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 1911  ottobre 03 Martedì calendario

Bombardamento a Tripoli

Dalla Varese. L’atto irrevocabile è compiuto: le fortezze di Tripoli sono state bombardate dalla flotta italiana, ora il pentimento e la viltà non sono più possibili, non si torna più indietro! Abbiamo compiuto l’atto di possesso sulla Tripolitania: il nostro diritto Su questa colonia è stato affermato col cannone.
Narriamo con ordine gli avvenimenti di questa giornata storica.
Il mare grosso tumultuava anche stamane intorno ai fianchi della Varese. Il Bronte ci accostò per completare il rifornimento di combustibile; ma fu respinto, e s’ancorò vicino a noi con le sue assurde travature per lo scarico, che sembrano opere espugnatorie drizzate contro il cielo.
La radiotelegrafia, l’unico capriccioso legame che ci è restato col mondo, ci porta le prime novelle. La stazione ultrapotente di Siracusa ha incominciato a funzionare: è annunciata la partenza da Marsiglia e da Tunisi, di un colonnello addetto all’ambasciata turca a Parigi e di altri ufficiali che vorrebbero giungere stamane a Tripoli col vapore settimanale della Compagnia Tonache. Sembra che stia per arrivare una nave da guerra austriaca, che verrebbe a imbarcare il console...
Il ministro della Marina avverte l’ammiraglio Faravelli che la situazione politica esige si provveda, con la massima sollecitudine, al bombardamento di Tripoli. Ci siamo! Evviva!
Siamo sempre alla fonda. Le altre navi stazionano davanti alla rada: tenui, piccole, diafane nella luce del mattino; tre o quattro piroscafi mercantili, ancor più minuscoli, sono frammisti alla squadra. La presenza delle buone navi pacifiche sembra incomprensibile in quest’alba di guerra. Eppure un altro mercantile ci appare di poppa, visibilissimo, per un ponte di comando bianco come la neve: è il Tafna della Compagnia Tonache, il vapore che deve portare, se non l’ha sbarcato a Gerba, il colonnello turco e i suoi compagni. In pochi minuti ci è vicino; poiché ci vede ancora, finge di non sapere che Tripoli è bloccata e tira dritto. Una cannonata a salve lo arresta. Un tenente di vascello va a fargli una visita, e ritorna dopo una mezz’ora, riferendo che a bordo ci sono quattro turchi (che si dichiarano medici, ma che hanno la fisionomia di militari), alcuni italiani, qualche arabo e due giornalisti francesi del «Temps» e del «Matin», e il console generale di Francia a Tripoli. il console di Francia chiede di essere sbarcato a Tripoli dal vapore su cui si trova, o da una nave da guerra italiana. Si radiotelegrafa all’ammiraglio, che risponde di essere disposto a trasbordare il console su un piroscafo al largo; ma di non poterlo lasciare approdare perché nel pomeriggio, probabilmente, sarà costretto a bombardare le batterie della città. Il console generale, allora, fa dire, coi segnali, dalla sua nave, che ha ordine di sbarcare per raccogliere i suoi connazionali. Se non può, deve ritornare col vapore con cui è venuto. Gli si risponde, coi segnali, che l’azione sta per cominciare e che il Tafna non può più procedere. Conversando col nostro ufficiale, il console dice d’aver letto in un giornale tunisino che la Francia ha inviato a Tripoli, per la protezione dei suoi nazionali, la corazzata Renan; ma fino ad oggi questa corazzata non s’è mostrata.
Una torpediniera entra in rada con bandiera bianca, certamente per intimare la resa. Passa mezzogiorno e non giungono ordini per noi. Intercettiamo, invece, ordini ad altre navi in cui si avverte che l’azione comincerà alle tre. Ci dimenticano? Perché la Varese che ha vinto alla Maddalena tutti i primi premi nelle gare di tiro, che è la più meravigliosa puntatrice di cui la marina italiana possa inorgoglirsi, deve restare inerte sulle ancore, mentre quasi tutte le sue sorelle sfileranno sotto il fuoco dei forti? La cosa sarebbe ingiusta, assurda, cattiva: dal comandante all’ultimo marinaio, tutti si rifiutano di crederlo.
