1 aprile 1911
Quando eravamo noi a bombardare la Libia

1 aprile 1911
• La popolazione totale della Tripolitania, escluso il
Fezzan, è di 523.716 abitanti, di cui 14 mila ebrei e qualche centinaio di
cristiani. Ci sono 330 mila sedentari, 115 mila seminomadi e 80 mila nomadi.
Gli stranieri non sono più di 5 mila. [Del Boca/2]
• Il territorio libico è governato dal 1835 dai sultani di
Costantinopoli. A Tripoli il capo è Hassuna Qaramli Pascià (la sua famiglia ha
governato la Libia per 124 anni), a Tarhuna regna Ahmed el-Mraied, il caimacam
(sottoprefetto) di
Fasato è Mohamed Fekini e la tribu degli Orfella è capitanata da Abd en-Nebi Belcher. I bey sono gli alti funzionari ottomani. Notabili come Ahmed Bessin bey, Nescia bey, Fethy bey, Gemal bey, Farhat bey, Chefik bey e Evan bey rispondono direttamente al Gran Visir di Costantinopoli. [Del Boca/2]
• Giacomo De Martino, capo gabinetto al ministero degli
Affari Esteri in visita a Tripoli: «Abbiamo attraversato tutto l’altipiano
cirenaico dove non vidi un’opera di sola di civiltà: non un fabbricato pubblico
che non sia o una casupola di terra o una semplice baracca (...), non un
ospedale, non un medico, non un pozzo oltre a quelli romani». [Del Boca/2]
• La Gran Bretagna si è installata in Egitto, a Cipro e a
Malta, mentre la Francia, dopo avere conquistato l’Algeria e la Tunisia, si sta
impadronendo del Marocco. L’Italia, rischia di rimanere esclusa dalla costa quindi aspira alla Tripolitania per conquistarsi anch’essa una colonia nel Mediterraneo. [CdS, 24/11/2005]

1 luglio 1911
Il Parlamento è in vacanza
12 agosto 1911
• «Secondo i turchi e molti arabi, il Banco di Roma è un
organismo creato e sovvenzionato dal governo italiano per preparare
l’occupazione della Tripolitania e non per fare operazioni bancarie e
diffondere l’influenza italiana. La prima prova è che il Banco cerca di
invadere, impadronirsi, sostituirsi a tutte le iniziative, a tutte le imprese,
a tutti gli affari. La sua attività è stata diretta a distruggere il piccolo
commercio, le piccole imprese, fossero esse di arabi o di italiani» Rapporto di
Enrico Insabato, funzionario di polizia, a Giolitti (era anche il suo
confidente).
• «La Tripolitania è una regione mineraria. Vi si trova
dello zolfo, del ferro, del carbone e delle saline. Queste miniere non sono
state sfruttate della autorità ottomane che non accordavano ad esse alcun
interesse, ma ne concessero lo sfruttamento ai privati» (Mohamed Fekini). [Del
Boca/2]
19 agosto 1911
• Carlo Galli, reggente il consolato generale di Tripoli:
«Fiaccata la resistenza della guarnigione di Tripoli, cadono le piccole
guarnigioni, né dovrebbe far in nessun caso timore l’appello alla guerra santa.
Le popolazioni della costa non vi aderirebbero in nessun caso, perché hanno
troppo sott’occhio l’esempio di quello che può fare un governo europeo. E le
tribù che forse potrebbero udire un tale appello sono povere, disarmate o
lontane, troppo perché possano essere considerate temibili». [Del Boca/2]

• L’unica località dotata di fortificazioni costiere è
Tripoli, ma i cannoni hanno un calibro che va dai 90 ai 240 mm e non possono
competere con i 305-340 mm delle corazzate italiane. [Del Boca/1]
22 settembre 1911
• Rimpatrio di 150 italiani che
vivevano a Tripoli.
• Telegramma del ministro degli Esteri Di San Giuliano a
Giolitti: «La Divisione di stato Maggiore mi ha fatto presente che occorrerebbe
prendere una decisione circa i corrispondenti di giornali che certamente
domanderanno di accompagnare la spedizione. Certo dal punto di vista del
successo delle operazioni militari, che è il più importante, la presenza di
giornalisti è un inconveniente grave».
24 settembre 1911
• Sono sulle acque di Tripoli gli
incrociatori Pisa e Amalfi.

