VARIE 21/1/2017, 21 gennaio 2017
APPUNTI PER GAZZETTA - ULTIME DALL’ALBERGO SEPOLTO REPUBBLICA.IT RIGOPIANO (PESCARA) - Si scava e si cerca senza sosta tra le macerie miste a neve e rocce dell’Hotel Rigopiano, ma da oltre mezza giornata non si hanno tracce di altri sopravvissuti
APPUNTI PER GAZZETTA - ULTIME DALL’ALBERGO SEPOLTO REPUBBLICA.IT RIGOPIANO (PESCARA) - Si scava e si cerca senza sosta tra le macerie miste a neve e rocce dell’Hotel Rigopiano, ma da oltre mezza giornata non si hanno tracce di altri sopravvissuti. È il giorno dopo la grande speranza, con il salvataggio di 9 persone, tra cui 4 bambini. Alcuni dei sopravvissuti sono stati estratti la scorsa notte, insieme a tre corpi senza vita. Il bilancio - l’ultimo aggiornato - parla di nove persone tirate fuori vive dalle macerie, cinque vittime accertate e 23 dispersi. Aumenta il bilancio dei salvati ma anche quello delle vittime. Si sentono rumori ma non voci, dice la Protezione civile: forse è la struttura dell’albergo che cede. Si scava in condizioni estreme e con cautela, per non mettere a rischio la vita dei soccorritori. Al centro coordinamento soccorsi di Penne, a 10 chilometri dall’hotel, la nebbia è fitta e bassa e la pioggia alterna momenti di diversa intensità. Questo rende più difficili le operazioni, che tuttavia non si fermano. Già dalla tarda mattinata gli elicotteri non si levano più in volo, probabilmente proprio per le condizioni avverse del meteo. La situazione è questa a quasi tre giorni dalla valanga che ha travolto l’albergo. La Protezione civile ha corretto le ultime dichiarazioni: non sono state individuate (al momento) persone vive da estrarre dalle macerie della valanga che ha travolto l’albergo. Nella corsa contro il tempo, cerca di dare una mano la tecnologia. Polizia e Finanza usano strumentazioni elettroniche per la geolocalizzazione dei cellulari. Hanno fornito informazioni fondamentali per salvare la vita ad alcuni dei superstiti. I SOPRAVVISSUTI I soccorritori hanno estratto nella notte due donne e due uomini feriti ma vivi, che si aggiungono ai quattro bambini e alla donna recuperati venerdì mattina. Si tratta di Gianfilippo e Ludovica Parete, i due figli dello chef pescarese ospite dell’hotel, Giampiero Parete, il 38enne che si è salvato subito dalla slavina con il manutentore Fabio Salzetta, ed è riuscito a dare l’allarme. Anche la moglie Adriana Vercerao è stata estratta viva dalle macerie. A questi vanno aggiunti altri due bambini: Samuel Di Michelangelo (per ora nessuna notizia dei suoi genitori Domenico Di Michelangelo e Marina Serraiocco, dati per vivi dal sindaco di Osimo, che poi si è scusato) e Edoardo Di Carlo. Poi c’è un gruppo di quattro persone individuate nella tarda serata di venerdì e salvati nella notte. Si tratta di Vincenzo Forti con la fidanzata Giorgia Galassi, Francesca Bronzi e Giampaolo Matrone. Quest’ultimo è stato sottoposto ad un intervento chirurgico ad un braccio. Il 34enne, residente in provincia di Roma è stato ora trasferito nell’Unità Operativa di Rianimazione del "Santo Spirito". Le sue condizioni, come hanno riferito i medici, sono discrete. Matrone ha raccontato di essere stato mano nella mano con la moglie, Valentina Cicioni, fino a quando i vigili del fuoco lo hanno salvato. "Le stringevo la mano e le parlavo per tenerla sveglia perché volevo che rimanesse sempre vigile. La chiamavo, poi a un certo punto non l’ho sentita più e ho capito che mi stava lasciando". Vicino a lui, Matrone ha raccontato di un’altra donna che non dava segnali di vita. Nel gruppo delle cinque persone salvate c’era, secondo quanto riferito dai soccorritori, Stefano Feniello, fidanzato di Francesca Bronzi. Ma di lui non si sa ancora nulla di certo, mentre la ragazza è ricoverata insieme agli altri nell’ospedale di Pescara. Le condizioni dei superstiti sono definite "buone" dal direttore sanitario dell’ospedale di Pescara, Rossano Di Luzio. Solo uno è in sala operatoria per un intervento chirurgico al braccio destro. Anche i quattro bambini "stanno bene" e non starebbero soffrendo le conseguenze dell’ipotermia. Certo, precisa il sanitario, il loro è "lo stato d’animo di chi ha vissuto un dramma ed è stato in condizioni precarie per molte ore". IL METEO Per quanto riguarda le vittime il bilancio ufficiale, come detto, è salito a cinque: tre uomini e due donne. Il cadavere di un uomo è stato recuperato dai soccorritori. Si tratta del terzo corpo senza vita estratto tra la notte e stamani. I tre morti accertati sono Gabriele D’Angelo e Alessandro Giancaterino, entrambi camerieri dell’hotel, e Nadia Acconciamessa, mamma del piccolo Edoardo Di Carlo, ricoverato in ospedale, e moglie di Sebastiano Di Carlo, ancora disperso. La morte di Gabriele D’Angelo, volontario della locale Croce rossa, ha sconvolto diversi soccorritori presenti nel centro di coordinamento allestito al Palazzetto dello Sport di Penne. L’INCHIESTA Il procuratore aggiunto di Pescara, Cerisina Tedeschini, e il sostituto Andrea Papalia hanno effettuato un sopralluogo presso l’hotel. I magistrati hanno aperto un’inchiesta, al momento senza indagati, per i reati di omicidio plurimo colposo e disastro colposo. Ieri erano stati sequestrati alcuni documenti in Provincia e in Prefettura: tra questi il Piano neve dell’ente e i bollettini meteo degli ultimi giorni. Nella stessa giornata era emerso che una turbina della Provincia era fuori uso. Sempre ieri, i magistrati avevano ascoltato diverse persone in qualità di testimoni. Il ristoratore Quintino