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 1964  agosto 21 Venerdì calendario

“Un disegno fallito”

Il grande disegno politico di Palmiro Togliatti fu quello di conquistare il potere al partito comunista con un metodo quasi indolore. Altrove, i comunisti avevano stabilito la dittatura del partito attraverso il dramma della rivoluzione violenta oppure per la pressione diretta o indiretta dell’esercito sovietico.

Palmiro Togliatti (Archivio Farabola)Togliatti aveva capito che in Italia, dalla guerra in poi, tutt’e due queste vie erano chiuse perché le forze rivoluzionarie erano troppo deboli e l’esercito sovietico non avrebbe sfidato la potenza americana. Allora ricorse al «metodo indolore», cioè alla manovra parlamentare, alla campagna politica, alla demagogia elettorale, lasciando svolgere appena quel tanto di violenza di piazza che serviva a mantenere un minimo di entusiasmo e di combattività senza far correre al partito il rischio di una repressione, dalla quale sarebbe uscito disfatto. Qualche incidente, qualche scontro con la polizia, qualche morto ogni tanto servivano al suo disegno, ma un’insurrezione gli sarebbe stata fatale. Nel luglio 1948, quando Togliatti stesso fu ferito gravemente a Roma da uno studente squilibrato, estremista di destra, la preoccupazione immediata dei suoi compagni fu di trattenere i militanti che già scendevano nelle piazze per vendicare il loro capo, vittima di un complotto che non esisteva.Attentato a Palmiro Togliatti del 1948

Così, questo grande burocrate della III Internazionale, che si vantava giustamente di essere un discepolo di Stalin, divenne un parlamentare, anzi il capo dell’opposizione parlamentare. E applicò le tecniche organizzative e agitatorie che aveva imparato a Mosca, non per prendere d’assalto il potere, ma per infiltrarsi in esso grado a grado, un po’ con la minaccia, molto con l’astuzia. Bisogna anche dire che le sue qualità personali e il suo temperamento lo portavano più verso questa cauta tattica che non a gesti impulsivi. A trascinare combattenti sulle barricate con la forza dell’eloquenza come Danton e Trotzki, non sarebbe riuscito. Alla Camera, invece, faceva buona figura: conoscitore scrupoloso dei problemi, padrone della procedura e degli usi parlamentari, uomo colto anche fuori della letteratura marxistica, se il suo destino fosse stato diverso, si sarebbe trovato più a suo agio sui banchi della Camera dei comuni che non sulle tribune dei comizi popolari. Ma il suo vero regno non era tanto nell’aula di Montecitorio quanto nelle manovre interne di partito. La base della sua forza era qui.

Per più di quindici anni prima della caduta del fascismo, per più di vent’anni dopo, ossia per quasi un quarantennio, Togliatti ha tenuto in mano il suo partito attraverso tutte le avventure, i drammi, i rivolgimenti, le contorsioni del comunismo internazionale. Diffidava di Stalin quando l’opposizione contro di lui non era ancora vinta, o almeno così diceva agli amici di Trotzki (si veda la dotta biografia del compagno di Lenin, opera di Isaac Deutscher). Ma fu stalinista dopo, per venticinque anni fino a quando, morto Stalin, fu costretto da Kruscev a correre nelle file dell’antistalinismo opportunistico.Mosca. Congresso del Pcus all’insegna del rapporto di Nikita Kruscev che accusa Stalin (Archivio Farabola)

Tutte queste manovre (l’ultima specialmente) poterono logorare il suo prestigio, ma gli permisero di mantenere il dominio del partito. Quando, in un drammatico comitato centrale di tre anni fa, un gran numero di dirigenti comunisti insorse contro il proprio capo,  contestandogli vivacemente le conseguenze che dovevano avere sul Pci le conclusioni del congresso sovietico, Togliatti definì quell’adunanza come «una riunione di agitati» e si preparò a domare le velleità di ribellione. Presto, la sua incontrastata prevalenza venne ristabilita. Come, non sappiamo. Ma il risultato è chiaro. I revisionisti finirono per accettare l’interpretazione di comodo che del richiesto ruinnovamento dava Togliatti oppure furono accantonati. Gli ultimi e ingenui fedeli di Stalin e della fraternità con la Cina vennero estromessi o impediti di agire.

Il dominio del partito, l’abile manipolazione degli uomini e delle correnti con la concessione di grazie e favori, di cariche e canonicati, dovevano servire per formare un docile strumento di conquista del potere. Ma, nelle condizioni italiane, la conquista del potere era possibile solo con la manovra politica e parlamentare. E se era escluso che i comunisti potessero raggiungere da soli la maggioranza nelle due Camere, bisognava ricercare la formazione di vaste alleanze che il partito con la sua disciplina, il suo seguito nei sindacati e nella piazza, le sue risorse di propaganda potesse dominare. Questa era la logica della condotta di Togliatti come capo partito. L’ha sempre seguita prima e dopo Stalin, anche se gli accenti, i toni, gli atteggiamenti particolari sono stati di volta in volta diversi: più aggressivi quando il vecchio dittatore sovietico era vivo e la guerra fredda infieriva, più pacati e penetranti dopo.

Ma quella logica copriva una serie di contraddizioni sostanziali. Un partito organizzato e condotto con metodi autoritari, che aveva sempre ricercato la propria ispirazione in Paesi e governi senza libertà, offriva alleanza a movimenti che facevano della libertà politica il proprio fondamento. Un partito che esaltava i persecutori della Chiesa offriva di coalizzarsi col movimento cattolico giungendo fino a votare l’articolo 7 della Costituzione, ossia una norma francamente clericale. Il socialismo in Italia, pensava Togliatti, non si fa senza i cattolici. Ma allora la conclusione doveva essere, com’è stata, che quel socialismo in Italia non si sarebbe fatto.

Le contraddizioni di questa politica hanno isolato completamente il Pci facendogli perdere, da ultimo, l’unico alleato che fosse riuscito a tenere stretto per un buon numero di anni, cioè il partito socialista. Lo strumento potentissimo che Togliatti aveva pazientemente modellato, in diciassette anni di opposizione, non si è avvicinato al potere nonostante le parziali infiltrazioni che è riuscito a fare. Anzi, ne è più lontano oggi di quanto non ne fosse nel 1947, quando De Gasperi ruppe l’ambigua coalizione coi comunisti. Il risultato conclusivo della politica di Togliatti è di aver costretto a raggrupparsi intorno al movimento cattolico, per un moto istintivo di difesa, la maggioranza relativa degli elettori e, prima o poi, tutti i partiti costituzionali del nostro Paese.

Domenico Bartoli

[Cds 22/8/1964]