• Giolitti chiede che il re
autorizzi il governo ad inviare un ultimatum alla Turchia. La sera stessa
l’autorizzazione del re arriva a Roma: «Mi associo suo modo di vedere e di
agire come meglio nell’interesse del paese».
25 settembre 1911
• Il Gran Visir Hakki pascià convoca
De Martino e gli domanda per quale ragione deve entrare in conflitto con un
paese che tanto ama.
• I socialisti riuniti a Bologna
proclamano uno sciopero generale contro la guerra per il 27. Raccomandano però
ai lavoratori di «essere disciplinati e di non astenersi dal lavoro per più di un
giorno così da non rafforzare “le correnti militaresche e la reazione”»
[Candeloro7].
26 settembre 1911
• L’incaricato d’affari turco dice a San Giuliano che il suo governo è disposto a concessioni economiche pur di evitare la guerra. Ci sono pressioni da parte tedesca perché si apra un negoziato. Ma ormai è troppo tardi. La notte parte l’ultimatum in cui si chiede alla Turchia di consentire entro ventiquattr’ore l’occupazione di Tripolitania e Cirenaica. Alle potenze europee viene inviata la seguente nota: «Il Governo commetterebbe una colpa gravissima ed irreparabile
verso gli interessi politici ed economici del paese se non agisse in modo da
risolvere la questione di Tripoli in una maniera consona ai vitali interessi
dell’Italia nel Mediterraneo».
[Leggi il testo dell’ultimatum]
• Forzando con astuzia il blocco
italiano, entra nel porto il piroscafo turco con un carico di orzo, munizioni e
fucili Mauser. Questo fatto fa cambiare idea a Galli sui rapporti di
non-inimicizia tra turchi e arabi. Subito invia un telegramma a Roma. [Del
Boca/1]
27 settembre 1911
• A Costantinopoli ulteriore tentativo di
mediazione dell’ambasciatore tedesco, Marschall von Bieberstein.
• A scaglioni la flotta italiana
salpa verso le coste libiche. Le divisioni comandate da Aubry si muovono verso
la Cirenaica, per far fronte alla paventata minaccia turca.
28 settembre 1911
• La nave Hercules, fatta partire da
Galli alla volta di Siracusa, trasporta altri 500 membri della colonia
italiana.
• Il testo dell’ultimatum italiano raggiunge De Martino alle
2 del mattino, nonostante le poste turche abbiano cercato di boicottarlo. Alle
14.30 l’incaricato d’affari lo consegna al Gran Visir, a Istanbul. La Turchia
ha 24 ore per decidere.
• Il documento «non conteneva che vaghe lagnanze, nessuna
delle quali poteva costituire un casus belli». L’ultimatum viene respinto. [Leggi il testo dell’ultimatum]
• Il socialista Gaetano Salvemini lancia questo
attacco: «Anche ammessa l’ipotesi che il Banco di Roma sia andato a Tripoli
d’intesa col governo italiano, questo non vuol dire che debbano essere gli
amministratori del Banco di Roma e il Corriere d’Italia ad indicare il come e
il quando di una conquista militare al governo italiano. Il quale può avere
sottomano oggi elementi di giudizio che lo consigliano nell’interesse della
nazione a
modificare la politica che credeva buona in quel momento in cui autorizzava il
Banco di Roma ad andare a Tripoli». [Del Boca/1]
29 settembre 1911
• L’agenzia Stefani dirama questo
comunicato ufficiale: «Non avendo il Governo ottomano accolte le domande
contenute nell’ultimatum italiano, l’Italia e la Turchia sono da oggi, 29 settembre
1911, alle ore 14.30, in stato di guerra».
• La guerra è stata dichiarata senza la ratifica del Parlamento, ancora in vacanza.
• La Luigi di Savoia riceve l’ordine di non compiere
ancora alcun atto di guerra per rispettare gli interessi di Austria, Russia e Grecia. Ma
alle 14.00 le siluranti della Luigi di Savoia, comandata del generale Biscaretti, sparano
i primi colpi di cannone contro due unità turche che stanno uscendo dal porto di
Prevesa (Grecia), soggetta ai turchi. Dura la protesta di Vienna.
30 settembre 1911
• Galli si imbarca sul Castlereagh, piroscafo inglese, con gli ultimi
165 italiani alla volta di Siracusa.
ottobre
1911
• Al Cairo, Enrico Insabato,
denuncia: «Sua Altezza Omar Pascià Toussoun ha inviato a Tripoli viveri e
munizioni da guerra». [Del Boca/1]
1 ottobre 1911
• Giolitti, in merito allo scontro
navale del 29 settembre: «Aehrenthal, ministro degli esteri austroungarico, il 1° ottobre, disse al nostro
ambasciatore D’Avarna che tali operazioni erano in flagrante contrasto con le
nostre promesse di localizzare la guerra nel Mediterraneo». Tuttavia rassicura il
re e le potenze europee che non vi sarebbero state altre azioni contro Prevesa
o altri porti turchi.

