28 settembre 1911
Tags : Il colonialismo italiano
La città di Tripoli
Tripoli si è mutata profondamente: non è più la città rumorosa e gaia che lasciai qualche mese fa: s’è fatta taciturna e cupa: la guerra che la minaccia sembra che sia già scoppiata e finita, sembra che il saccheggio che l’impaurasi è già compiuto. Silenzio, costrizione, concentrazione ovunque. Gli arabi non gesticolano più: questa razza che ha sollevato alla maggiore potenza espressiva la mimica, questa gente che ha necessità e l’istinto del gesto e della voce alta,ora sussurra appena ed ha cessato di sottolineare colle mani la parola. Questi arabi non sembrano atterriti: sono troppo affezionati alla compostezza ed alla dignità degli atteggiamenti per dimostrare un sentimento così disordinato come la paura; ma sono evidentemente colpiti e turbati da qualche cosa di profondo e inaspettato; questo qualche cosa sono le nostre dodici navi che hanno passeggiato oggi per quattro ore in processione solenne, con tutte le bandiere al vento, davanti alla rada di Tripoli.
Un mutamento è nell’aria. Anche i mendicanti stracciati che si inginocchiano davanti alle porte invocando Allah, grande e misericordioso, se ne sono accorti. Ciò che anche agli arabi più fini sembrava impossibile, sta avvenend i cristiani si preparano a cacciare i turchi; nessuno lo impedirà; Allah lo vuole!
Dopo pranzo ho fatto una passeggiata sulla marina. Il crepuscolo è breve e la notte incomincia presto a Tripoli in questa stagione. La strada buia è piena di gente; i caffè sono invasi, e le ringhiere che difendono la passeggiata in faccia al mare sono premute da una fila ininterrotta di arabi e di turchi. Tutti guardano lontano, sul mare oscuro, dietro le scogliere, dove scintillano miriadi di lumi; guardano e poi parlano sottovoce, con quella espressione di serietà immobile, che non ci avevano mostrato mai, guardando le nostre navi che si congregavano per la ronda notturna intorno a Tripoli.
Sono entrato in tempo nella città che ci è necessaria. Da oggi incomincia il blocco di fatto della Tripolitania. Se l’Adria invece che stamane fosse giunto domani, avrei trovato il porto chiuso e non avrei assistito alle ultime ore di Tripoli ottomana.
Mi seggo con quattro amici a un tavolo di un caffè turco, in fondo alla Marina. Siamo noi cinque soli europei tra questa moltitudine mussulmana. Ci guardano furtivamente, con un senso di rispetto e di curiosità negli occhi; poi riprendono i loro discorsi a voce bassa ed a capo chino,come congiurati. Non una parola di minaccia, non una molestia.
Sorbiamo il buon caffè dalla tazza minuscola e osserviamo il volto nuovo intenso di questa prima notte tripolina. Sembra una notte di città assediata. Pattuglioni passano ogni quarto d’ora, senza levare rumore, con un passo quasi impercettibile; sono i richiamati arabi perduti nelle grosseuniformi di lana, i piedi immersi nelle larghe pantofole tripoline di pelle del Sudan. Camminano disordinati; uno ha la cartucciera, e tre no; ciascuno porta la baionetta come gli talenta. Un cavaliere sopra un bel sauro giunge al trotto, gridando: «Barra!» alla folla per aprirsi una strada. Viene dal castello; ha un plico suggellato in mano; lo porta al telegrafo. Passa una fila di cammelli con le reti di sparto vuote, pendenti dalla groppa lanosa, accompagnati ciascuno da un cammelliere e da un soldato: vanno alla caserma, che è di fronte al castello per caricare i fucili e le munizioni sbarcate dal Derma, e che partiranno stanotte per l’interno.
Mezzanotte. I turchi non si vedono. Non so dove siano. Dieci o dodici funzionari col fez in capo prendono il caffè vicino a noi,e parlano sommessamente, senza guardarci. Gli ufficiali, la primavera passata, riempivano alla sera tutti i caffè della marina; ora non se ne vede uno. I pochi turchi con cui si viene a contatto sono di una cortesia infinita, eccessiva. Alla dogana, al lazzaretto, al telegrafo mi hanno trattato con riguardo enorme. I bagagli sono passati senza visita. Il lazzaretto, sebbene l’Italia sia infetta... per Tripoli, non ha voluto da me che due lire; il telegrafo ha accettato il mio primo telegramma sulla grandiosa dimostrazione navale di oggi senza la più lieve difficoltà.
Affacciandomi allo sportello domandai all’impiegato: «C’è censura?»
Ed egli mi rispose, quasi offeso: «Mais non! qui vous a dit ça?. ..».
L’ottimo funzionario sembrava ignorare che l’Italia ha presentato al suo Governo un ultimatum che scade a mezzanotte. Vedremo se questi telegrammi giungeranno a destinazione, se la pretesa assenza di censura telegrafica non è un eccellente sistema per mungerci notizie e denaro.
Alle 10 rientriamo nell’albergo: esso è contiguo al consolato d’Italia e intercomunicante con quella grande via di transito che è la terrazza sulle città arabe. L’albergo è strettamente sorvegliato da pattuglie di soldati e da gendarmi. L’albergo è requisito per noi giornalisti, che siamo una dozzina precisa. La notizia dell’ultimatum, che abbiamo appresa ad ora tarda della serata dal console, ci obbliga a discutere la situazione. Saliamo sulla terrazza ed ordiniamo dello champagne.
La squadra conversa col telegrafo, a luce; il faro della piccola collina ci getta ad intervalli una occhiata fuggitiva. La città è silenziosa; i minareti alzano le punte aguzze contro le stelle; agli orli confusi della città l’oasi coi suoi palmizi si confonde in una sola massa oscura.
Al campanile vicino della chiesa cattolica batte la mezzanotte; i dodici colpi piovono sui nostri capi, pure nel grande silenzio, lasciando un lungo brivido sonoro nell’aria. È un momento solenne. Alziamo i bicchieri alla vittoria dell’esercito e dell’armata, con gravità insolita. In questo momento le nostre navi spengono i lumi: poiché luci fioche sui pennoni più alti dicono che la squadra oscurata vigila su noi.