e grigia d’un bersagliere. Evidentemente veniva dal posto del suo reggimento a recare qualche messaggio, s’è arrestato un poco, ha fatto segno con la mano, che non sparassimo poi s’è diretto verso di noi, lentamente... Allora ci siamo avveduti che zoppicava... Ed ecco, in fondo alla via, da una balza del terreno, così in linea col nostro soldato, che non potevamo sparare senza colpirli tutte e due una figura lurida, qualcosa come una scimmia coperta di stracci terrosi, è scivolata giù, un’altra ha fatto capolino fra le palme. Io credo che tutto il sangue mi sia rifluito al cuore. Non potevamo gridare, era come dar l’allarme agli inseguitori, né sparare su di loro, senza uccidere il bersagliere. Senza avvedermene, le parole m’uscirono di bocca come i singhiozzi! Corri, corri, figlio mio, salvati! ... oh! ... come avrei dato metà del mio sangue per poterlo trascinare!
La piccola via era tutta silenziosa, e il sole, passando fra le palme, vi disegnava sagome di luce immobili. Non c’era che il soldato e il suo inseguitore... Una piccola nube di fumo... Il soldato s’è fermato, s’appoggia al muro, e udiamo come un urlo lontano, ci si torce il cuore. Ecco, un’altra piccola nube di fumo. Ah!... cani! ... è caduto, ci siamo intesi quasi morire con lui. Ma sul cadavere è passata, con una tempesta di fischi, una scarica di moschetteria, l’arabo, anche lui, è caduto. L’altro, l’altro per dio!... urla l’ufficiale.
Abbiamo scavalcato la trincea sentendo tutto l’atavismo feroce della razza urlarci nelle orecchie e nel cuore. L’altro, l’altro!...
In fondo alla via non c’è che una casupola bianca; una specie di covile squallido, silenzioso. Vi penetriamo con le armi alla mano. Niente; tenebre, silenzio, e un tanfo di miseria che ammorba.
Ma un soldato siciliano ha messo un grido di rabbia. In fondo in una specie di canile, qualcosa di bianco si agita, i soldati puntano i fucili e, pian piano, carponi, vien fuori un diavolaccio nero: frughiamo nel canile, c’è il Mauser ancora caldo e una cintura carica di cartucce… «Nun ti scantare, nun ti scantare!... (non impaurirti)» mormora il siciliano ironicamente.
Ma il prigioniero è tutt’altro che impaurito. Sarebbe difficile scorgere il segno d’una emozione nel suo volto nero e chiuso. Egli guarda i soldati con occhio tranquillo, quantunque legga la sua sentenza di morte su tutti i volti.
Lo conduciamo fuori, in un piccolo cortile bianco e deserto, pieno di sole. C’è un azzurro meraviglioso, e centinaia d’uccelletti garriscono fra le palme, a volte. Poi, s’è fatto un silenzio mirabile, un silenzio caldo ed estatico.
«Pronti!» ha mormorato il sergente... Il rumore della fucileria ha fatto volar via gli uccelletti, con strida spaventate, l’uomo è caduto in ginocchio, con le mani innanzi...
Se ne sono fucilati un po’ dappertutto. A Bu-miliana c’era una fossa enorme, in cui si scendeva per un declivio angusto, una fossa scavata nel terriccio morbido caldo, che aveva un sinistro aspetto di ferita gigantesca.
Gli uomini vi venivano gettati dall’alto; poi un soldato scendeva giù pel declivio e si udiva una serie di colpi sordi, come sparati nelle viscere della terra.
E il soldato risaliva, solo.
Sono tornato nel pomeriggio.
Era nell’aria, a volte, quell’odore triste e dolciastro, come di frutta marcite al sole, quell’odore di cose disfatte che sembra esalare dalla terra come una virtù malinconica di rassegnazione desolata. Talora gli aranci e le gagge mi avventavano un profumo così ricco e violento, che sentivo come un brivido di voluttà serrarmi alla gola.
Non si udiva se non qualche voce lontana, sperduta, qualche cinguettio d’uccelli, il chiocciolio di una gallina...
E, in tutta quella pace, la Morte passava per le viuzze tristi e vuote, senza rumore sulla sabbia molle, come un viandante inafferrabile. Ma sembrava di udire nell’aria il suo palpito sensibile come quello di un cuore umano.
Vicino al mare, un gruppo di soldati ha fermato due arabi e li perquisisce.
Lo stesso volto impenetrabile, gli stessi occhi immoti e feroci. Dai fagotti disciolti esce tutta una incredibile collezione di stracci, di cianfrusaglie che il più famelico dei nostri rigattieri respingerebbe con sdegno...
«Povera gente! ...» mormoro con un senso di compassione.
Troppo presto!... da uno dei fardelli sono ruzzolate fuori, lucide lucide, ottanta cartucce di Mauser. E nell’atro... ah! …bestia feroce! ... C’è il farsetto a maglia di un soldato italiano, sforacchiato di colpi di pugnale e intriso di sangue.
Dieci mani si sono stese al brigante, dieci baionette gli si sono puntate alla gola.
«Fermi, fermi!» ha gridato il sergente.
S’è formato un piccolo plotone. I due uomini marciano innanzi, verso il mare. Il cielo è d’una dolcezza di viole languenti, e il mare, tutto striato da collane di spuma bianca, canta la sua vecchia melopea stanca e profonda.
Pan-pan-pan. Uno degli uomini si è curvato un poco ha traballato un poco, poi si è abbandonato a terra.
L’altro, senza volgersi, alto, tetro, nero, ha marciato verso il mare, come andasse verso l’eternità. Poi, d’un colpo, è caduto nella sabbia umida.