Marcella che mercoledì pomeriggio, per primo, ha dato l’allarme per la slavina di Rigopiano, è stato sentito dagli agenti della Questura di Pescara. La deposizione è avvenuta ieri mattina ed è durata circa due ore. "Non ho fatto altro che raccontare quanto già noto. Hanno preso anche i dati identificativi del mio telefonino dai quali si potrà vedere a che ora e a chi ho fatto le telefonate per chiedere aiuto". La testimonianza. "Ho cercato di chiamare qualcuno fino a quando ha fatto buio. Ma nessuno rispondeva. Poi ha continuato a nevicare, è venuto giù un altro mezzo metro di neve. Era troppo rischioso rimanere là". Fabio Salzetta, il manutentore dell’hotel Rigopiano, racconta per la prima volta i momenti della tragedia. "Erano tutti raggruppati nella speranza di andarsene ma non avevamo paura, nessuno immaginava che potesse succedere una cosa così". Ma cosa ricorda? "Neve, neve e basta". Valanga su hotel, estratti vivi mamma e figlio: il momento del salvataggio Condividi I ringraziamenti. "Grazie di cuore a tutti, un abbraccio". Così Giampiero Parete ha risposto su Fb alle centinaia di messaggi di conoscenti e amici ma anche di sconosciuti che continuano ad arrivare sul suo profilo Fb dopo che i soccorritori sono riusciti a salvare sua moglie e i due figli dalle macerie dell’hotel Rigopiano. "Ciao zio". Sono le prime parole che Samuel Di Michelangelo, 7 anni, ha detto allo zio Alessandro, agente della Digos di Chieti, che ieri l’ha scortato con i soccorritori nell’ospedale di Pescara. "Gli ho chiesto ’vengono mamma e papà?’ - racconta l’agente - e lui ha fatto sì con la testa. Ma gli psicologi mi hanno subito bloccato, e spiegato che i bambini sotto shock possono annullare uno spazio temporale nella loro memoria". "Samuel ha trascorso la notte nell’ospedale di Pescara accanto alla nonna materna, sedato, e sotto la stretta tutela degli psicologi - ha aggiunto lo zio del bimbo - I medici ci hanno spiegato come comportarci: non dobbiamo fare alcun riferimento specifico alla tragedia, ma lasciare che sia il bambino a raccontare i fatti". "Mio fratello e mia cognata non compaiono nella lista dei superstiti, ma so che i soccorritori continuano a scavare, e voglio continuare a sperare: Domenico e la moglie erano, sono, molto apprensivi con il figlio, ’non andare lì, stai attento, non ti muovere’, spero che anche in quei momenti fossero vicini al bambino". LASTAMPA.IT È una corsa contro il tempo quella dei soccorritori che stanno lavorando senza tregua all’Hotel Rigopiano nel tentativo di individuare i 23 dispersi. Il bilancio provvisorio è di nove persone estratte vive, (quattro sono bambini) e cinque vittime (due ieri e altri tre dalla scorsa notte a questa mattina). Le presenze in hotel registrate in questura al momento della valanga erano di 22 ospiti e 7 dipendenti. A questi dovrebbero aggiungersi altre persone che non erano registrate ma che erano lì e porterebbero il totale a 35. La Protezione civile ha corretto le ultime dichiarazioni: non sono state individuate, al momento, persone vive da estrarre da sotto la neve. LE RICERCHE - Gli angeli del ghiaccio “Siamo commossi ma scaviamo ancora” Soccorso Alpino: ”Così cerchiamo le persone intrappolate nell’Hotel” LA MADRE CORAGGIO - “Grazie a tutti non ci speravo più” Il bilancio delle persone estratte vive Ai due sopravvissuti recuperati all’alba di giovedì - il cuoco Giampiero Parete e il “tuttofare” dell’hotel Fabio Salzetta - si aggiungono la moglie di Parete, Adriana, e il figlio Gianfilippo, salvati nella mattinata di ieri, e i tre bimbi recuperati nel pomeriggio: l’altra figlia di Parete, Ludovica, Edoardo Di Carlo e Samuel di Michelangelo. Nella notte sono poi state estratte vive altre quattro persone, due uomini - Giampaolo Matrone (lievemente ferito) e Vincenzo Forti - e due donne, Francesca Bronzi e Giorgia Galassi. Il salvataggio di Ludovica, Samuel ed Edoardo Medici: “Condizioni dei superstiti sono buone” Le condizioni dei nove superstiti, secondo il direttore sanitario dell’ospedale di Pescara, Rossano Di Luzio, sono «buone». Solo uno, Giampaolo Matrone è stato sottoposto a un intervento chirurgico al braccio destro. Il primario della Rianimazione di Pescara, Tullio Spina, a proposito di Samuel Di Michelangelo, 7 anni, ed Edoardo Di Carlo, 8, ha detto che «i bambini stanno fisicamente bene, hanno superato quella leggera ipotermia, ma psicologicamente sono provati». MEDICO RIANIMATORE - “Aria, cibo, acqua e compagnia. Così si può resistere” Estratti vivi madre e figlio dall’hotel LE INCHIESTE - Seconda inchiesta su allarme meteo e tempi dei soccorsi Le tre vittime identificate Il tempo della gioia e del sollievo e il tempo del dolore più cupo si sono alternati nelle lunghe ore di lavoro tra le macerie: perché tra le notizie confermate c’è anche l’identificazione delle prime tre vittime accertate del disastro: Alessandro Giancaterino, fratello dell’ex sindaco di Farindola e capo cameriere dell’hotel, Gabriele D’Angelo, cameriere e Nadia Acconciamessa, mamma del piccolo Edoardo Di Carlo, ricoverato in ospedale, e moglie di Sebastiano Di Carlo, ancora disperso. D’Angelo era anche volontario della Croce Rossa locale: tra i soccorritori ovviamente ci sono altri volontari della stessa Cri. LEGGI - “Ti abbracciamo eroe”: commozione per il volontario della Croce Rossa I soccorsi: “Nuovi segnali dalle macerie” La polizia scientifica fa ricorso anche a sofisticate tecnologie per individuare le persone attraverso i loro cellulari. Analoghe sofisticate