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 2017  gennaio 20 Venerdì calendario

QUANDO LA CARTA ERA LA VERA RIVOLUZIONE


Secondo Lutero, la pressa da stampa era un dono di Dio, «il più alto ed estremo atto di grazia». Una dichiarazione interessata, perché la Riforma doveva la sua rapida e capillare diffusione proprio alla macchina messa a punto da Gutenberg e alla (relativa) economicità di un supporto che soppiantava la costosa pergamena, ricavata da pelli animali, fino ad allora in uso. Tra le invenzioni umane, la carta è una delle più preziose, motore di sviluppo delle civiltà, eppure la sua storia millenaria è una delle meno conosciute, quasi fosse un materiale che si può reperire facilmente in natura e non invece quello che realmente è, il frutto di una tecnologia piuttosto sofisticata, che si è lentamente evoluta nei secoli, da un continente all’altro. Fa talmente parte della nostra vita, e lo sarà ancora a lungo, che quasi non riusciamo a “vederla”, a riconoscerle il ruolo fondamentale che le spetta.
Raccontarne il lungo viaggio è «sfogliare la storia», come recita il sottotitolo del volume del giornalista e divulgatore americano Mark Kurlansky (Carta, Bompiani, pp. 560, 24 euro). La carta che noi conosciamo e pratichiamo ha meno di duecento anni, e deve le sue prime sperimentazioni al chimico francese Anselme Payen. È fatta di fibre di cellulosa derivate dal legno e disgregate e mescolate in acqua. Il liquido ottenuto viene raccolto in uno stampo e filtrato, sino a ricavarne uno strato molto sottile di fibre intrecciate poi trattate con procedimenti fisico-chimici. Prima di allora, i supporti utilizzati per incidere o iscrivere segni convenzionali erano minerali (le tavolette d’argilla dei Sumeri, la pietra delle stele e dei monumenti, la cera), vegetali (il papiro, le tavolette di legno, le cortecce di varie piante ), animali (la pergamena).
Agli scolari cinesi è stato insegnato per secoli che la carta è stata inventata nel 105 d.C. da un eunuco di corte, Cai Lun, che avrebbe ottenuto la carta lavorando la corteccia degli alberi, la canapa, dei brandelli di tessuto e le reti da pesca. Il nuovo materiale rispondeva alle crescenti esigenze gestionali dell’amministrazione dell’impero, e favoriva la fioritura di testi letterari e filosofici, la redazione di storie nazionali e dizionari, la riedizione di classici. Nascevano librerie e biblioteche private con migliaia di libri, anche se scrittura e lettura restavano appannaggio dei giovani aristocratici in carriera nella burocrazia governativa. I funzionari addetti alle scritture venivano chiamati zhi e alla fine questo è diventato il termine cinese per la carta. Verso il III secolo d.C. la carta cinese veniva trattata con gesso, amido o un collante ricavato dal lichene per evitare che assorbisse troppo inchiostro. Nel 674 il governo ordinò ai cartai di trattare la carta per documenti governativi con una sostanza velenosa ricavata dalle bacche di un philodendron, per evitare che gli insetti potessero attaccarla. Nel XII secolo l’instancabile viaggiatore arabo Ibn Battuta rimase sbalordito dalla quantità di carta che i cinesi consumavano. La utilizzavano persino a scopi igienici anziché lavarsi, pratica che gli sembrava deprecabile. Anche i riti della sepoltura richiedevano grandi quantità di carta quale tributo per degli spiriti, un uso che è continuato fino ai tempi moderni. I processi di fabbricazione potevano durare anche 300 giorni e prevedevano l’impiego di paglia per le carte da imballaggio e di germogli di bambù per quelle più raffinate, destinate alla calligrafia. Alcuni fogli arrivavano a misurare tre metri per due, anche se il formato più comune era quello che corrisponde al nostro A3. Il Giappone comincia ad assimilare le più avanzate acquisizioni culturali dei cinesi quando nel 370 conquista la Corea, che ne era già imbevuta. Con la scoperta della carta importa la lingua scritta, la calligrafia (che assume presto una straordinaria rilevanza sociale), la pittura, il buddhismo, il confucianesimo, la burocrazia. L’imperatore in persona avvia la produzione di quattro cartiere che gli versavano annualmente un tributo di 20.000 fogli della loro carta più fine (ricavata dalla corteccia dei gelsi, da un arbusto, chiamato gampi e dalla canapa), nonché 4.600 fogli di carta colorata. Al 1031 risale la prima menzione di carta riciclata. Non potendo togliere l’inchiostro, risultava un po’ grigia ma andava bene lo stesso per gli svariati usi religiosi e per i pannelli scorrevoli e le decorazioni.

