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 1951  gennaio 07 Domenica calendario

Re e regine ho fatto ridere

Avete mai osservato come diventano seri, gravi, accigliati, pensierosi coloro che si accingono a scrivere qualche cosa, magari un semplice appunto? Io, invece, quando prendo la penna fra le dita, pur facendo il viso allegro, sono assalito da un vago e remoto desiderio: quello di «frignare», così come mi accadeva da bimbo, quando tenendo la penna costruivo con l’indice della destra il ponticello sulla cannuccia, e la maestra mi somministrava una buona dose di secchi scappellotti. «Complesso di inferiorità dell’Io scolare incapace di liberarsi dall’incubo delle reprimende subite dal corpo insegnante». Così ha spiegato uno psicanalista. Basta, parliamo d’altro. Per esempio di quando, giunto all’età della ragione, commisi la prima cosa irragionevole, scritturandomi come attore drammatico in una compagnia di «guitti», sconosciutissima al piano, ma ben nota fra i monti, le vallate, e, starei per dire, i dirupi. Il pezzo forte di questa compagnia era quello di tutte le altre del genere: il dramma I due sergenti. Ma, dato l’esiguo complesso degli attori, per rappresentarlo, dovevamo aspettare che giungesse Antoniolo, un tipo specializzatosi nella parte dell’«Incognito»; quello che al terz’atto si rivela, dicendo: «Sono il vostro maresciallo!», e, aprendo il mantello, scopre il medagliere che gli sta sul petto. Antoniolo aveva aggiunto, a questo gesto, mercè lo scatto di una molletta, la fuoruscita di un folto pennacchio dal buco laterale del «cardanello», che teneva ben calcato sulla testa. Medagliere e pennacchio: effetto irresistibile. Egli rappresentava quel personaggio a turno in tutte le companie accampate nelle varie borgate. Ma senza preventivo impegno. Arrivava in bicicletta e chiedeva: «Avete recitato I due sergenti? No? Allora mi fermo». Altrimenti inforcava la bicicletta e proseguiva per altra piazza. Sempre come attore drammatico, da compagnie scalcinate passavo ad altre scalcinatissime. In una di queste ultime si rappresentava un dramma di tipo agreste, in cui agiva anche una gallina. Un bipede rattrappito e malinconico, al quale la compagnia si era affezionata, custodendolo gelosamente. Ma, che volete, la fame è stata, e sarà sempre, cattiva consigliera. Una bella sera si decise di sopprimere dal nostro programma artistico la commedia e di scaraventare in pentola il volatile. Quando, però, la gallina lessata venne al desco, in compagnia di un cavolo che aveva subìto la stessa sorte, lo credereste?, nessuno volle avvicinare ai propri denti quelle bollite membra. Fortuna che c’era il cavolo! Breve: la mia carriera di attore drammatico fu un fallimento. Non avendo in animo di abbandonare le scene, non mi restava che tentare le parti comiche, ed eccomi scritturato nel ’24 nella compagnia di riviste di Isa Bluette. Poi si sa come vanno queste cose, quando vanno: «Ma bravo Macario, l’ai imbroccata, ecc.». E dopo il successo di una «prima» si va a cena con gli autori, l’impresario, le ballerine, e con quei tipi che s’incontrano a tavola per la prima volta. Dopo una di queste cene, dove tutti i commensali si credevano invitati, il cameriere si presentò con una piccola bandierina bianca (il conto), e, agitandola, cercava di individuare chi la meritasse. Ad un tratto, la brigata, calice levato, gridò: «Viva Macario!». E, «pàffete», il cameriere mi refilò il conto, pensando certamente, se lui è il festeggiato, giusto che paghi. Ma io parai la botta, feci un gesto di repulsa per quella cara costellata di numeri, e gridai: «Viva Fiandra!» (l’impresario della compagnia). Questi, a sua volta, capita l’antifona, gridò: «Viva Giovanni!». Tutti si chiesero chi fosse questo Giovanni. E Fiandra spiegò trattarsi di un suo amico emigrato in America. Frattanto, con una scusa e con l’altra, ognuno se la squagliò dimenticando di sborsare la propria quota fissata dal trattore in lire 7,50 (altri tempi, neh?!), tutto compreso. Che fare? Presentai un concordato, che fu accettato: avrei pagato per tutti, ma a rate. Non ricordo più in quale libro lessi che il celebre attore francese Talma, durante le campagne napoleoniche, fu invitato dall’imperatore a recitare in Prussia, dinanzi a un «parterre de Rois» (tutti sovrani sconfitti; ma che tipo quel Napoleone, prima li batteva e poi li divertiva!). E pensai: chissà se un giorno non capiterà anche a me una faccenda simile. E a furia di pensarvi, avvenne che fui invitato a San Rossore per recitare La bella Gigogin, una commedia piemontese. La rimessa della villa reale, adibita a teatro, quella sera si trasformò in un autentico «parterre de Rois»: ché oltre a quelli d’Italia, c’erano anche i Sovrani di Bulgaria, e vari principi del sangue. Dissi: ci siamo. Caro Talma, siamo pari. La recita andò benone (chissà poi che cosa capiva re Boris del dialetto piemontese!); e fu allora che potei osservare i vari «tic» nervosi di Vittorio Emanuele III. «Tic» da Re, si capisce. Ma torniamo alla rivista: a questo spettacolo sconnesso e rutilante, dalla sbrigliata fantasia, dalle variopinte scene, dai luccicanti costumi, dalle frenetiche danze, dai melodiosi canti, ecc. Prima, però, devo dirvi che adoro Milano, dove mi furono maestri gli scrittori Veneziani e Mazzucato e l’attore Carlo Rota, l’ultimo epigone della «tecopperia» ferravilliana. Dunque, dicevamo, la rivista: in questo campo sono stato anche un fortunato lanciatore di stelle. Stelle del firmamento rivistaiolo, naturalmente. Citerò solo alcuni nomi fra i più noti: Wanda Osiris, Olga Willi, Marisa Maresca, Isa Barzizza. L’amo molto la rivista, io, ma ho anche un altro amore: il cinema. Quando a Parigi, per sette mesi consecutivi, tenne cartello il mio film Come persi la guerra, mi dissi: «Très bien, monsieur Macariò!». Ed ora penso di girare film per bambini dai cinque ai cinquant’anni. Credete a me, se ne sente il bisogno. Prima, però, bisognerà che sbrighi tutta la corrispondenza arretrata. Di lettere ne ricevo sempre a mucchi, e fra esse alcune molto carine, nella forma, nella sostanza un po’ meno. Figuratevi che un tale mi ha scritto chiedendomi un milione, ma non in prestito, di regalo! Giustificandosi, poverino: «Sa, se una volta si potevano chiedere le 50 o le 100 lire, oggi bisogna farsi coraggio e chiedere una cifra adeguata ai tempi!». Pazienza, se qualche signora decaduta ti domanda un paio di calze smesse dalle ballerine, anche se rattoppate. A richieste del genere, si può sempre far fonte. Ma, per i milioni, ohè, dico, ma che si scherza! [Erminio Macario, La Domenica del Corriere 7 gennaio 1951]