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 2017  gennaio 21 Sabato calendario

PLASTICA PER SETTE

On Wings of Waste, letteralmente sulle ali dei rifiuti, è il nome di un progetto che ha impegnato per quattro anni l’ambientalista inglese Jeremy Roswell. Risultato: nei giorni scorsi un Vans RV9a, aereo da turismo biposto ad elica, ha percorso gli oltre 800 chilometri che separano Sidney da Melbourne alimentato dalla Soluzione 10%, un particolare biocarburante derivato dal riprocessamento della plastica recuperata dagli oceani, processo di cui si è occupata l’azienda Plastic Energy di Londra. Jeremy Roswell, che ha anche pilotato l’aereo: «Abbiamo finalmente dimostrato che 8 milioni di tonnellate di plastica gettate negli oceani ogni anno possono essere usate con profitto» (Crea, Rep).

Attualmente nel mondo meno del 5% della plastica viene riciclata. Il 40 per cento finisce in discarica, e un terzo direttamente negli ecosistemi naturali, quali gli oceani.

Nei mari finiscono circa 8 milioni di tonnellate di plastica ogni anno, ovvero un camion zeppo di spazzatura al minuto. Secondo uno studio della Fondazione Ellen MacArthur, «se non si fa subito qualcosa, questa quantità salirà a due camion pieni ogni minuto entro il 2030».


Il World Economic Forum stima che, da qui fino al 2050, i rifiuti plastici dispersi in mari e oceani supereranno in peso tutti i pesci viventi.

La plastica che si nasconde tra le onde spesso uccide gli animali marini. A farne le spese più di tutti sono le tartarughe marine che confondono spesso i sacchetti di plastica con il loro cibo preferito, le meduse (naturalmente il risultato è la morte). Ma anche balene, pesci e uccelli marini si nutrono di microframmenti di plastica perché non sono in grado di distinguerli dal cibo.

Pesci e uccelli marini scambiano la plastica per cibo perché ha lo stesso odore. Per capire che cosa succede, come ha spiegato una ricerca pubblicata lo scorso novembre sulla rivista Science Advances, bisogna partire dall’inizio della catena alimentare, dalle alghe. Il krill, ossia l’insieme di piccoli crostacei che rappresentano la primaria fonte di cibo per molti pesci e uccelli marini, si nutre di alghe. Quando le alghe si rompono (per motivi del tutto naturali) liberano molecole odorose, in particolare un odore uova marce prodotto da una sostanza chimica nota come dimetil solfuro. Pesci e uccelli marini hanno imparato che quest’odore li guiderà dove possono trovare il krill. Ma poiché i detriti di plastica forniscono una piattaforma ideale per lo sviluppo di alghe, gli uccelli scambiano per krill i frammenti di plastica su cui sono aggrappate le alghe, e li ingoiano.


Secondo le ricerche l’80% circa dei rifiuti umani che si trovano in mare arrivano dalla terra ferma, trasportati dai venti e dalle piogge. Solo il 20% viene gettato o abbandonato direttamente in acqua. E un pezzo di plastica, una volta che ragginge il mare, può vagare indistrubato per secoli.

Il caso della Great Pacific garbage patch, la mega-isola di rifiuti di plastica creata dalle correnti, grande due volte l’Italia, che galleggia nel Pacifico, tra la California e le Hawaii. Già nel 2006 il Los Angeles Times aveva raccontato la fine di oltre 200.000 albatross dell’atollo Midway che, sorvolando la distesa di pattume, hanno scambiato i rifiuti per cibo, morendo così intossicati, soffocati o disidratati.


Le microplastiche ingerite da pesci e molluschi possono finire pure sulle nostre tavole. Gli studi sui rischi per la salute umana sono ancora agli albori. Tuttavia gli esperti ipotizzano conseguenze sull’apparato digerente e sulla circolazione sanguigna.

