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 1931  dicembre 28 Lunedì calendario

Gli stranieri e la crisi

New York, dicembre Se gli americani soffrono duramente delle conseguenze della crisi, questa si è abbattuta con la violenza di un ciclone soprattutto sugli stranieri. Non si possono immaginare la tristezza, la miseria, lo squallore in cui sono piombati gli estesi quartieri delle grandi città dove s’ammassa la popolazione immigrata e le comunità formatesi attorno alle varie industrrie che la depressione economica ha paralizzato. A chi ricorda quei centri pittoreschi, pieni di vita e di rumore, si stringe il cuore a contemplarli nell’attuale desolazione. È come se vi fosse passato sopra il soffio mortifero di una invisibile potenza malefica. Nelle città poco apprisce di mutato, ma solo oltrepassando le porte degli orribili casamenti chiamati slums e venendo a contatto della vita dei loro abitatori si può comprendere in tutto il suo tragico orrore l’inferno degli immigrati. Né potrebbe essere diversamente. Gli stranieri hanno sempre costituito, in America, le truppe di prima linea della immane battaglia economica. Hanno compiuto il lavoro più rude e mal pagato, opere di dissodamento, di fondazione, di ripulimento, sui cui le aristocrazie indigene del lavoro hanno dovuto poi costruire. Ai primo era riserbato quello che vien definito, qui, con brutale franchezza, il dirty work, il lavoro sporco. Coloro che, in seguito alla lunga permanenza, riuscivano a tirarsi su dal dirty work e ad essere ammessi nei ranghi del lavoro specializzato, rimanevano limitati nei più bassi gradini: costuivano la retroguardia. Erano i primi ad essere licenziati nei periodi di rallentamento del ritmo lavorativo, gli ultimi ad esser chiamati a riassumere la loro opera, quando s’iniziava la ripresa. È stato sempre così in tutte le crisi precedenti, è avvenuto lo stesso nella crisi attuale. Il lavoratore straniero era considerato materia bruta, una bestia da fatica che si noleggiava quando ce n’era bisogno e si buttava con un calcio in istrada non appena cessava la necessità del suo servizio. Ben pagato, pagato a qualsiasi prezzo nei momenti di operosità febbrile, in cui la mano d’opera, qualsiasi mano d’opera, diventava preziosa, veniva maltrattato, angariato, licenziato senz’avviso quando gli ordini da consegnarsi ad ogni costo per una data determinata erano eseguiti e l’ora del rush cessava. Come in Europa si sia potuta formare la leggenda di un’America ospitale, squisitamente sensibile alle sofferenze umane, che accoglieva a braccia aperte gli stranieri perseguitati e oppressi dalle tirannie, o schiacciati dalla miseria dei Paesi d’origine, è incomprensibile. La verità è che, qui, lo straniero è stato sempre mal visto, disprezzato, umiliato, offeso atrocemente nella sua dignità di patriota e di uomo. Il gruppo anglo-sassone originario, con le sue idee inflessibili di superiorità etnica, ha considerato ogni nuovo venuto come un essere inferiore, un usurpatore e un intruso. Questi sentimenti, i varii gruppi immigrati, a loro volta, li facevano proprii a danno dei gruppi successivi. A suo tempo, gli anglo-sassoni dimostrarono un’ostilità fortissima contro i tedeschi e gli irlandesi, i quali, in seguito (specialmente gli ultimi), si rivalsero contro gli italiani, gli ebrei, gli slavi, ultimi venuti. Si venne così a formare una stratificazione sociale a base di odio e di disprezzo reciproco che smentisce le visioni ottimiste sorte dall’illusione di un melting pot, di un crogiuolo unificatore in cui le razze si sarebbero pacificamente fuse per formare il grande popolo americano del futuro. La cosa sarebbe stata possibile in qualsiasi altro Paese non dominato da anglo-sassoni. Ma fin che questi rimarranno al sommo della scala sociale, qui non si andrà mai oltre una rigida ed impenetrabile stratificazione sociale, una specie di compartimenti stagni etniciche ostacolano ogni reciproca compenetrazione. È stato ripetutamente affermato con gran senso di verità, che dovunque arriva l’anglo-sassone si formano condizioni propizie allo schiavismo. Con le sue rigorose seprazioni di casta e le sue linee di colore, spinge insensibilmente (quando non può farlo con la forza) grandi masse di popolazione non bianca, semplicemente verso uno stato di schiavitù. Quando la schiavitù s’è ben radicata egli comincia a nutrire degli scrupoli e prova un gran piacere nel combatterla anche a costo di una guerra civile. In nessuna razza si combinano tanto bene le qualità contraddittorie dello