Il diritto alla parola scritta. Dalla Cina la carta si diffonde lentamente in tutta l’Asia e trova un impiego intenso nel buddhismo: i fedeli acquisiscono benedizioni disegnando immagini e preghiere del Buddha o copiando i libri dei suoi sermoni. Anche l’Islam aveva un enorme bisogno di carta, per diffondere la parola del profeta. Le pagine del Corano dovevano essere straordinariamente belle perché riflettevano la parola di Allah: di qui la raffinata eleganza della calligrafia araba. I musulmani ritenevano che la parola scritta non fosse un privilegio di pochi eletti, ma un diritto di tutti, e incoraggiavano la conoscenza come parte integrante del credo religioso. Li aiutava la rapidità con cui sapevano assimilare le conquiste altrui: l’arte cartaria e l’alchimia dai cinesi, la matematica dai popoli di Egitto e Siria, l’ingegneria idraulica dai greci e quella civile dai romani.
Fu Harun Al Rashid a disporre che gli scritti governativi venissero trascritti su carta dalla pergamena, che pure restò impiegata a lungo per il Corano e i testi più autorevoli. La produzione dell’inchiostro non era organizzata e ogni calligrafo doveva provvedere per conto suo. Nel 794 il califfato abbaside ingaggiò degli operai cinesi per costruire a Baghdad una cartiera azionata dall’acqua del fiume. Produceva una carta liscia e regolare, di buona qualità, che faceva concorrenza a quella di Damasco. Le fibre ricavate dalla canapa, dal lino, da stracci o corde venivano tagliate, inzuppate della calce, lavate e asciugate al sole, quindi disgregate con un mortaio e un pestello.
Fu così che le biblioteche arabe riuscirono a raccogliere migliaia di libri, mentre quelle di San Gallo o di Cluny dovevano accontentarsi di qualche centinaio. Era la carta a salvare le culture minacciate. I reggenti persiani del X secolo, preoccupati che la loro cultura potesse scomparire in seguito alla conquista araba, diedero incarico a Firdusi di scrivere un grande poema epico della Persia, al compenso di una moneta d’oro per ogni riga. Firdusi non si fece pregare e scrisse il poema più lungo e costoso della storia, 50.000 versi. Al già disastroso conto economico bisognava aggiungere il compenso degli scribi e il costo della carta, d’importazione cinese.

Un mestiere ebraico. Una identica, straordinaria fioritura culturale accompagna la conquista mussulmana dell’Iberia, strappata ai Visigoti nel 714. Le prime notizie circa la produzione di carta in Al-Andalus, poi largamente esportata via nave a Genova, Napoli e Venezia, risalgono al 1056. Era in mano agli ebrei, che da secoli avevano sviluppato un importante know-how, e per macinare la polpa di carta utilizzavano le pietre gigantesche dei mulini già costruiti dai romani per la molitura delle olive. Si diceva che un fiume in cui vivessero le trote offriva un’acqua ottimale per la produzione di carta. All’occorrenza si procedeva allo sbiancamento con bicarbonato di calcio o magnesio. Su carta venivano trascritte le transazioni commerciali e bancarie. Banconote e ricevute erano molto diffuse, così come le carte geografiche.
Granada era anche famosa per le sue carte colorate, offerte in una elegante gamma di rossi e di rosa, anche se un monaco di Cluny, Pietro il Venerabile, in visita a Toledo, centro ebraico specializzato in produzioni di pregio, deprecava che si utilizzassero per le sacre scritture supporti creati con pezzi di vecchi indumenti e altre cose indegne, «raschiatura di stracci», ciò che a lui sembrava sacrilego. Ci ironizzava anche un sonetto di Francisco de Que vedo: «Quelli che ieri erano stracci/ E venivano gettati via dal cuoco/ Oggi sono documenti/ che governano due mondi/ E ne minacciano altri tre». Tocchiamo qui uno dei tanti esempi degli altissimi costi ambientali e umani della produzione cartaria. Il trattamento degli stracci, utilizzato per secoli, produceva fetori pestilenziali, altamente inquinanti per l’aria e le acque. A questo si aggiungeva l’immane frastuono dei magli che dovevano disgregare le fibre. Tra miasmi, rumori e agenti chimici, infuriavano le malattie professionali. Non esistevano orari di lavoro perché i mulini non si fermavano mai. L’aspettativa media di vita dei lavoratori era di trent’anni, la tubercolosi dilagava e il lavoro minorile era largamente praticato. Il sogno di una carta bianchissima, leggerissima, levigatissima, il supporto che faceva avanzare le arti, le scienze, le tecniche, i commerci e la letteratura nasceva dai tormenti di fatiche disumane. (1 continua)