Giorgio Calabrese, docente di Dietetica e nutrizione umana all’Università di Torino e Messina, ma anche componente del Comitato nazionale per la sicurezza alimentare del Ministero della Salute: «La sola ingestione di microplastica, indipendentemente dal contenuto di sostanze tossiche, può generare gravi impatti negativi, per cui i maggiori controlli che si fanno in Italia ci preservano dai danni alla salute […] La zuppa di pesce sarà sempre un buon piatto ma è giusto conoscere le differenze tra le varie zone del mondo. Ad esempio, la distribuzione della plastica nel Mediterraneo non è omogenea, ma dipende dalla differenza della pressione abitativa sulle coste, dalle foci dei fiumi e dalle correnti. Se facciamo un paragone tra Pacifico e Mediterraneo, nel vortice subtropicale del Pacifico settentrionale nel 1999 sono stati stimati circa 335 mila frammenti di plastica per chilometro quadrato, mentre nel Mediterraneo si parla di una media di quattro volte inferiore, quindi la paura è proprio minima».

Secondo il rapporto Marine litter 2015, pubblicato da Legambiente a novembre scorso, il 95% dei 2597 rifiuti galleggianti in 120 chilometri quadrati di mare italiano è fatto di plastica. Al primo posto, fogli e buste, letteralmente letali per la fauna. Il mare più inquinato è l’Adriatico, seguito dal Tirreno e dallo Ionio.

Secondo uno studio di Jan Zalasiewicz, geologo dell’università di Leicester (Inghilterra), nel mondo vengono prodotte ogni anno più di 300 milioni di tonnellate di plastica, più o meno l’equivalente del peso dei 7,5 miliardi di viventi. Per dare un’idea dei volumi, è come se si producessero 900 grattaceli di plastica grandi come l’Empire State Building ogni anno. Non solo: secondo il rapporto presentato di recente dalla Ellen MacArthur Foundation, in assenza di scelte alternative nei prossimi 20 anni la produzione di plastica raddoppierà.

La quantità totale di plastica prodotta dalla seconda Guerra mondiale è di circa 5 miliardi di tonnellate. È molto probabile che raggiunga i 30 miliardi entro la fine del secolo.

«Se tutta la plastica prodotta negli ultimi decenni fosse ridotta a una pellicola, ce ne sarebbe abbastanza da coprire l’intero pianeta. E anche di più: visto l’andamento attuale, entro la metà del secolo lo potremo avvolgere con più strati» (Jan Zalasiewicz, geologo dell’università di Leicester).


Nel 2050, il 20 per cento dell’intera produzione mondiale di petrolio servirà solo per la plastica.

Secondo i dati di Corepla (consorzio di riciclo degli imballaggi di plastica) nel 2015 in Italia sono state raccolte 900mila tonnellate di imballaggi in plastica (+8,4% rispetto al 2014).

Il luogo dove si consuma la maggiore quantità di plastica con la minore percentuale di riciclo è Hong Kong, dove quotidianamente ogni persona usa e getta 1,36 chilogrammi di plastica.

Il progetto olandese Wasted, avviato in via sperimentale nel quartiere Noord di Amsterdam, incentiva le persone a riciclare i materiali plastici premiandole con particolari monete da spendere presso le imprese locali. A tutti i partecipanti vengono forniti sacchetti etichettati con codici unici, che permettono agli organizzatori di calcolare il credito di monete acquisito da ogni famiglia ogni qual volta i sacchi pieni vengono consegnati. Per ogni contenitore di plastica correttamente riciclata viene regalata una moneta verde in plastica riciclata che consente di acquistare un caffè o una birra (1 moneta verde), un massaggio (7 monete verdi) ma anche di avere sconti sulla riparazione di pneumatici o sull’acquisto di indumenti. L’iniziativa, partita a inizio 2015, oggi coinvolge 700 famiglie. Solo nel 2015 il piccolo quartiere di Noord ha raccolto circa 16,5 tonnellate di rifiuti di plastica.

Nella metropolitana di Pechino, per incoraggiare il riciclo, ci sono delle macchinette che consentono ai viaggiatori di utilizzare le bottiglie di plastica come forma di pagamento.

Ogni anno più di 6.000 americani finiscono in pronto soccorso per le lesioni subite dai loro tentativi di aprire confezioni di plastica.


Per far decomporre un sacchetto di plastica servono duecento anni.

Il Ruanda è stato il primo paese a vietare i sacchetti di plastica.