schiavista, del missionario e del fanatico in cerca di proseliti. Ma resta essenzialmente uno schiavista anche quando della schiavitù vuole abolire gli aspetti più atroci. Gli industriali del Nord, al termine della guerra civile, non trattarono i negri che affluivano nei loro stabilimenti meglio dei terrieri del Sud. La grande emigrazione europea s’iniziò poco dopo la guerra civile: la mentalità schiavistica era ancora dominante e gl’immigrati presero il posto degli antichi schiavi, sia nel trattamento materiale che nella considerazione loro accordata come materiale umano. Cominciò l’opera di elevamento delle classi lavoratrici a cui parteciparono molti capitalisti e industriali, ciò che abbaglio gli europei e li illuse sul vero spirito che animava i grandi esecutivi americani. In sostanza costoro, tanto quelli che angariavano e affamavano i lavoratori, come gli altri che accordarono loro alti salari e alloggi ultra moderni, appartenevano tutti alla stessa categoria di slave-drivers, o conduttori di schiavi. È come in un allevamento: c’è l’allevatore tirchio e retrivo che non spende nulla per le sue bestie, cercando di ritrarne quello che può sfruttandole fino all’osso, e c’è l’allevatore illuminato che vuol vedere le sue mandrie grasse e lustre perché convinto di ricavare una migliore e più abbondante produzione. Ma ambedue le varietà di slave-drivers, non attribuivano agli immigrati qualità e sentimenti veramente umani: costituivano una sottospecie che, se poteva essere collocata subito al di sopra dei negri, rimaneva di molti gradini sottostante alla razza dominatrice. Ma, limitandoci al campo economico, chi contribuì a creare la leggenda di un’America terra dell’oro in cui bastava chinarsi per raccoglierne a cappellate, dove il lavoro era rispettato e ben pagato, fu l’emigrato stesso. Partito dal paesello natio col sacco di stracci sulle spalle, vi ritornava con un bel vestito nuovo, con un pastrano fiammante, una massiccia catena nera attraverso il panciotto a cui era attaccato un orologio largo quanto un tegame. Nel caffè del villaggio pagava per tutti e si diffondeva a parlare delle grandezze e ricchezze della nuova terra. Aveva, però, vergogna a raccontare gli stenti e le umiliazioni a cui era andato soggetto. E tanto meno ricordava una quantità di compagni di lavoro morti nella maniera più orribile: seppelliti sotto frane, soffocati nelle miniere, attaccati da malattie atroci e incurabili che consumavano i pochi risparmi raggranellati in anni di stenti, uccisi dai sorveglianti delle Compagnie per minimi atti d’insubordinazione, dispersi in cerca di lavoro in località lontane e ignote da cui non erano più tornati, né avevano dato più notizie. Scomparsi come se la terra li avesse inghiotti. E la leggenda dell’America ricca, ospitale, che aspettava a braccia aperte il lavoratore europeo si perpetuava e si diffondava alle altri classi: a quelle dei professionisti, dei piccoli borghesi, degli intellettuali in genere. I quali ragionavano: se quel contadino ignorante ha potuto far fortuna che cosa non potrò fare io con la mia abilità e la mia istruzione. E ragionavano fondamentalmente male. Il contadino non aveva fatto fortuna e tanto meno l’avrebbe fatta lui. Questa non è terra per gli intellettuali e i piccoli borghesi stranieri. Gli unici che riuscivano a cavarsela, fino alla chiusura dell’emigrazione, erano i medici. La verità, assai poco brillante, è che questa terra per l’emigrante è stata sempre una terra di orribile miseria, di stenti inauditi, di perdite di ogni orgoglio e dignità umana. La maggior parte vi ha lasciato la salute, la tranquillità, l’equilibrio e la pace dell’anima. Per uno ch’è riuscito vittorioso nella spietata lotta per l’esistenza, mille sono caduti ignorati, calpestati, in una solitudine e in una desolazione da far paura. Ma la gente guarda a quell’uno, all’eccezione, che è salito alla sommità, senza conoscere quello che, anche a questi, è costato il successo in logorio fisico e morale. Chi vive qui da molto tempo finisce col persuadersi come ognuno di quelli che hanno attraversato l’oceano che avrebbe fatto assai meglio a restare a casa propria. Anche economicamente, il che costituisce l’ironia suprema della situazione. La ricca America non ha mai offerto alla maggior parte degli emigranti quello che con minor stento avrebbero potuto raggiungere in patria. Nulla meglio della crisi ha messo in evidenza queste realtà che si agitavano come sensazioni confuse nella coscienza di ogni immigrato». Amerigo Ruggiero [La Stampa 28/12/1931]