apparecchiature vengono utilizzate dalla Guardia di Finanza. «Abbiamo altri segnali da sotto la neve e le macerie, stiamo verificando. Potrebbero essere persone vive, ma anche le strutture dell’albergo che si muovono sotto il peso della neve», ha intanto detto il dirigente dei vigili del fuoco, Alberto Maiolo, al centro operativo di Penne. «Andremo avanti sempre, finché non li troviamo tutti. Potrebbero ancora esserci delle persone in vita là sotto. Ma in vita o non in vita, non importa, non possiamo dare nulla per scontato. Ci sono delle famiglie che aspettano». un operatore del Soccorso alpino nazionale, Luca Giai Arcota, appena tornato a Penne (Pescara) da un turno di ricerche sotto le macerie dell’hotel Rigopiano. «Oggi abbiamo fatto un lavoro mostruoso, eccezionale - ha detto -. Siamo in 90 solo noi del Soccorso alpino, oltre a una quarantina di vigili del fuoco e una decina di finanzieri almeno». LEGGI - I parenti dei dispersi urlano contro i medici: “Vergogna, dateci notizie” Un tombino nel ghiaccio Si continua a lavorare intorno al buco aperto nella massa di neve a monte dell’area piscina, l’unica zona dell’albergo non sepolta completamente dalla valanga. La strada che porta i soccorritori verso i superstiti è una sorta di tombino nel ghiaccio. È stata individuata, hanno spiegato i soccorritori, studiando le mappe dell’hotel con l’aiuto di chi conosce il posto per capire dove fosse più probabile trovare clienti e personale. Una scelta «soggettiva» supportata dai cani da valanga e da altri strumenti tecnologici. LE POLEMICHE - Le giravolte dei politici sulla Protezione civile I nomi dei dispersi Resta lungo l’elenco dei dispersi: il proprietario dell’hotel Roberto Del Rosso e i suoi dipendenti Emanuele Bonifazi (31 anni), Ilaria Di Biase (22), Alessandro Riccetti (33). Gli ospiti registrati in questura Domenico Di Michelangelo (41 anni), sua moglie Marina Serraiocco (37 anni); Marco Tanda (25 anni) e la fidanzata Jessica Tinari; Luciano Caporale (54 anni) e sua moglie Silvana Angelucci (46 anni); Valentina Cicioni (32 anni); Tobia Foresta (60 anni); Bianca Iudicone (50 anni); Piero Di Pietro (53 anni); Rosa Barbara Nobilio (51 anni); Sebastiano Di Carlo (49 anni). I fidanzati Marco Vagnarelli e Paola Tomassini che non figurano nell’elenco. Una ventina di persone. Prime immagini dell’hotel Rigopiano, neve ha sfondato ed è entrata dentro L’inchiesta Il procuratore aggiunto di Pescara, Cerisina Tedeschini, e il sostituto Andrea Papalia hanno raggiungendo l’hotel questa mattina, accompagnati dai carabinieri forestali, per un sopralluogo. I magistrati hanno aperto un’inchiesta, al momento senza indagati, per i reati di omicidio plurimo colposo e disastro colposo. Ieri erano stati sequestrati alcuni documenti in Provincia e in Prefettura: tra questi il Piano neve dell’ente e i bollettini meteo degli ultimi giorni. Nella stessa giornata era emerso che una turbina della Provincia era fuori uso. Sempre ieri, i magistrati avevano ascoltato diverse persone in qualità di testimoni. Il timore di altre slavine La neve è tornata a cadere su Farindola ma la macchina dei soccorsi non si ferma. Mentre si lavora si tiene sotto controllo la massa di neve che si è accumulata nella zona nei giorni precedenti. Il timore è che possa muoversi, scivolare ancora sulla struttura dell’Hotel, aumentando ulteriormente il rischio di crolli su quanti sono intrappolati e su chi sta operando per tirarli fuori. I superstiti dell’Hotel Rigopiano non erano tutti nello stesso posto. Sono riusciti a rimanere in vita, pur trovandosi in luoghi diversi. I bambini, ad esempio, quando è scesa la valanga erano nella sala biliardo e lì sono rimasti. Lo conferma la testimonianza di Francesca Bronzi: «Ero al buio, in uno spazio piccolissimo, senza acqua e senza cibo. Molte persone erano nella sala garden, alcuni, tra cui me e Stefano, nella sala camino e i bambini nella sala biliardo». La valanga che ha colpito l’Hotel Rigopiano ha spostato la parte superiore della struttura di 15 metri, lasciando invece al suo posto l’area inferiore del centro benessere. Anche se le condizioni meteorologiche sono migliorate, la grossa difficoltà per i soccorritori è orientarsi e scavare senza danneggiare la parte sommersa dell’albergo. GIUSI FASANO SUL CORRIERE DI STAMATTINA PENNE Li vedi arrivare sfiniti, infilati nelle loro divise sporche, con gli scarponi ancora coperti di neve. Vigili del fuoco e ragazzi del soccorso alpino e speleologico soprattutto. Ma anche operatori della Croce Rossa, uomini dell’esercito, della Guardia di finanza, della Protezione civile, dei carabinieri... Sono tantissimi i soccorritori che si danno il cambio sul fronte della valanga, su, all’hotel Rigopiano. E quando finiscono turni massacranti passano da qui, dal palazzetto dello sport di Penne che si trova una ventina di chilometri più a valle e che è diventato quartier generale dei soccorsi. Fino a ieri mattina arrivavano soltanto facce sconsolate ma, all’improvviso, la notizia che c’era ancora vita sotto le macerie e la neve ghiacciata, ha restituito sorrisi, abbracci, ha dato più forza alle mani che scavano, ha annullato di colpo ogni fatica. «Sapere che sotto c’erano bambini ci ha galvanizzato. C’era una grandissima frenesia» racconta Walter Milan, ragazzo instancabile del soccorso alpino civile catapultato in questo mondo di neve dal suo Veneto. Walter spiega che davanti alla montagna bianca che una volta era il resort bisogna stare in silenzio, di tanto in tanto, per capire se da sotto