Il venticinquenne Ashwath Hegde, fondatore della startup EnviGreen, nato a Bangalore e residente nel Qatar dove fa il consulente ambientale per diversi governi del Golfo, ha inventato la busta per la spesa e per la spazzatura che non solo è biodegradabile ma si può persino mangiare. I suoi sacchetti hanno la stessa consistenza al tatto della plastica, e la stessa resistenza, ma sono fatti di patate, tapioca, mais, amido, olii vegetali, banani. In quattro mesi si autodistruggono senza contaminare, ma possono essere sciolti in pochi secondi nell’acqua bollente, perfino bruciati senza rilasciare fumi tossici. Tutte qualità dimostrate durante le prove del governo del Karnataka, nell’India sud-occidentale, che ne ha autorizzato la vendita dall’inizio di quest’anno. Per convincere gli ispettori che nei suoi sacchi non si usa alcuna sostanza chimica, Ashwath Hegde ha trangugiato il decotto di una borsa immersa in acqua calda. Naturalmente lo scopo non è quello di smaltire le buste ingoiandole dopo l’uso, ma Hedge assicura che possono cibarsene gli animali, attualmente costretti a ruminare nell’immondizia delle città indiane ingerendo, con gli avanzi di cibo, anche i contenitori. La EnviGreen ha già avviato la produzione della borsa vegetale a Bangalore, che ogni mese produce 30mila tonnellate al mese di sacchetti di plastica. L’unico problema alla diffusione delle nuove buste è il prezzo: 15 rupie contro le 5 attualmente chieste dai supermercati per un sacchetto non biodegradabile. Ma gli effetti sull’ambiente potrebbero, a lungo termine, perfino compensare i costi di interventi statali per promuoverne l’uso.


Oltre alle buste inventate in India, presto potremo mangiare anche la pellicola che avvolge gli alimenti. Nel giro di tre anni dovrebbe infatti arrivare nelle nostre case un «cellophane» bio derivante dalle proteine del latte che sostituirà almeno in parte le confezioni per cibi più inquinanti. Messo a punto presso il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti e presentata di recente a Philadelphia, durante il congresso della Società Americana di Chimica, il nuovo imballaggio al momento non è molto appetitoso ma con l’aggiunta di qualche additivo, più nutrienti e vitamine - promettono gli inventori - avrà anche un buon sapore.

A Londra il laboratorio Ohoo!, sta sperimentando una bottiglia commestibile a base di alghe.

In America Ecovative produce vassoi e oggetti d’arredamento dai funghi coltivati.

Le alternative alla plastica esistono, ma hanno meno mercato, per ragioni economiche. Mario Malinconico del Cnr: «I costi delle infrastrutture di produzione “tradizionali” sono stati ampiamente ammortizzati in tutto il mondo. Perciò produrre plastica da petrolio ormai costa pochissimo».

Il primo materiale completamente sintetico, la bachelite, vide la luce nel 1907. A brevettarla fu lo scienziato belga-americano Leo Hendrik Baekeland. Nel 1954 l’italiano Giulio Natta inventò la plastica moderna - il polipropilene o moplen - e nove anni dopo per questo vinse il premio Nobel per la chimica (insieme a Karl Ziegler, papà del polietilene).

Qualche mese fa un’équipe di scienziati del Kyoto Institute of Technology ha isolato una specie di batterio, Ideonella sakaiensis, in grado di divorare la plastica, utilizzandola come fonte di sostentamento e crescita, mediante l’azione chimica di due enzimi. Il batterio, spiegano gli autori della ricerca, è particolarmente goloso di PET (polietilene tereftalato), una delle plastiche più diffuse al mondo. Se ne producono circa 50 milioni di tonnellate l’anno ed è utilizzata soprattutto per scopi alimentari (bottiglie e contenitori per cibi e bevande), ma anche per costruire etichette, involucri per batterie, tubi e pellicole. Il processo con cui l’Ideonella divora la plastica è abbastanza lento: la degradazione completa di una piccola pellicola in PET impiega circa sei settimane alla temperatura di 30 °C. Ciononostante, dicono gli scienziati, «la scoperta potrebbe avere implicazioni molto importanti per il riciclo delle plastiche».