• Il socialista Filippo Turati, che appoggiava Giolitti,
nell’editoriale di Critica sociale, ammette di aver commesso un errore di
valutazione sul suo conto. Definisce vergognoso l’ultimatum italiano: «Non prevede alcuna
alternativa».
[Leggi il testo dell’ultimatum]
2 ottobre 1911
• L’ammiraglio Faravelli tenta un
negoziato con Ahmed Bessim bey per la resa della città di Tripoli. Ma il bey non può
prendere decisioni senza ordini da Costantinopoli. Tripoli viene abbandonata da
Nesciat bey con il grosso della guarnigione. Restano solo gli artiglieri nei
forti.
3 ottobre 1911
• Dalle 15.30 alle 18.10 Tripoli viene bombardata dalle squadre
navali degli ammiragli Faravelli e Borea Ricci. I forti turchi sono demoliti
dalla flotta italiana.
• Il fuoco viene aperto contro le
fortezze di Tripoli, poi contro i forti di Sultana e Hamidié, le batterie del
Faro e quelle del Molo (la flotta italiana comprendeva, fra corazzate,
incrociatori, caccia e naviglio, più di venti navi).

• Per la prima volta Nesciat bey
riceve da Costantinopoli l’ordine di resistere dall’interno delle
fortificazioni costiere. Nel caso non sia possibile, ripiegare, ma continuando
la difesa del paese.
• La Sublime Porta, palazzo del Gran Visir, prega Alberto
Theodoli, fondatore del Banco di Roma di Costantinopoli, di portare a Roma questa proposta di compromesso: 1) l’Italia potrà
occupare e amministrare la Libia, conservando però al Sultano la sovranità del
paese; 2) versamento, da parte dell’Italia, di 10 milioni di lire turche a
titolo di indennizzo. Si tratta di ciò che Giolitti e Di San Giuliano hanno da
tempo auspicato: il protettorato.
• Poco prima dell’inizio dei
bombardamenti, Fethy bey arriva a Tripoli a bordo di un piroscafo francese. Gli
italiani non lo fanno sbarcare.
• Il corpo di spedizione (34mila
uomini e 72 cannoni) lascia Napoli e salpa alla volta di Tripoli. A salutarlo, dalla
banchina del porto, il re Vittorio Emanuele III [Del Boca 1 e 2]
4 ottobre 1911
• La convenzione del 4 novembre sanziona
la cessione francese di parte del Congo alla Germania, in cambio del
protettorato sul Marocco.
• La prima città libica a cadere è
Tobruk. I turchi si ritirano.
• Il generale Luigi Cadorna al figlio Raffaele: «Credo ci
sarà una spedizione da ridere che si ridurrà ad una presa o poco più. La
Turchia mollerà appena lo potrà fare con qualche dignità». [Del Boca/2]
5 ottobre 1911
• Il cacciatorpediniere Artigliere entra nel porto di San Giovanni di
Medua (Albania). Lo comanda Biscaretti, che vuole ispezionare due navi neutrali, sospettate
di essere cariche di armi. La ricognizione è infruttuosa ma la reazione dei
turchi non si fa attendere. Il combattimento avviene nel porto. Questo scontro
scatena una protesta da Vienna e Giolitti si infuria con il comandante.