arrivano segnali. E allora qualcuno suona una tromba da stadio: un solo suono significa «tutti zitti», due suoni vuol dire che si può riprendere a scavare, spostare, tagliare. Il suo amico e collega, Luca Giai Arcota, piemontese cinquantenne, dice che i cani segnalano presenze umane ma poi vai a capire se le molecole che fiutano sono davvero quelle di una persona oppure quelle rimaste sul materasso che la valanga ha spostato magari a 3-400 metri di distanza. E poi c’è il medico, altro collega di Walter e Luca. Si chiama Gianluca Facchetti ed era lì, ieri, a guardare le immagini dei bambini intrappolati salvati nel pomeriggio: «Che bellezza vederli vivi su quello schermo», dice soddisfatto mentre pensa «agli altri 23 ospiti dell’hotel che mancano all’appello». Le immagini, dicevamo. Arrivano grazie alla snake-eye, letteralmente occhio di serpente: un’attrezzatura dei Vigili del fuoco che consiste in una microcamera mobile montata su un piccolo tubo e infilata fra le macerie perché possa vedere dove l’occhio umano non arriva. La telecamera trasmette le immagini su uno schermo ed eccoli, i bimbi di ieri. Saltano, salutano. Ed è un video meraviglioso, a quasi 48 ore dalla valanga e dopo che il geofono, uno strumento per captare onde sonore capace di sentire anche una goccia d’acqua che cade, aveva colto piccoli, piccolissimi rumori provenire da sotto cumuli enormi di neve e cemento. Nel Palazzetto sportivo di Penne ieri sera a mezzanotte non erano ancora scesi i Vigili del fuoco che avevano cominciato il turno all’alba. Marco, Carmelo, Stefano, saranno entrati e usciti cento volte nei buchi (in tutto 15-16) scavati nella neve e nelle macerie per cercare superstiti. Dentro e fuori per tutto il giorno e man mano che avanzavano, in quel piccolo tunnel largo quanto due uomini, diventava sempre più prezioso il patrimonio di informazioni delle squadre al lavoro: il percorso per avanzare nelle macerie, i punti deboli della struttura, quelli più a rischio. Non c’è stato bisogno, come sempre, che qualcuno gli chiedesse di continuare. L’hanno fatto e basta, fino a notte fonda, mettendo da parte la stanchezza. Cogliere segnali di vite sepolte e farlo il più in fretta possibile. Per avere una chance in più la Guardia di finanza ha messo in campo uno strumento segreto. Il capitano Luigi Di Palo e l’ispettore che è venuto a portarlo non vogliono rivelarne il nome, «perché è un congegno militare». Rileva le onde elettromagnetiche a media gittata, che vuol dire intercettare il segnale di un telefonino, di un computer o di qualsiasi altro aggeggio elettronico, appunto, nel raggio di 15-20 metri, anche sotto le macerie. Ma attorno a questa storia tragica fatta di neve, sopravvissuti e morti non c’è soltanto chi sta in prima fila sulla scena del disastro. C’è un numero gigantesco di uomini e donne che si muovono per assistere i parenti delle vittime o chi sta lavorando sulla valanga, ci sono persone che passano la giornata al gelo per smistare il traffico ed evitare di intasare le strade già ridotte a metà dai cumuli di neve, c’è chi si occupa di sfamare e dare un letto ai soccorritori, chi di sgombrare le strade dalla neve per fare spazio ai mezzi di soccorso. Per esempio i soldati dell’undicesimo Reggimento genio guastatori della Brigata Pinerolo. Vengono tutti da Foggia, sono giovani e si muovono su mezzi preceduti da un apripista da 37 tonnellate, un cingolato monumentale che ha aperto il varco, fra muri di neve, da Penne a Farindola, il Comune dell’hotel Rigopiano. Il tenente Simone Cordiano, uno di quei militari, dice che scandisce la sua vita privata con le emergenze, che in tre anni di matrimonio ha passato con sua moglie soltanto tre mesi. È lei che tiene il conto dei giorni: segna sul calendario quelli che lui trascorre a casa. Pochissimi. Per chi vive tirando gli altri fuori dai guai è la regola. ELENA DUSI SU REPUBBLICA ELENA DUSI ROMA. Il freddo, aggravato dalla mancanza di cibo, crea le sofferenze maggiori. Ma un killer più silenzioso e subdolo è la mancanza d’aria. Gian Franco Gensini, professore di medicina interna ed ex preside della facoltà di Medicina all’università di Firenze, spiega cosa accade al corpo umano in condizioni estreme come quelle dell’hotel Rigopiano. Fino a quali limiti si può sopravvivere al freddo? «La temperatura del corpo è di 36 gradi in condizioni normali. Quando si scende, si ha la sensazione di freddo, compaiono i brividi e si inizia a tremare. I muscoli, contraendosi, generano calore, ma questo meccanismo dura poco. A 32 gradi compare uno stato soporoso, che diventa incoscienza a 27-28. Il limite per la sopravvivenza è di 24 gradi. A questa temperatura compaiono spesso aritmie. Poi la frequenza cardiaca si riduce progressivamente, così come quella respiratoria». In che modo la temperatura interna del corpo è legata a quella esterna? «Dipende da come si è vestiti, è impossibile rispondere in astratto. Poi ci sono le differenze individuali. In medicina è famoso il caso di una radiologa svedese, sopravvissuta dopo aver passato un’ora nell’acqua gelata ed essere scesa a 11 gradi». La neve protegge i prigionieri dell’hotel? «La neve ha un grande potere isolante, come ben sanno le popolazioni che vivono negli igloo. Agisce come se fosse un maglione. I vestiti ci riscaldano perché creano un’intercapedine di aria calda attorno al nostro corpo, impedendo alla pelle di sentire il contatto con l’aria fredda. All’interno dell’albergo potrebbero essersi create condizioni simili: zone isolate dall’esterno