Ma i minuti passano e ordini non ne arrivan0: giunge con una torpediniera un plico dell’ammiraglio che non contiene che disposizioni per le truppe da sbarco. Si notano con occhi trepidi certi movimenti sospetti delle altre navi. Finalmente, le ultime speranze cadono e sottentra l’amara certezza che, oggi, la Varese si limiterà a contemplare il bombardamento di Tripoli.
Il posto di osservazione è meraviglioso un americano, lo pagherebbe qualche migliaio di dollari. A dieci miglia dalla nostra nave s’incurva la costa tripolina: con uno sguardo solo abbracciamo la città; i suoi forti e la flotta che si accinge a smantellarli. Le manovre della squadra sono penose per noi, perché ribadiscono la certezza che la Varese non sarà chiamata al combattimento; ma sono di un interesse appassionante.
Non riesco a divellere gli occhi da quel gruppo di navi che si muovono lentamente, assumendo per passaggi impercettibili la formazione di battaglia. Il cielo è purissimo, vibrante di luce, percorso da un vento furioso: le cose si delineano in questa serenità luminosa, con una nettezza ossessionante, lucide come se fossero chiuse entro un cristallo. Le navi, cupe sul mare schiumoso, Tripoli ammassata, candida e silente, le oasi scure, le coste fulve come la chioma del leone, i forti, i bastioni, le batterie, tutto emerge nella luce meridiana con una chiarezza allucinatoria.
Seguiamo con una tensione febbrile i movimenti delle navi: cerchiamo di prevedere da quell’embrione di tattica quale sarà l’azione. I tre o quattro piroscafi che si cullavano placidamente intorno alla squadra sono mandati molte miglia al largo, dove non imbarazzeranno e non soffriranno. Le navi del nostro tipo, la Garibaldi e la Ferruccio, si allontanano rapidamente ad ovest, fino a diluirsi e sparire nella lontananza. Dove vanno? Apriranno il fuoco o staranno allargo, inerti come noi, fuori del raggio d’azione dei forti, ad attendere la fine del bombardamento? Sembra a tutti che se le navi gemelle saranno condannate, come noi, al silenzio, il nostro disinganno sarà minore: l’ingiustizia non ci sarà più. Ci sarà il risparmio di una divisione omogenea, superflua allo scopo.

Le unità che prenderanno parte certa all’azione sono l’Umberto, la Sardegna, la Brin, la Emanuele Filiberto e la Carlo Alberto. Esse sono ancora mescolate, ma si vanno lentamente districando e disponendo nella formazione decisa dall’ammiraglio. Si spartiscono in due gruppi, in due divisioni di appena tre navi ciascuna. La prima è superba di omogeneità e di forza. È formata dalla Re Umberto, dalla Sardegna e dalla Sicilia. La Re Umberto batte la bandiera dell’ammiraglio Borea-Ricci che comanda la divisione, e l’altra divisione è eterogenea, bizzarra, sperequata. Accanto alla Brin, maestosa e augusta, l’Emanuele Filiberto drizza i fumaiuoli troppo alti, e il corpo senza armonia, e la Carlo Alberto profila i fianchi asciutti e sottili di nave mercantile. La Brin porta l’ammiraglio Faravelli, comandante in capo delle forze riunite davanti a Tripoli.
Per seguire perfettamente l’azione mi arrampico sulla coffa più elevata della nave. Entro nella vertiginosa navicella dell’alto parapetto sospesa come un nido all’albero maestro, a 40 metri sul mare. Dentro non c’è posto che per me, un ufficiale e la vedetta.
Il panorama è enorme. Vedo la Tripolitania fino alle ontagne più interne, la Tunisia pallida come una costiera sotto la luna e tanto mare che non discerno dove il suo azzurro si congiunga all’azzurro del cielo. La scena che si prepara è degna di un tale nido di aquile. Il vento a questa altezza corre violento, sfrenato, terribile; fischia fra i sartiami, urla nelle orecchie, arrovescia le ciglia mozza il respiro, confonde e porta via tutti i suoni nel suo informe clamore insensato. La vita comune pare sospesa, lo spirito pare liberato dal corpo, ridotto ad una pura forza di contemplazione vivente fuori delle volontà, fuori del tempo, in comunione fraterna col vento e col mare. Che mare selvaggio oggi impazza ad ogni parte! Il suo azzurro cupo si frastaglia di miriadi di creste, di spuma bianca, maligna, convulsa. Il vento lo plasma come una cera in forme mutevoli e vive, lo solleva in cavalloni che si scatenano ai quattro orizzonti, lo scava in abissi trasparenti, lo spiana per un secondo in verdi radure su cui irrompono migliaia di strie livide, guizzanti come uno sciame di vipere alla tortura.