• Il corpo di spedizione è ancora in
viaggio. Pertanto Faravelli con i suoi 1.715 marinai decide procedere con l’occupazione di Tripoli. Lo
sbarco ha inizio alle 15 e alle 17 si conclude. Ci mette due ore, non ci sono
incidenti. [Del Boca/1]
6 ottobre 1911
• Giolitti, spazientito per i fatti di Medua, invia al
ministro della Marina, Pasquale Leonardi Cattolica, un telegramma nel quale
chiede che sia ordinato a Biscaretti di astenersi da qualsiasi operazione, pena
il richiamo a Roma.
• In un secondo telegramma Giolitti
chiede a Leonardi Cattolica che a Biscaretti sia tolto il comando. L’intervento
di Giolitti blocca per sempre l’attività navale nelle acque dell’Adriatico.
[Del Boca/1]
7 ottobre 1911
• Giolitti tiene un discorso al
Teatro Regio di Torino. Annuncia: «Vi sono fatti che si impongono come una
fatalità storica alla quale nessun popolo può sottrarsi senza compromettere in
modo irreparabile il suo avvenire. In tali momenti è dovere del governo di
assumere tutte le responsabilità perché una esitazione o un ritardo può segnare
l’inizio di una decadenza politica, producendo conseguenze che il popolo
deplorerà per lunghi anni, e talora per secoli».

• Proclama di Borea Ricci, governatore
provvisorio: «Vi diamo, cari abitanti, la nostra sacrosanta parola di
governatore generale, che non lasceremo nessun mezzo intentato allo scopo di
portare il massimo rispetto, i più grandi riguardi, al sesso femminile; poiché
se mai ci fosse un temerario che si azzardasse a toccare il vostro onore,
sappia che avrà leso il nostro onore. (…) Voi siete ormai nostri figli. Avete
come noi gli stessi diritti di tutti gli Italiani dai quali non è lecito
distinguervi. Gridate dunque con tutti i nostri fratelli d’Italia: “viva il Re,
viva l’Italia”».
• «Ben presto gli abitanti di
Tripoli si resero conto che non soltanto gli italiani non li trattavano come “figli”
o “fratelli”, non soltanto mancavano di rispetto alle loro donne, ma non
avevano alcuna intenzione di spartire il potere con essi o di riconoscere loro
le cariche e i rispettivi compensi concessi a suo tempo dall’amministrazione
ottomana». [Del Boca 1 e 2]
8 ottobre 1911
• Gabriele D’Annunzio pubblica sul
Corriere della Sera Le dieci canzoni delle gesta d’oltremare. Pura propaganda.
• Nella notte tra l’8 e il 9, turchi
e arabi attaccano alla sorgente di Bu Meliana (nelle vicinanze di Tripoli), ma i cannoni delle navi e la
scarsa intesa degli aggressori fanno fallire l’azione.
• I militari italiani hanno
un’uniforme grigio/verde per tutti i reparti del Regio Esercito. Le dimensioni
del berretto sono identiche al modello 1895: forma cilindrica, sul davanti
misura 7,2 cm di altezza, mentre nella parte posteriore 9 cm. Il sottogola,
munito di due passanti a punta, e la visiera di forma circolare di dimensioni
ridotte e spiovente in avanti sono in cuoio grigio/verde. Il sottogola è
fissato al berretto tramite due bottoni lisci in metallo brunito. I gradi sono
posti al di sopra di una soprafascia in tessuto. È confezionato in cavalry
twill, un cordonato di lana, internamente foderato di tela color grigio cenere,
con un marocchino in pelle tutto intorno al bordo interno. Il fregio è in filo
argentato per gli alpini e dorato per gli artiglieri, così come i gradi.
[glialpini.com]
• I fanti hanno in
dotazione fucili a ripetizione Mannlicher-Carcano modello 91 e 162 cartucce; i
mitraglieri, le americane Maxim.
• Il rancio dei
militari è così composto: pane, 150 grammi di pasta o riso, 375 grammi di
carne, formaggio (tre volte la settimana), vino, caffè, tabacco, sigari e
limoni. [Del Boca/1]
10 ottobre 1911
• Concentramento ad Augusta (Sicilia) delle
navi da trasporto che si apprestano a fare rotta verso l’Africa.
11 ottobre 1911
• Sbarco del corpo di spedizione a
Tripoli.
12 ottobre 1911
• Le operazioni di sbarco
continuano. Sulla spiaggia di Tripoli si ammassano merci, munizioni, animali.
• I marinai di Cagni vengono
reimbarcati.
• Il generale Caneva, comandante in
capo delle forze italiane, si insedia nel vecchio castello turco.
13 ottobre 1911
• Il colera fa la prima vittima
italiana, un marinaio. L’infezione viene dai pozzi e dai datteri. [Del Boca/1]
14 ottobre 1911
• Parte la spedizione aerea: meglio
conosciuta come “Flottiglia
Aeroplani di Tripoli” è composta da 11 piloti, 30 uomini di truppa con un
sergente e 9 aeroplani. Tra questi: Giulio Gavotti, 29 anni, di Genova
(brevetto di pilota il 3 dicembre 1910); Carlo Piazza, 40 anni, di Busto
Arsizio (brevetto di pilota il 30 giugno 1911), Riccardo Moizo, 34 anni di
Cuneo e Giuseppe Rossi, 30 anni di Piacenza (brevetto di Pilota in autunno del
1910) [Aerostoria.it]