in cui l’aria è rimasta meno fredda». Ci sono persone che sanno resistere meglio di altre al freddo? «Solo fino a un certo punto. Uno strato adiposo protegge, così come una circolazione superficiale molto ricca fa disperdere il calore più rapidamente. Ma questo conta poco quando l’esposizione è lunga». Senza mangiare si sente più freddo? «Sì certo. Ma in parte può valere anche il ragionamento opposto. Come sappiamo quando apriamo il frigorifero, al freddo le cose si conservano meglio. Il corpo umano e i suoi tessuti consumano meno risorse. Lo dimostrano gli animali in ibernazione, capaci di scendere a 9-10 gradi di temperatura corporea e sopravvivere mesi senza cibo. E lo osservarono con precisione anche gli astronauti di Apollo 13. Dopo il guasto, per risparmiare energia, la navicella veniva infatti riscaldata poco: fino a 4 gradi in alcune fasi del volo. Al ritorno ci si accorse che gli astronauti avevano consumato meno ossigeno del previsto ». L’ossigeno è un altro punto chiave. «Fondamentale. Difficilmente si può andare avanti a lungo senza un collegamento con l’esterno che porti dentro aria fresca. Una persona, a riposo, ha bisogno ogni giorno dell’ossigeno contenuto in due metri cubi e mezzo di aria. Respirando, poi, i polmoni espellono anidride carbonica, che a lungo andare diventano tossica in ambienti ristretti». I soccorritori hanno raccontato di aver visto del fumo uscire dall’hotel. Che effetto avrebbe la presenza del fuoco? «Micidiale. Il fuoco consuma ossigeno e produce monossido di carbonio e anidride carbonica. Accenderlo volontariamente per riscaldarsi sarebbe una scelta suicida lì. Ma se il fumo è riuscito a trovare una via d’uscita fra le macerie dell’albergo, vorrebbe dire che anche l’aria ha la possibilità di infiltrarsi e di portare ossigeno prezioso». REPUBBLICA DAL NOSTRO INVIATO RIGOPIANO (PESCARA). La speranza continua nella notte, ben oltre la mezzanotte. «Sentiamo altre voci, forse cinque persone. Ma non sono insieme, quindi dobbiamo muoverci con prudenza per non peggiorare la situazione». La localizzzazione, e il timore di nuovi crolli, rallentano i soccorritori. Che si danno il cambio e lavorano senza sosta. Come ieri, quando hanno finalmente visto i loro sforzi premiati. «Vai Chicco, ce l’hai fatta». Chicco è Gianfilippo Parete, il figlio del cuoco che due pomeriggi primi aveva dato l’allarme slavina. Chicco ha 9 anni, è il primo superstite dell’albergo spianato. Suo padre l’avevano salvato dentro un’automobile. Il piccolo, invece, era in ginocchio là sotto, vicino mamma Adriana, nell’area intorno alla piscina. Sono le 10 di ieri mattina quando riemerge dal buchetto, così lo chiamano i soccorritori: 2 mt x 2 mt di ghiaccio spalato e cemento armato, il tetto dell’albergo, tagliato. Il vigile del fuoco con la barba e il casco rosso, un coraggioso specialista dell’Urban research, urla: «Spazio, spazio, corridoio». Nella spianata di Rigopiano, alzata di 5 mt dalla neve scesa dal costone, ora rimbomba l’applauso dei vigili dell’Usar, degli speleologi del soccorso alpino, dei finanzieri con gli sci leggeri sganciati. Professionisti a stipendio fisso e volontari che vivono d’altro: rischiano di essere intrappolati dai loro stessi scavi per salvare bambini come Gianfilippo e più tardi la sorella Ludovica di 6 anni e più tardi ancora Edoardo di 9 e Samuele di 7. Ma la guida del ritrovamento resta nelle mani di quaranta vigili del fuoco. Dal cunicolo basso, dove si vedono le mattonelle bianche dell’hotel, esce anche la madre di Gianfilippo, dopo alcuni minuti. Il maglione bianco, la tuta con le bretelle incrociate, i capelli lunghi e raccolti. Le dicono “brava”, lei sorride, poi si volta di scatto e indica giù: “Sotto c’è Ludovica, è nella stanza a fianco, andate a prenderla”. Il disco d’acciaio del frollino continua a segare ghiaccio e ferro: c’è un solaio, bisogna stare attenti a non lesionare le travi. Sarebbero altri crolli. In superficie coricano la donna su una barella con le coperte rosse. Madre e figlio vengono portate via con l’elicottero del 118, atterrato vicino. Dalla zona della slavina ora possono chiamare il campo base: “Sono vivi, non sono in perfette condizioni, servono altre coperte”. I vigili dell’Usar hanno apparecchi che sentono i cellulari delle persone, ma il primo avvistamento — anche questa volta — è arrivato dai cani da valanga. Già dalla sera prima. Hanno segnato aree larghe, poi con il chiarore sempre più circoscritte, e da lì si è iniziato a scavare con le pale: «Non si può intervenire più pesantemente, sotto ci sono delle persone». E ora ne sono state avvistate altre cinque, ancora vive.E si lotta contro il tempo. Racconta un vigile del fuoco: «Con il bambino e sua mamma abbiamo parlato e ancora parlato: “Tranquilli, ora uscite con le vostre gambe”». Il vice brigadiere Marco Bini, soccorso alpino della Finanza: «Appena Chicco ci ha visti ha riso con gli occhi. Un’emozione incredibile, un momento che non dimenticheremo mai. Si aggrappava ai vigili, era raffreddato, infreddolito. A lungo le mura del resort, spesse, hanno impedito di sentire le voci di chi stava sotto. E anche la neve assorbe i suoni. Questi varchi vanno aperti con delicatezza, c’è il rischio che pezzi della struttura collassino». E c’è il rischio di nuove slavine, da costoni vicini e ancora carichi. «Siamo stati guidati anche dal fumo che usciva dalle cucine», assicura il vice brigadiere, «e, comunque, in altri punti dell’albergo potremmo scoprire nuove sacche d’aria». Già. Sopra il tetto