L’ufficiale mi grida negli orecchi che da dodici giorni la Varese è in queste acque e non ha ancora provata una giornata più cattiva. Gli domando se questo mare grosso può far rinviare il bombardamento. Egli mi risponde di no. Gli domando se è grande lo svantaggio che questo mare infuriato può infliggere ai tiri. Egli mi risponde che il compito delle artiglierie si fa più difficile, ma che i nostri tiratori sono sufficientemente allenati per collocare nel bersaglio le granate anche con un simile mare.
Le tre sono scoccate. Le due divisioni si mettono in movimento. Per comprendere la loro azione, o lettori tenete presente che il frammento di costa che oggi fu tempestato dai nostri cannoni è una linea dritta corrente da levante a ponente, su cui è inserto un uncino formato dalla città di Tripoli. Alla base sinistra occidentale dell’uncino sorgevano la batteria Sultania e due opere di difesa chiamate Fortino B, Fortino C. Nella magnifica carta allestita dallo Stato Maggiore Italiano, la base destra orientale era ed è protetta dalla batteria Hamidiè. Finalmente la punta estrema dell’uncino, che costituisce il molo naturale di Tripoli portava un gruppo continuato di fortificazioni, l’opera del molo, il bastione nord-ovest e la batteria del faro. Orbene, la divisione Brin, comandata dall’ammiraglio Faravelli, si assunse la distruzione delle fortificazioni centrali della punta dell’uncino con la divisione. La Re Umberto, comandata dal contrammiraglio Borea-Ricci, fu incaricata dello smantellamento della batteria Sultania alla sinistra dell’uncino, a ponente di Tripoli. Fino all’ora inoltrata in cui scrivo, non si sa sulla Varese se la Garibaldi e la Ferruccio abbiano combattuto. Se hanno combattuto il proprio compito fu l’’espugnazione della batteria Hamidiè, a levante di Tripoli a destra dell’uncino. Come l’abbiano eseguito, noi non sappiamo. Le due navi erano fuori della nostra vista, le scorsi solo a tratti incerte come vascelli fantasma fra i fumi della divisione Brin.
I forti che oggi furono ridotti al silenzio dalla nostra squadra non erano prodigiosi, ma neppure disprezzabili. L’opera del molo era armata da due cannoni Krupp da 240 e di 5 cannoni lisci da 320-400 millimetri, oltre a 13 cannoni minori e 5 obici. Il forte centrale dell’opera era protetto da una cupola in cemento armato. Il bastione nord-ovest contava un cannone Krupp da 150-170 ed un altro da 190-210 millimetri. La batteria del faro era munita di un cannone Krupp da 210 e di due altri 170 o 190. Questo per le batterie affidate alla divisione Brin.
Il forte Sultania, destinato alla divisione Re Umberto, era il più temuto per un grandioso terrapieno che lo ricopriva e per un armamento considerevole di 5 cannoni Krupp, dei quali due da 190 o 210, e due corti, uno da 150 e l’altro da 240.