15 ottobre 1911
• La flotta aerea arriva a Tripoli.
16 ottobre 1911
• Occupata Derna (Cirenaica).
17 ottobre 1911
• La città di Homs, a cento chilometri
da Tripoli, viene bombardata per tre giorni.
18 ottobre 1911
• Bengasi, capitale del vilayet, 22 mila abitanti, viene occupata.
• Fethy bey raggiunge Aziza,
quartier generale di Nesciat bey.
19 ottobre 1911
• 5.000 soldati agli ordini dei
generali Briccola e Ameglio sbarcano tra Punta Giuliana e Punta Buscaiba e
avanzano, protetti dal fuoco delle navi, verso la caserma della Berca. Ameglio
incita i suoi uomini in siciliano: «Picciuotti, i cutieddi amanu: Viva Savoia!».
[Del Boca/1]
20 ottobre 1911
• Telegramma di Giolitti a Di San
Giuliano: «È cosa molto importante per l’effetto morale in Italia che le
notizie ufficiali siano più che possibili complete e giungano molto prima a noi
di quelle di fonte privata. La prego perciò di fare si che l’Agenzia Stefani,
la quale agisce in tutto sotto la mia direzione, abbia le notizie prima di
tutti». [Del Boca/1]
• Barzini, inviato del Corriere della Sera, al suo direttore Albertini: «Io passo alle volte dieci, dodici ore a cavallo, percorro il fronte anche due volte quando vi sono i combattimenti, torno alla sera, faccio dei lunghi dispacci per accorgermi due giorni dopo, che, mentre la censura militare mi approva, la censura di Roma mi ha demolito tutto. È da impazzire di rabbia». L’ufficio stampa e censura di Roma è nelle mani di Mario T. Caracciolo. [Del Boca/1]
21 ottobre 1911
• La Santa Sede condanna la guerra e
deplora quelli che la qualificano come “santa”.
• Homs viene occupata. Il ritardo è
dovuto alle condizioni del mare che ne impedivano lo sbarco.
• A questo punto sono state conquistate Tripoli, Homs, Bengasi, Derna e Tobruk. A Tripoli c’è il capitano di vascello Cagni, a Bengasi il generale D’Ameglio.
22 ottobre 1911
• Mohamed Fekini, Suleiman el-Baruni
e il deputato Farhàt bey sono riusciti a radunare e ad armare 10 mila arabi
berberi che, nella notte, si sono spostati da Gargaresc a Sugh el-Guimaa (a 5
chilometri da Tripoli) senza che gli aerei da ricognizione Blériot e Farman
potessero accorgersene. [Del Boca/2]
• Galli scrive a Mario Lago per
lamentarsi di Caneva: «La situazione qui adesso non mi piace. Altrettanto piena
di slancio e di ardimento è la marina, quanto è ora lento e indeciso
l’esercito. (…) Se subito si fosse osato, come aveva saggiamente proposto la
marina stessa, forse a quest’ora di esercito turco non si parlerebbe più, e gli
arabi dell’interno (...) sarebbero senz’altro con noi».
23 ottobre 1911
• Il capitano Carlo Piazza, alle
6.10 del mattino, dalla spiaggia di Tripoli si alza in volo con il suo Blériot
e compie la prima
missione da guerra aerea nella storia dell’aviazione; la ricognizione, che dura
70 minuti, gli permette di avvistare
il quartier generale turco. Riccardo Moizo, in volo con un Newport, non vede
invece alcun obiettivo militare.

