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 2017  gennaio 19 Giovedì calendario

ALAIN DELON MI BACIÒ E IO GLI MORSI LA LINGUA


[Isabella Biagini]

Roma, gennaio
«Sto male, non ce la faccio più. Sono sempre stata una donna forte, adesso però basta. Mi capita una disgrazia dietro l’altra, ma io cosa ho fatto di brutto? Dovrei andare a Lourdes, anche se sono sicura che troverei chiuso».
Nell’albergo dove si appoggia provvisoriamente, Isabella Biagini, sex symbol degli Anni 60-70, soubrette, imitatrice, attrice di talento, è stesa sul letto con la gamba destra bloccata da un tutore. È stata operata dopo che un’auto l’ha investita la vigilia di Natale, l’ultima di una serie di sventure. Le sue condizioni economiche non sono floride, vive con una pensione di 700 euro al mese che le permette di pagare per il momento questa sistemazione. Ma prima il rogo nella sua casa, sotto sfratto («e se avessero appiccato il fuoco per cacciarmi?»); quindi il breve soggiorno in un centro di accoglienza della Caritas; ancora la sfortuna dell’incidente: «Stavo andando a prendere il mio cagnolino Freud da alcune signorine gentili che me lo tenevano. Volevo passare il Natale sola con lui in una camera d’albergo, ma una macchina, pam, mi è venuta addosso». Dopo l’operazione, Isabella ha trascorso qualche giorno ospite dell’amico Stefano Conti, che si è dato da fare e che lei ha ricompensato con 500 euro. Ora c’è questo hotel dove ha potuto portare il suo amato cagnolino, un batuffolo «che capisce più di un umano e non vuol vedermi più piangere». Ma dopo? Cosa ne sarà di lei?

TRA DENUNCIA E APPELLI
Se qualcosa di buono si sta forse muovendo, la Biagini ripete che all’origine di tutti i suoi mali c’è il fratellastro Luigi Guarasci (la madre di Isabella rimase vedova due volte e ha avuto tre figli da altrettanti mariti). Come si legge nella denuncia resa al commissariato il 22 dicembre 2016, questo signore «approffittando del dolore causato dalla perdita di mia figlia (Monica, scomparsa drammaticamente nel 1999, ndr)... mi ha raggirato impossessandosi di due abitazioni di mia proprietà...». L’artista sostiene ancora che abbia detto cose non vere «relativamente al mantenimento della mia persona» sia a noi di Oggi (vedi n. 53/2016) sia in tv da Barbara d’Urso. E conclude affermando che questi comportamenti le hanno creato «gravi problemi psicofisici chiamati in gergo psichiatrico istigazione al suicidio», il che risulta da un certificato del neurologo della Asl.
Eppure è ancora a Luigi che Isabella si rivolge: «Sbrigati ad aiutarmi perché io così non posso più stare. Non portarmi a desiderare una cosa che non voglio fare, perché sono contraria a chi si toglie la vita. Dammi una casa per la mia vecchiaia – come hai promesso anche a Barbara d’Urso –, una casa piccola, dignitosa, senza sfratti. So che nei meandri bui della tua anima c’è un puntino di sole, apri una finestra per me che ne ho bisogno.Ti sto quasi perdonando... Sai: per la prima volta, dopo l’incidente, mi sono sentita vecchia, sola e sbandata. Ora anche invalida». Isabella piange a tratti. Nomina spesso l’altro fratello, Davide, che non l’ha abbandonata. Poi si anima: «Lancio un appello: c’è qualche signore con la pensione che voglia dividere con me un appartamento? Sono diventata anche brava a cambiare i cateteri!». E ride.
Ma alla fine i pensieri si aprono al ricordo, il privato si confonde con la carriera e le parole diventano un flusso di coscienza, tinto a tratti d’ironia. «Fu Anna Magnani, che era amica di mia madre, a presentarmi a Michelangelo Antonioni. Lui mi scelse per una piccola parte in Le amiche, ma io non avevo il sacro fuoco dentro. Lo facevo per mamma, ho sempre detto “vabbé mamma”, anche per il matrimonio. Non mi volevo sposare, ma lei minacciava di buttarsi dal nono piano... Lo feci (la prima volta con Roberto Romagnani, poi con Pietro Campagnola, ndr) anche per andarmene di casa. L’ultimo marito di mia madre mi spiava dal buco della serratura, la convivenza era impossibile ma mamma con lui era felice.
«Papà? Mi dicevano che faceva il pilota, mia nonna lasciava le briciole sul tavolo per illudermi che era passato di casa. “Uffa”, dicevo io, “ma papà viene sempre quando dormo?”. Lo conobbi a 10 anni, mi portarono al cimitero. E ascoltando i discorsi dei grandi, scoprii com’era morto. Cercando un altro figlio, era rimasto sopra mia madre nell’atto d’amore. Così l’unico maschio di casa era uno zio cattivissimo, che mi picchiava con la cinghia...

«VOLEVO FARMI SUORA»
«Lavorare, per me, era come timbrare il cartellino. Facevo le serate, prendevo i soldi e me li nascondevo nel seno per non farmeli rubare. Tornavo a casa e li davo a mamma, tutti bagnati di sudore: “Sono soldi puliti, è sudore sano”. Mai fatti i film col sedere sotto le docce – e sì che pagavano bene –, mai stata una donna da letto. C’è stato addirittura un periodo in cui pensavo di prendere il velo. Ma andavo a lezione di ricamo da suore così cattive che cambiai idea: “Solo perché porto la tonaca, mi devono baciare la mano? E che sono, Dio? No, questo è abuso di potere: non è cosa per me”».
Lei, Isabella, era uno splendore. Chissà quante avance ha ricevuto... «Rifiutai quelle di Pippo Baudo e dopo ho avuto difficoltà a lavorare. Invece la sa la storia di Alain Delon? Eravamo al Bulli e pupe, tutto il locale riservato per noi, i violini che suonavano... Giro la testa un attimo e mi ritrovo la lingua di Alain dentro la gola! Io, pronta, gli do un morso. “Aaaah che cosa fai Isabella, che cosa fai?!”. Ma su: solo perché era Delon pensava che gli dicessi subito di sì? «Con Modugno c’era innamoramento da parte di entrambi, ma era sposato e io non sono mai stata una rovinafamiglie. Rifiutai e lui mi mollò un cazzotto in faccia. Quel giorno dovevo fare Marilyn Monroe, ma com’era possibile così conciata? Virai su Franca Valeri, che mi permetteva di storcere la bocca». Isabella è un fiume inarrestabile. Ecco Liz Taylor e Maria Callas ospiti a casa sua. La fratellanza con Alighiero Noschese, «che era caduto in depressione e io non riuscii a salvare dal suicidio». Scorrono i dieci anni con Paolo Limiti, anche se il grande amore rimane Camillo Caltagirone: «Dovevamo sposarci in Svizzera, ma temevo per mia figlia Monica. Non volevo che me la togliessero... Monica la sogno spesso. Lei è tra le nuvole, io mi arrampico su una scala di corda con le rose bianche e dico: “Prendimi, amore”. Invece mia figlia mi ricaccia sempre giù, con la mano sulla mia testa: “Non è ancora tempo, mamma, hai cose da fare”. Forse ha ragione lei. Ma io ho il rammarico d’essere nata: la vita è stata troppo cattiva con me, che sono un’anima fragile, che sono rimasta bambina».
Michela Auriti