Due divisioni si posero in linea di combattimento con la Brin, Carlo Alberto, Emanuele Filiberto, Re Umberto, Sardegna e Sicilia. La prima divisione si dispone parallelamente all’uncino, che è diretto da sud-ovest a nord-est, ad una distanza iniziale di cinque miglia dalla fortificazione. Presa questa posizione, le tre navi quasi non si mossero. Invece la seconda divisione si tenne in lento movimento continuo e defilò ininterrottamente da est ad ovest, e da ovest ad est, stringendo progressivamente le distanze e riservando il fuoco alla fase di ritorno da ovest ad est. L’entrata in azione della divisione Re Umberto fu uno dei più solenni spettacoli che io abbia mai veduto. Le tre corazzate gemelle, con la grande sagoma turrita e le tre ciminiere fumicanti, accompagnate da tre minute torpediniere d’alto mare, si staccarono del punto di riunione della squadra e in ordine di battaglia a cinquecento metri l’una dall’altra discesero a sud-ovest con la prua sull’oasi di Zangur. I tre colossi si avviarono alla loro impresa con una lentezza impressionante. Qualcuno si sarebbe aspettato di vederle portarsi al posto di combattimento alla velocità massima, come per dare un più vivo impeto all’attacco. Invece la Re Umberto, la Sardegna e la Sicilia compiono, nel mare burrascoso e bianco come il Mar del Nord, un arco vastissimo a velocità più che moderata, a cinque o sei miglia all’ora ordinate, tranquille, sicure. Si sarebbe detto che gioivano di quel ritardo sapiente, sospeso sull’agonia delle batterie nemiche. Il forte Sultania era in loro mano, era loro preda. Perché non far durare di più l’ebbrezza della caccia? Le tre navi gigantesche color di abisso, l’una dopo l’altra, come i grani di un rosario di guerra, scorrevano sul mare lentissimamente e si avvicinavano alla terra in modo impercettibile, con le grandi bandiere di combattimento date al vento turbinoso, voltando l’una dopo l’altra le enormi torri dei cannoni da 343 verso il forte rossastro perduto sulle sabbie nude.
La divisione della Re Umberto aveva quasi compiuto il suo largo arco e stava per mettersi in posizione d’attacco quando una lunga vampa uscì dai fianchi della Brin. La nave ammiraglia apriva il fuoco con le torri da 305 e i pezzi da 203 del lato sinistro.
Erano le 15.35. Il vento che ruggiva tra i cordami e le soprastrutture mi prese la prima voce che gridò sui minareti e sulle palme di Tripoli, echeggiando fino alle valli del Gebel, che Tripoli ritornava provincia d’Italia. Non intesi il rombo della prima cannonata, che ruppe la pace, ma ne vidi la distruzione. Il colpo entrò in bersaglio, le granate piombarono sul forte rosso del molo e scoppiarono con una violenza inaudita, generando una fumea densa, scura, che s’alzò in colonna altissima e a onde gonfie verso il cielo, come se un cratere di vulcano si fosse aperto improvvisamente nella terra.
La seconda salva fu sparata nuovamente dalla Brin. L’Emanuele Filiberto e la Carlo Alberto avevano avuto ordine di stare fuori della sfera d’azione del forte. Le batterie del molo tacevano. Una terza bordata parti dalla nave ammiraglia fra lingue di fuoco e torrenti di fumo, e finalmente le difese centrali risposero. Un grande fumo bianco si levò sulle batterie del faro. Erano le 15.41. Il colpo fu di una inefficienza commovente: la granata cadde in mare a mezza distanza fra la batteria e la nave sollevando una colonna d’acqua e di schiuma. Dieci minuti dopo la Re Umberto, la Sardegna e la Sicilia, che avevano virato di bordo, e si erano collocate parallele alla costa a 4 miglia dal forte Sultania in posizione di tiro, aprivano il fuoco. La Re Umberto, esegui una salva delle sue terribili torri da 343, i pezzi più grandi che possegga la nostra marina, superiori come calibro agli stessi cannoni delle Dreadnoughts, colossi che scaricano granate di 522 chilogrammi di peso, capaci di annientare una brigata con le schegge e i gas deleteri.
