Fabrizio d’Esposito, il Fatto Quotidiano 20/1/2017, 20 gennaio 2017
CETTO LA QUALUNQUE ESISTE E SI CHIAMA PASQUALE
Pasquale La Qualunque, come il più noto Cetto. A San Felice a Cancello, meno di ventimila abitanti nella tragica Provincia di Caserta, laddove comanda la camorra dei Casalesi. Di San Felice, Pasquale De Lucia è stato sindaco all’inizio di questo decennio, finanche eletto in consiglio regionale con la maglia centrista dell’Udc.
L’altro giorno è stato arrestato. Non per la prima volta. Nell’autunno scorso finì in galera per corruzione e si scoprì che coltivava la compulsione per le slot machine con la carta di credito della Regione. Solo che poi per una questione di incompatibilità perse l’ambita poltrona e il titolare del bar-rosticceria dove De Lucia giocava con le “macchinette” reclamò crediti per oltre 15 mila euro. Adesso il politico maneggione e trasformista (Udeur, Margherita, Fli, Udc, Pd) è coinvolto in una maxi-inchiesta della Dda di Napoli, pm Catello Maresca e Alessandro Milita, su politica, appalti e camorra: 45 indagati e la ricostruzione di almeno “30 vicende delittuose”. Ed è tra queste ultime che si nascondono dettagli cupamente magnifici ed esilaranti che rimandano a Cetto La Qualunque, il personaggio interpretato da Antonio Albanese.
Il primo riguarda un maresciallo dei carabinieri, a capo della stazione di San Felice a Cancello. Si chiama Tommaso Fraiese. Leggiamo: “Il maresciallo Fraiese chiama Pasquale De Lucia per manifestargli la piena disponibilità a effettuare il concordato controllo presso le abitazioni dei familiari del candidato sindaco Emilio Nuzzo con lo scopo di avvantaggiarlo nella competizione elettorale”. In sintesi: De Lucia ha fatto avere al maresciallo una lettera “anonima” che accusa i Nuzzo di rubare energia elettrica. Al telefono, il militare assicura a De Lucia: “Prima di Pasqua ci facciamo il servizietto”.
E il servizietto arriva: i carabinieri fanno i controlli, denunciano i familiari del candidato sindaco avversario per furto di energia elettrica e la storia esplode con clamore sui media locali. Non solo. In virtù dei “privilegiati canali di conoscenze” di De Lucia, il maresciallo gongola di gioia per la nomina a Cavaliere della Repubblica, ottenuta dal Quirinale il 2 giugno 2010.
Ma la storia più tragicomica è quella del matrimonio di Silvia Aprile, cantante che vanta un’apparizione a Sanremo con Pino Daniele. Aprile si sposa il 13 luglio 2010 e fa il banchetto nuziale alla Reggia di Caserta. Qui entra in gioco la sua parente Rita Di Giunta, amante di De Lucia nonché sua factotum nei rapporti con i Casalesi, dagli Zagaria in giù (in merito c’è una frase memorabile detta da “Rita” a un boss: “La politica premia”).
Il problema è che alla Reggia, ovviamente, non è consentito fare banchetti nuziali e così viene escogitato uno stratagemma sinistramente geniale. Con la complicità dell’ente per il turismo, il sodalizio chiede alla Soprintendenza l’autorizzazione per la presentazione di un cd della cantante. Tutto procede bene finché la sera stessa del matrimonio, Pasquale La Qualunque riceve una telefonata dell’amico dell’ente per il turismo: “Mi ha chiamato la Soprintendenza, sta succedendo la guerra, hanno detto che questa (la cantante, ndr) si è presentata con l’abito da sposa. I custodi mi hanno chiamato, mi hanno detto: ‘Ma quale festa, questo è un matrimonio’”.
Interviene allora Rita Di Giunta, che placidamente dice: “Ho chiarito tutto, abbiamo detto che l’artista si era sposata ma dato che non aveva festeggiato perché aveva perso il padre ha invitato qualche amico personale”. Per i pm, il reato è di truffa.