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 1931  dicembre 07 Lunedì calendario

Aspetti della crisi

New York, La crisi ha avuto finora un episodio pittoresco: la «marcia della fame» a Washington nel giorno dell’apertura del Congresso. I cosiddetti “affamati” s’erano partiti parecchie settimane prima da Chicago, da Boston, da Buffalo, da St. Louis. Viaggiando in camions e in automobili e raccogliendo reclute per la strada, in numero di 1200 uomini e donne, bianchi e negri, avevano puntato su Washington. Dicevano di rappresentare 12 milioni di disoccupati e sulle loro bandiere c’erano delle scriite come queste: «Abbasso il Governo della fame!». Giunti nei dintorni della città furono ricevuti da una scorta di Polizia e fu dato loro cibo e ricovero nel quartiere generale della «Salvation Army» e in quello di un reggimento di Fanteria di Marina. Quando si aprì il Congresso, gli «affamati», non avendo potuto mandare una delegazione ad esprimere direttamente i loro desiderata al legislatori e al Presidente, si contentarono di tenere un «meeting» dove riaffermarono le loro richieste di un immediato aiuto finanziario e dell’assicurazione per la disoccupazione. Il giorno seguente, dopo aver consumato un’appetitosa colazione provveduta dai commercianti e dalle organizzazioni filantropiche della città, i componenti del corteo ripartirono. A dir la verità, una certa apprensione s’era diffusa nei circoli della capitale alla prima notizia della «marcia della fame», perché non si conosceva quali proporzioni avrebbe assunto e se ne temevano scoppi di gravi violenze. Straordinarie precauzioni di polizia erano state prese: gruppi di agenti muniti di bombe a mano erano stati collocati tutt’attorno al Campidoglio, altri, armati di mitragliatrici, occupavano i principali punti strategici nelle adiacenze. Ma le temute violenze si limitarono al canto dell’Internazionale e grida di «vogliamo l’assicurazione contro la disoccupazione!». I giornali socialisti cercano di far passare la marcia come una vittoria e un fatto d’importanza storica che inizia una lotta ben più seria. Ma tutto il resto della stampa non ha esistato a definirla un gesto futile che non ha portato alcun contributo alla soluzione del tormentoso problema della disoccupazione. Gli «affamati» arrivarono a mani vuote e partirono a mani vuote. È verissimo. Ma ciò non impedisce a qualche organo conservatore di domandarsi preoccupato: è veramente finita? Che n’è degli 8 milioni di disoccupati che non vollero marciare al seguito del piccolo manipolo organizzato dai comunisti. Si attende la risposta delle personalità rappresentative della politica e della economia di questo Paese immensamente ricco, il cui dovere sarebbe di creare condizioni in cui ogni cittadino abbia il diritto di lavorare e di vivere dignitosamente e al sicuro. In quanto agli 8 milioni che non hanno marciato, la beneficenza pubblica cerca, per ora, di prenderne cura. Ma i bisogni sono tanto enormi e vasti ch’essa non può arrivare dappertutto. La cronaca delle grandi città riferisce casi così dolorosi di esseri umani nel più totale abbandono, che sembra impossibile possano verificarsi in un’epoca cosiddetta civile. Per limitarci alla città di New York, qualche mese addietro cento e diecimila persone avevano chiesto urgentemente lavoro per salvare se stessi e i figli dalla fame. In seguito alla domanda che non ammetteva dilazione, il “Comitato d’urgenza per il sollievo della disoccupazione” aveva letteralmente questuato di porta in porta per raccogliere diciotto milioni di dollari indispensabili a far fronte all’appello disperato di quelli che si vedevano sull’orlo di un precipizio oltre il quale nessun aiuto sarebbe stato più di giovamento. Ne furono raccolti diciassette e le suppliche delle organizzazioni di beneficenza perché la cittadinanza mettesse fuori l’altro milione divennero di un’insistenza lacerante. I diciotto milioni dovevano servire per i casi disperati, per coloro spinti lungo un sentiero senza uscita oltre il quale non v’è che la morte. E qualche cosa le somme raccolte hanno fatto. Bisogna riconoscere che quest’anno non c’è l’orrore delle “breach lines”, lo spettacolo atroce di file interminabili di uomini di ogni età e condizione sociali che per ore e ore, leggermente vestiti e senza pastrano, sotto la sferza del vento ghiacciato, aspettavano davanti all’entrata delle organizzazioni filantropiche la ciotola di brodo e la fetta di pane che li avrebbero mantenuti in piedi fino al giorno dopo. Era una vista che faceva dubitare di tutto l’edificio della civiltà presente. Quest’anno le agenzie cittadine di soccorso si sono preparate da lungo tempo perché il martirio di migliaia di infelici non si ripetesse. È vero che negli alloggi municipali la ressa è tale che quanti vi affluiscono debbono rimanere in linea per ore davanti all’ufficio prima di registrarsi. Ma siccome a dormitori sono stati adibiti alcuni enormi “docks”, quelli che vi chiedono ammissione attendono al riparo dal freddo. Per dare una idea di quanto quest’anno sia più diffusa la miseria ed intenso il bisogno di sollievo basterà conoscere che, mentre l’anno scorso furono usati per i dormitori municipali circa 410.000 letti, per i primi undici mesi dì quest’anno ne sono stati già usati 760.000 e si prevede che la cifra giunga a 900.000 per tutti i dodici mesi. Se alla situazione degli uomini senza lavoro è stato portato rimedio, il problema della donne, delle ragazze disoccupate e prive di ogni appoggio è assai più complicato. Generalmente, esse non ricorrono alla beneficenza pubblica. Per un residuo di orgoglio e di rispetto di se stesse rifiutano di diventare un numero nei dormitori pubblici. Si appigliano a mille ingegnose trovate per non giungere a quella ch’esse considerano la perdita completa di ogni dignità personale. Dormono fino in sei in una sola camera e si prestano scambievolmente gli ultimi articoli di vestiario loro rimasti. Non si conosce con precisione il numero delle donne sole messe faccia a faccia con la più nera miseria, ma si fa ascendere a molte migliaia. Cinque milioni di dollari sono stati messi a disposizione dalla città per venir loro in aiuto. Il che assieme ai 18 già raccolti e ad altri 16 che il Municipio e lo Stato di New York hanno destinato al sollievo dei disoccupati, porta la cifra totale delle somme disponibili a 39 milioni. Ma ne occorrono sessanta, il minimo indispensabile per salvare dalla fame, dalle malattie e dal suicidio il quarto di milione di uomini, donne e bambini che, secondo un calcolo recentissimo, hanno disperatamente bisogno d’aiuto. Essi aumentano a migliaia settimanalmente e non si sa se il resto della somma occorrente di potrà trovare. Il capo del “Comitato di Urgenza” dichiara che non ha mai riscontrato nelle classi lavoratrici una miseria e un avvilimento così grande, reale e terribile. Quelli che ricorrono per aiuto, dicono i rapporti degli uffici di assistenza, sono sprofondati fino al collo nella povertà, frequentemente nella più nera, amara miseria». Amerigo Ruggiero [La Stampa 6 gennaio 1932]