• Gli arabi e i turchi si sono
posizionati su un fronte a forma di linea curva che va da al-Hamanji a Henni e
a Sugh el-Giumma per evitare le linee di difesa italiane che si sono disposte
a semicerchio attorno a Tripoli. Il primo attacco dei turco-arabi viene
lanciato alle 7 del mattino contro l’ala destra dello schieramento italiano,
tra il forte Sultania e la strada per Gargaresc. Si tratta però solo di un
diversivo: il vero attacco inizia alle 7.45, contro i bersaglieri dell’11°
reggimento, che stanno al lato sinistro del dispositivo di difesa, ovvero tra
forte Mesri e Sciara Sciat. A combattere nell’oasi ci sono anche donne, bambini
e vecchi: una vera e propria insurrezione popolare. La stessa che Galli aveva
escluso.
• «I nostri combattenti hanno
rivelato molto coraggio, hanno sfidato tutti i pericoli, incuranti dei cannoni
(...) Sfortunatamente non erano organizzati e ignoravano la disciplina
militare. Per mettere ordine nei ranghi abbiamo nominato un capo tribu»
(Mohamad Fekini).
• I Bersaglieri della 4° e 5°
divisione vengono attaccati anche da dietro e, presi tra due fuochi, non
rispondono più ai comandi. Tentano di aprirsi un varco verso Tripoli e si
disperdono prima di essere abbattuti uno dopo l’altro: «Qualche reparto invocò
la resa ma gli arabi non fanno prigionieri».

• Felice Piccoli, uno dei pochi sopravvissuti
al massacro: «I nostri morti giacciono insepolti. Alcuni sono inchiodati a
piante di bambù (...), ad altri hanno cucito gli occhi, molti sono stati
decapitati, evirati, squartati [...]». [Felice Piccoli Diario di un
bersagliere Il
Formichiere, Milano 1974].
• I combattimenti su tutti i fronti
si spengono intorno alle 17. Gli arabi dopo il tramonto non combattono.
• I morti accertati a Sciara Sciat
sono 21 ufficiali e 482 uomini di truppa.
• La sconfitta non si trasforma in
disastro solo perché la furia degli arabi si attenua da sé e gli italiani riescono pian piano a riprendere il sopravvento sugli indigeni. A Tripoli, specie
al mattino, si diffonde il panico, si spara anche in città.
• Inizia la caccia all’arabo,
seguita da tre giorni di esecuzioni capitali e deportazioni in luoghi di pena
italiani (decisione voluta da Giolitti). «Non si conobbe mai con precisione il numero degli arabi uccisi nella repressione, ma le testimonianze degli osservatori sono concordi nel giudicarlo molto elevato. Giuseppe Bevione, "Come siamo andati in LIbia", parla di di più di mille morti» [Candeloro7]
• I giornalisti stranieri (del
Westmnister Gazzette, Daily Mirror, Morning Post e Lokal Anzeiger), indignati
dai massacri (circa 4 mila morti finora), restituiscono la tessera al generale
Caneva e abbandonano la Libia. [Vedi il due novembre]