dell’hotel e in alcune aree esterne in queste ore i soccorritori hanno fatte quindici “buchetti”, da ognuno di questi può uscire la voce di un sopravvissuto. Giaj Arcota è il presidente del soccorso alpino piemontese e da due giorni, dodici ore al giorno, vive sopra l’albergo di Rigopiano. «Quella valanga, chiamiamola con il suo nome, lo ha alzato, spostato e abbattuto. È rimasta intatta la sala benessere, al piano terra. I muri spinti uno contro l’altro probabilmente hanno creato alcune nicchie. Basse, sufficienti per respirare. Credo che là sotto si possa stare solo in ginocchio. L’abbigliamento pesante, poi, li ha salvati. Il piccolo Gianfilippo e la madre li abbiamo trovati nella zona della piscina. Loro ci sentivano, noi no. Che gli abbiamo detto? In questi casi si fanno meno domande possibili, si cerca di indirizzarli, ma anche noi a lungo non abbiamo capito dov’erano posizionati. Chicco era comunque vicino, lo si capiva dalla voce, e non è mai sembrato spaventato. I bambini, in genere, hanno meno paura dei grandi”. Luca Giaj ricorda, quando si sono avvicinati alle cucine, un odore acre di legna bagnata: «Probabilmente quando la neve è entrata nel vano c’era qualche forno acceso». La carabiniera forestale Sonia Marini, lei originaria di Penne, è stata chiamata perché conosceva le stanze. Così Fabio Salzetta, il manutentore che il primo pomeriggio si era salvato, insieme al cuoco. I soccorritori, d’altro canto, hanno lavorato con le mappe dell’hotel cercando di capire dove si sarebbero potuti riunire clienti e personale. Così si è individuato il primo buco e via via gli altri. In questa giornata in cui i comandi dei vari corpi hanno fatto a gara per vendere meglio la loro impresa, in cui ogni istituzione dava un numero di sommersi e salvati diverso, Walter Milan, punto di riferimento del soccorso alpino e speleologico, racconta come gli sciatori del suo gruppo abbiamo fatto sette chilometri con le pelli di foca sotto gli sci per risalire settecento metri di montagna. PAOLO COGNETTI REP NAZIONALE - 21 gennaio 2017 CERCA 10/11 di 56 21/1/2017 la strage del rigopiano Sapere quando la valanga cadrà è complicato, sapere dove invece è abbastanza semplice: dove è già caduta. Ed è la forma del paesaggio a dimostrarlo. I nostri antenati non hanno mai costruito in una zona dove i loro ricordi e la loro capacità di osservare il terreno sconsigliavano di fare La memoria della montagna PAOLO COGNETTI L’IMMAGINE PER i montanari non c’è niente di misterioso in una valanga. La gravità è la legge del loro mondo: l’acqua, la terra, le pietre, la legna, vanno dall’alto verso il basso, questo è il moto naturale di ogni cosa e lo stesso succede alla neve, che durante le grandi nevicate si accumula sui pendii finché pesa troppo e scivola giù. Quando?, è la prima domanda. SEGUE A PAGINA 11 LA RISPOSTA è difficile perché non conta solo il peso della neve, ma anche l’inclinazione e l’attrito della montagna. Il bosco dà molto attrito, la pietraia poco, l’erba secca dell’inverno ancora meno. Se giorni di gelo hanno prodotto uno strato di ghiaccio sul terreno, e poi su quel ghiaccio ha nevicato molto, allora la montagna diventa uno scivolo da cui viene giù tutto. Il distacco non è graduale ma improvviso quando un certo limite viene superato, e ha il rumore di una frattura: per il peso della neve, o il calore del giorno che la scioglie alla base, o una scossa della montagna. Questi non sono eventi straordinari, sono misurabili e prevedibili: nel caso del Rigopiano una nevicata di quelle che ogni tanto arrivano, e le scosse sismiche che sul Gran Sasso si ripetono da mesi. Allora in alto, sui pendii spogli e ripidi, un banco di neve si stacca, scivola giù e prende velocità e volume, diventa una valanga così potente da sradicare gli alberi, trascinare i massi e sollevare la terra. In basso, all’albergo, arriva anticipata da un vento improvviso, il “soffio della valanga” che è la massa d’aria spostata dalla massa di neve, e alle spalle si lascia un solco scuro, l’erba e le rocce che riaffiorano dopo che la montagna si è liberata di quel peso. La neve che su in alto era morbida, neve fresca appena scesa dal cielo, è stata pressata nella caduta e giù in basso, sulle macerie e sui cadaveri, è ghiacciata e dura come cemento. Anche per questo ha creato delle stanze e per fortuna, tra quei muri di neve, qualcuno si è salvato. Sapere quando la valanga cadrà è complicato, sapere dove invece è abbastanza semplice: dove è già caduta. Se si osserva il fianco della montagna, si vede che è fatto a sporgenze e rientranze più o meno verticali che dalla base salgono fino in cima. Le sporgenze sono i crinali, le creste, i costoni, le morene, i contrafforti; le rientranze sono i colatoi e i canaloni. La montagna non è nata con questa forma all’inizio dei tempi, è stata scavata dall’acqua, dal ghiaccio e dalla neve. Se fosse una casa con un tetto quegli avvallamenti sarebbero le grondaie, e infatti è lì che scorrono i torrenti. E naturalmente è per di lì che scendono le slavine: la neve che si stacca e cade è come invitata a prendere quella strada. Dire che la base di un canalone non è a rischio di slavina è come dire che il letto di un fiume asciutto non è a rischio di alluvione, solo perché da tanti anni nessuno ha più visto l’acqua. E costruirci una casa in mezzo. In montagna ci sono valanghe che vengono giù puntuali tutti gli inverni, nello stesso canalone, dopo ogni nevicata. Lasciano scie visibili anche d’estate, piste in mezzo al bosco dove non