Una fumata sola avvolse e nascose tutta la nave. Qualche secondo dopo sul fulvo della costa scoppiava una fumea gialla alta due volte quella sollevata sul fortilizio del molo dalla Brin e faceva scomparire completamente il terrapieno e le opere della batteria. La Sardegna e la Sicilia tennero successivamente lo stesso discorso. Il forte non rispose. Il forte tacque fino alle 16.7: subì senza reagire 16 minuti di fuoco nemico. La prima risposta fu anche qui sciagurata. Il proiettile cadde in mare a meno che mezzo la distanza fra la batteria e la divisione. La divisione lanciava le sue salve a intervalli brevi e regolari, collocando la granata in bersaglio: qualche volta un tiro sembrava scartato a sinistra o troppo profondo. In realtà’ la divisione mandava qualche granata al fortino 6 più intermo del Sultania o al fortino, collocato più a sinistra. Le tre navi sparavano navigando a cinquecento metri regolamentari di distanza, ad una velocità minima, quasi insensibile, di due o tre miglia all’ora. I colpi tempestavano inesorabili sulla batteria; era certo che la sua resistenza non poteva durare. Gli scoppi e i gas dovevano seminare la morte nelle trincee e dietro gli spalti: tuttavia la batteria si difendeva eroicamente, rispondendo a lunghi intervalli di sette od otto minuti, mentre il tiro medio delle nostre corazzate era di un colpo al minuto, rispondeva dalla spiaggia, ma rispondeva. Una volta, una sola volta in questa giornata memorabile le sei torri della divisione scaricarono le loro artiglierie contemporaneamente sul forte; fu una grandine di fuoco e di veleno mostruosa. Ebbene, un minuto dopo la batteria sparava, non raggiungeva il bersaglio, secondo il solito, ma faceva sapere di essere ancora viva. Una resistenza simile è puro eroismo che noi dobbiamo ammirare per primi.
Giunta all’estremo limite del suo settore di tiro, la divisione della Re Umberto vira di bordo e serra le distanze per far entrare in azione i pezzi da 151 delle sue batterie. A cominciare da questo momento le tre corazzate mandano alternativamente bordate spaventevoli sulla povera fortezza che si è come disfatta e resa irriconoscibile tra le vampate di fumo giallo e le sabbie rossastre sconvolte dalle esplosioni. L’agonia è breve. Alle 16.45, dopo più di mezz’ora di martirio, la Sultania fa fuoco per l’ultima volta. La divisione per due volte ancora defila davanti alla fortezza, stringendosi sempre più alla costa, concentrando i tiri delle grandi e delle medie artiglierie, ma la fortezza non risponde più. L’ultima volta la divisione passa davanti alla Sultania randeggiando a 2500 metri per eccitarla a tirare, se non è distrutta ancora. Ma la Sultania è ben distrutta e tace. Alle 18.5, mentre il sole si corica fra nubi sulfuree e il vento solleva funebri nembi dalle dune, la Re Umberto lanciò l’ultima granata.
Il duello della prima divisione fu più breve e molto meno drammatico. Le opere centrali non opposero la resistenza disperata della Sultania. Alle 16.20 le fortificazioni del molo erano già ridotte al silenzio, e la Carlo Alberto e la Emanuele Filiberto, dotate di cannoni meno potenti, potevano entrare in azione. Alla prima salve di tutti i cannoni della divisione, le opere del molo cessarono di rispondere. La Brin serrò le distanze ed intensificò il fuoco, ma né la fortezza, né il bastione nord-ovest, né la batteria del faro spararono più. Il risultato del bombardamento d’oggi deve essere tremendo. Le nostre granate al tritolo hanno un potere esplosivo altissimo: dove cadono annientano; quasi tutte sono state poste nel bersaglio. Invece non una delle granate nemiche è giunta a destinazione. La giornata d’oggi adunque non si può chiamare una giornata di gloria per la nostra marina, per la sproporzione fra le forze avversarie, ma è una giornata che tutti dobbiamo benedire perché provò la efficienza della flotta a difendere i diritti e gli interessi della patria, perché ci aprì le porte della Tripolitania e perché resterà memorabile fra gli indigeni, a prova della nostra forza e a prima base del nostro prestigio. Mentre scrivo, alle tre di notte, non c’è giunta ancora notizia della parte presa dalla Garibaldi e dalla Ferruccio all’azione odierna. Se il mare lo permetterà, avverrà lo sbarco dei marinai; sarà posto sotto gli ordini del comandante Cagni. Prima però di iniziare lo sbarco si riprenderà l’azione navale per completare lo smantellamento della piazza. Intanto per riposarsi di questa giornata di movimenti e trovarsi fresca per lo sbarco domani, stanotte la squadra compie una crociera sulle coste di Homs e di Misurata, dove è stato segnalato un contrabbando di armi e di munizioni per parte di un flottiglia di velieri.