• Edoardo Lanino: «Il 23 ottobre si
trovano in rada numerosi vapori che gli indigeni si rifiutano di scaricare. Il
generale Caneva ricorre al Belli; questi arma 60 dei suoi fidi cammellieri
arabi (gli “Ascari Belli”) ed in poche ore cattura nell’oasi mille indigeni; ne
sceglie 300 atti alla bisogna e con essi effettua prontamente lo sbarco di ben
16 vapori». [Del Boca 1 e 2]
24 ottobre 1911
• Giolitti, nel ricevere il confuso
rapporto di Caneva, in cui si parla di 6 morti e non degli effettivi 500, gli
invia questo dispaccio: «Dal suo telegramma non si capisce come sia proceduto
il combattimento nel quale si sono subite le perdite di ufficiali e soldati da
lei indicate. È necessario avere indicazioni precise, complete, per poter
impedire false notizie in Italia e all’estero, dove potrebbe essere considerata
come una sconfitta nostra, cosa che produrrebbe un grave nostro discredito». [Del
Boca/1]
25 ottobre 1911
• Chierici vede imbarcare 1.500
prigionieri sul piroscafo Nilo. Nei giorni successivi gli arabi vengono condotti in luoghi
di detenzione.
26 ottobre 1911
• Nuovo attacco arabo-turco contro
il fronte meridionale italiano, tra Bu Meliana, Sidi Messri e l’altura Henni.
Verso le 8 gli arabo-turchi riescono ad aprirsi un varco e ad impadronirsi della
casa di Gemal bey. Si combatte per più di tre ore. Forti perdite da entrambe le
parti. Poi le forze comandate da Nesciat bey iniziano a ripiegare sotto le
bombe degli italiani che arrivano da mare e da terra. Chierici: «Le pattuglie
ebbero l’incarico di stendere sul deserto un velo definitivo di morte: dopo
poche ore non vi erano che cadaveri al di là delle trincee». [Del Boca/1]
Bilancio della battaglia: 2mila uccisi, 4mila feriti, 500 prigionieri, 23
cannoni, mille fucili e 2 bandiere prese al nemico. [La Stampa, 29/10/1911]

28 ottobre 1911
• Ad Homs, dal 23 ottobre, un migliaio di arabi combattono
al fianco di 500 turchi di Chefik bey. Hanno riconquistato l’altura di
El-Mergheb (finora occupata dal colonnello Maggiotto).
• Caneva non è in grado di mandare rinforzi ad Homs. Pollio
chiede di ritirare il presidio di Homs per concentrarlo a Tripoli.
• Due giorni dopo la battaglia di Sidi Mesri, Caneva ordina l’arretramento
del fronte orientale. A Tripoli e in Italia si registrano sentimenti di delusione
e stupore. [Del Boca/1]
• Felicitazioni del re alla Marina e
all’Esercito. [La Stampa, 29/10/1911]
29 ottobre 1911
• Giolitti invia un telegramma a
Caneva nel quale descrive lo sconcerto che si prova in Italia per la mancanza
di notizie in merito ai fatti del 23 e del 26. [Del Boca/1]
30 ottobre 1911
• Caneva aveva preannunciano alle
isole Tremiti l’arrivo di 400 prigionieri arabi. Invece ne fa imbarcare 3.425.
Verranno dislocati in altri venticinque penitenziari (tra cui Ustica, Ponza,
Gaeta e Favignana).
• Nelle carceri vivono con 600
grammi di pane e una gavetta di minestra, dormono ammassati sulla paglia e
muoiono di colera. [Del Boca/2]
31 ottobre 1911
• In provincia di Caltanissetta, 10
mila contadini hanno aderito alla Società Cooperativa Siciliana, per la
colonizzazione agricola di Tripoli e Cirenaica.
• Il ministro Di San Giuliano ha
avuto contatti con l’Istituto agricolo coloniale di Firenze, e ha affidato loro
«gli studi e gli esperimenti che dovranno a suo tempo praticarsi per la messa
in valore della Tripolitania e della Cirenaica». [Del Boca/1]
Vedi tutto quello che c’è dopo