fanno in tempo a crescere gli alberi. Altre valanghe cadono solo negli inverni più nevosi, e allora per qualche anno nei canaloni si trovano arbusti e alberelli, spesso piegati verso il basso. Altre ancora vengono giù ogni cinquanta o sessant’anni, magari. Non tempi geologici, tempi commensurabili alla vita umana. In quei cinquanta o sessant’anni, sulla scia della valanga, è cresciuto un giovane bosco, e sulle pietre trascinate giù si è accumulata terra ed è cresciuta l’erba, ma a guardar bene i segni si vedono sempre: quello è il canalone, quelli i detriti della valanga. È rarissimo, così raro che io non ne ho notizia nella mia montagna, che una valanga cada dove non è mai caduta prima. Ed è la forma del paesaggio a dimostrarlo. Così come non ho mai sentito che una valanga colpisca delle antiche case. Sono sempre edifici moderni, costruiti dove una volta c’era poco o nulla. I montanari sceglievano i posti per le case e i villaggi con criteri molto precisi, che non avevano a che fare con la divinazione: piuttosto con la memoria e l’osservazione. Serviva l’acqua, serviva il sole, e serviva un posto al sicuro dalle valanghe. Lì si può costruire e lì no, per chi abita in montagna è un sapere che passa insieme alla lingua, ai nomi delle cose. Oppure si costruivano alpeggi per l’estate in luoghi poco sicuri d’inverno, si correva il rischio sapendo di andare via alla prima neve: il peggio che poteva capitare era trovare la stalla danneggiata o distrutta in primavera. Ma non moriva nessuno. Penso che i morti del Rigopiano siano l’ultima conferma, in Italia, di un rapporto compromesso tra l’uomo e il territorio. Un rapporto non rispettoso, non attento e non saggio, di solo sfruttamento e non di conoscenza. Qualcosa si è rotto, anni fa, tra noi, i luoghi che abitiamo e la memoria di chi li abitava prima. Ricostruire quel rapporto sarà un’impresa. ©RIPRODUZIONE RISERVATA “ LE VITTIME Quelle vittime sono l’ultima conferma in Italia di un rapporto compromesso tra l’uomo e il territorio. Un rapporto non rispettoso e non saggio ” FOTO: ©ALAMY In alto, una stampa di fine Ottocento che mostra una valanga sulle Alpi francesi LA STAMPA COME SOPRAVVIVERE “Aria, cibo, acqua e compagnia Così si può resistere per giorni” Valentina Arcovio «Una sacca d’aria dove respirare e una temperatura non eccessivamente fredda. Magari anche dell’acqua e del cibo, e la compagnia di altre persone». È questo che, secondo Andrea Scapigliati, professore aggregato dell’Istituto di Anestesiologia e Rianimazione dell’Università Cattolica - Policlinico Gemelli di Roma, avrebbe consentito alle vittime della valanga che ha investito l’hotel Rigopiano di Farindola di sopravvivere per quasi due giorni sotto la neve. È un miracolo o si può davvero sopravvivere per così tanto tempo sotto la neve? «È probabile che l’ambiente in cui sono stati ritrovati i dispersi fosse meno freddo di quanto immaginato. Certamente, parliamo sempre di condizioni di estremo disagio. Ma se oggi sono vivi significa che la situazione non era poi così critica. Forse lo sarebbe diventata se fossero rimasti ancora per un po’intrappolati tra le macerie e la neve». Quanto può resistere un corpo al freddo? «Dipende dal freddo e dalle condizioni della persona. In generale, si parla di ipotermia grave quando la temperatura corporea scende per un periodo prolungato sotto i 30 gradi. In questo caso le funzioni vitali possono essere gravemente alterate. In particolare, a risentirne sarebbe l’apparato respiratorio, cardiaco e renale. Per fortuna non è questo il caso delle persone tratte in salvo ieri». Potrebbero esserci delle conseguenze a lungo termine? «Dipende dalle condizioni di ogni singola persona. Ma per quello che abbiamo potuto vedere, c’è chi dopo esser stato tratto in salvo è riuscito a stare in piedi sulle proprie gambe. Questo è un segnale molto positivo». I bambini sono più a rischio degli adulti? «In generale, i bambini sono più vulnerabili al freddo per via della loro struttura corporea ed è più facile che le loro funzioni vitali ne risentano. Ma per fortuna non sembra questo il caso». Ci sono speranze anche per gli altri dispersi non ancora tratti in salvo? «Sì, si può certamente sperare. Ovviamente più passa il tempo e più la situazione può peggiorare, specialmente nei casi in cui non c’è sufficiente aria nell’ambiente. Bisogna inoltre considerare se ci sono o meno dei traumi. La slavina che si è abbattuta sull’hotel non era fatta solo di neve ma anche da detriti. In caso di ferite, l’ipotermia può rendere meno efficace il processo di coagulazione. Inoltre, più passa il tempo e più possono verificarsi alterazioni dello stato di vigilanza, fino ad arrivare al coma. Il cuore può entrare in sofferenza e possono verificarsi delle aritmie. Inoltre, con una temperatura inferiore ai 37 gradi le cellule smettono di funzionare, non trattengono più il potassio e questo può provocare gravissimi danni renali». Come si può ripristinare la temperatura corporea ideale? «Dipende dalla gravità. In caso di ipotermia lieve, basta qualche coperta e un ambiente caldo. Nei casi più gravi, oltre a utilizzare coperte riscaldate speciali, si procede con infusioni di liquidi caldi. Nei casi ancora più gravi il paziente può essere sottoposto a circolazione extracorporea, la cosiddetta Ecmo. Si tratta di una tecnica delicatissima che consente di prelevare il sangue del paziente tramite dei tubi per poi rifonderlo ossigenato e riscaldato». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI pag. 2 di 2 Gli angeli del ghiaccio “Ci siamo commossi ma scaviamo ancora” Il soccorritore: “Sono attimi stupendi, il premio per il nostro lavoro” Maria Corbi Una notte inquieta, una lotta contro il tempo per mantenere salda la speranza di trovare ancora qualcuno in vita dentro quel che rimane dell’hotel Rigopiano. E quando alle prime luci dell’alba inizia ad essere chiaro che sotto quei cumuli di neve e detriti c’è ancora della vita si spera in un miracolo. Si scava a mani nude con i cani a fare da guida e le sonde che cercano di valutare i rischi. Verso le dieci di mattina da un varco, già aperto il giorno prima, arrivano delle voci. Si urla per instaurare un contatto. Si continua a togliere neve, con cautela, per formare la via di salvezza. Una squadra di soccorso del 9° reggimento alpini, utilizzando un mezzo di trasporto cingolato BV206, ha raggiunto nella notte l’area dell’Hotel partecipando alle attività di sondaggio e ricerca lungo il fronte della valanga. Sono tre le prime persone che danno un segnale, tra loro la moglie e il figlio di Giampiero Parete, l’uomo che ha dato l’allarme, (era uscito dall’hotel per andare a prendere in auto una medicina della moglie e lo zainetto delle Winx della figlia Ludovica). Adriana e Gianfilippo, 8 anni, vengono estratti due ore dopo, verso le 11. I vigili del fuoco tirano fuori il bimbo tra gli applausi e le lacrime. «Bravo», «vai Chicco vai». Gli accarezzano la testa, lo guardano tutti con l’amore di un padre. Poi tocca alla donna, che esce frastornata - «non ci credevamo più...» e indica con la mano: «lì sotto c’è ancora mia figlia, in una stanza accanto alla nostra, vi prego». Ludovica, sei anni, è lì sotto, la madre le ha fatto coraggio in queste 43 ore infernali. Ha riscaldato i figli e se stessa con la speranza. Ma adesso che la tensione cala, il freddo diventa più acuto. I vestiti pesanti che l’hanno salvata dall’ipotermia non sono più sufficienti. E la paura non andrà via fino a che anche la sua «principessa» non uscirà dalla prigione di ghiaccio. E ci vorranno ancora molte ore. Nel tardo pomeriggio verrà trovata in una stanza insieme agli altri bambini. Mentre sono ancora in corso le operazioni di salvataggio dei primi tre superstiti, la certezza che ce ne sono almeno altri 3 in vita. E non si perde tempo. La preghiera che ci fossero delle zone “protette” dove rifugiarsi è stata esaudita. Sotto la valanga possono formarsi delle camere d’aria, architravi o piccoli solai che hanno creato un vuoto e lì potrebbero esserci delle persone. Potrebbero arrivare altre buone notizie, potrebbe aumentare la lista di chi ce la ha fatta. In serata il loro numero sale a 10, tra cui tutti e 4 i bambini presenti a Rigopiano. «All’inizio ci sembrava che le prime persone salvate fossero nel vano cucina, invece era la zona bar dove c’è anche la sala giochi», racconta Marco Bini, vicebrigadiere del soccorso alpino guardia di finanza. «Stavano in una parte dell’hotel che già avevamo intuito il giorno prima». «Quando abbiamo estratto la bambina, ci ha abbracciato, non capiva dove si trovava, era molto stravolta. Ci siamo commossi anche noi. Attimi stupendi, un premio per il tuo lavoro e la tua fatica. Facciamo un lavoro in cui crediamo e salvare vite è la nostra missione». Angeli della neve che ridanno il futuro anche al piccolo Samuel, sette anni, figlio di Domenico Michelangelo, poliziotto di Osimo e di Marina. Dei genitori però nessuna notizia certa. Per trovarli i soccorritori hanno urlato. Hanno sguinzagliato i cani, ma la risposta era il silenzio. La neve attutiva suoni e rumori. Secondo Bini, i sopravvissuti sapevano che qualcuno li cercava, ma non riuscivano a farsi sentire. È stato anche notato del fumo, probabilmente delle combustioni causate dal crollo, osservato anche in altre parti dell’hotel. In ogni caso, il vice brigadiere spiega che «con le fiamme si rischia di esaurire velocemente l’ossigeno, in una bolla d’aria simile». Walter Milan, portavoce del soccorso alpino, da subito, dopo la prima buona notizia della mattina, invita alla calma, ad aspettare. «Siamo di fronte a un disastro indescrivibile, con due scenari diversi: la valanga, che affrontiamo sempre, e una catastrofe naturale come un mini terremoto». Spiega perché non si può procedere con maggiore fretta: «Noi dobbiamo controllare centimetro per centimetro, dividiamo la valanga in porzioni molto piccole con spaghi e paletti e sondiamo per essere certi che in quel punto non ci sia nessuno». Maxi-turbine capaci di perforare il muro bianco a una velocità di 700 metri l’ora intervengono quando cani e sonde hanno accertato che non ci sono persone in prossimità. Se no si scava con le pale, come dice Luca, vigile del fuoco che arriva dal Piemonte. «Non c’è tempo per sentire la fatica, la posta è troppo alta e si lavora spesso a mani nude sentendo solo la spinta a salvare delle persone. A volte veniamo premiati. Ma è ancora presto per essere felici, troppe persone sono disperse». La speranza non si è arresa come gli uomini che la sorreggono e il «motore che alimenta i soccorsi», per usare le parole del capo della Protezione civile, dopo i primi salvataggi è girato ancora più veloce. Nella ricerca sono impegnati circa 3000 uomini e anche le unità specializzate del Servizio centrale investigazione criminalità organizzata della Guardia di finanza che, grazie a sofisticate strumentazioni tecnico-investigative, sono in grado di localizzare i telefoni cellulari dei dispersi. 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