Marzio G. Mian, Sette 20/1/2017, 20 gennaio 2017
IL “SEGRETO” DEL PAESE CHE VANTA IL RECORD MONDIALE DELLE VOCAZIONI
A un certo punto Emanuele ha scoperto che era felice. Più felice di quella volta quando ha messo la palla all’incrocio da fuori area e ha fatto vincere il Casoni all’ultimo minuto, che sembrava il culmine della felicità. Ancora più felice del suo primo bacio, che gli era sembrato di toccare il cielo. «Ero davvero innamorato di Gesù, sentivo che mi aspettava, non è facile da spiegare», dice don Emanuele, 29 anni, nella sacrestia del Duomo di Treviso mentre s’infila la veste dalmatica per la messa della sera. Nella penombra i suoi occhi neri brillano di una passione incontenibile che pare quasi imbarazzarlo, come se fosse consapevole che per noi non è facile capire, di rappresentare insomma una razza d’uomo in via d’estinzione. Anche se siamo stati a Casoni, alle pendici del Grappa, il suo paese, vivaio mondiale delle vocazioni, raccontato una dozzina d’anni fa addirittura dal Wall Street Journal in prima pagina: al giornale economico americano stavolta non interessava il popolo delle Partite Iva, ma quello di Dio; non la terra dei capannoni, la provincia vicentina che esporta quanto il Portogallo, ma la “priest valley” che tra preti, parroci, vescovi, frati capellani, priori, suore, badesse, reverende madri dorotee, trappiste, orsoline, carmelitane “produce” più religiosi al mondo. Molti gli alti papaveri, da monsignor Tommasi rappresentante della Santa Sede all’Onu a Ginevra, ai fratelli scalabriniani Donanzan, Luigi, Cesare ed Emilio, inviati del Vaticano nelle fabbriche di Detroit, tra gli emigranti di New York e alla Casa Bianca. Un’ampia ala del cimitero mette insieme i caduti delle guerre e i soldati di Cristo. La facciata della bella chiesa settecentesca di San Rocco è ricoperta di medaglioni marmorei dedicati ai preti che hanno fatto epoca in paese, da don Giuseppe Favero «prestantissimo nella benedizione del suo popolo», a padre Girolamo Michieli «per tre lustri parroco per zelo instancabile».
Nel 2000 fu calcolato che a Casoni si era fatto prete un abitante su 85, mentre nel resto della penisola erano uno su 1.047. Tra uomini e donne avevano preso i voti una persona ogni 44. Oggi, secondo il Giornale di Vicenza, siamo a un prelato ogni cento abitanti. «Da bambino don Dionisio Salvadori era sempre stato il mio modello di adulto felice e realizzato. Ma sembra un secolo fa, io sono stato l’ultimo seminarista di Casoni», dice don Emanuele. Sua madre, in via Papa Luciani, ci aveva raccontato lo shock tremendo quella volta che il ragazzo, mentre studiava ancora veterinaria, annunciò la sua decisione a tavola: «Anche se abbiamo quattro zie suore il padre è morto con quel magone. Una volta sarebbe stata festa, era una benedizione, un onore donare un figlio alla Chiesa».
La polveriera del Montello. Il Veneto è sempre stato generoso di storie per chi cerca semplificazioni, facili ironie sulla terra dei “bigotti egoisti ed evasori”, sui “baciapile peccatori e viziosi”. Anche alla birreria El Tocayo di Casoni, davanti a San Rocco, tutti si godono lo scandalo di don Andrea Contin, il prete della parrocchia di San Lazzaro a Padova accusato di favoreggiamento alla prostituzione, leggono le ultime su quella canonica trasformata in stanza del piacere sadomaso, catene da bondage, frustini, stivali bianchi col tacco a spillo, le rivelazioni sulle orge del don riprese in video titolati con nomi di Papi, sui viaggi dello sporcaccione nei villaggi per scambisti in mezza Europa. «Ma qui da noi mai uno scandalo», dice Anna, la nipote del vecchio sacrestano Pietro Stocco, sorseggiando uno spritz: «Noi teniamo duro, siamo una comunità ancora orgogliosa dei nostri preti, sono il nostro vanto, come si dice...? la nostra eccellenza».
In giro di tonache non se ne vedono, sono tutte fuori, sparse per l’Italia, le Americhe, le Indie e l’Africa. Un battaglione di missionari “made in Casoni”, gente che va sul giornale solo quando arriva l’appuntamento con il machete, sono la punta di diamante di questo distretto della devozione: su 13 mila missionari nel mondo tremila sono partiti dalle pianure beriche. «Eppure non sappiamo essere missionari in casa nostra», dice don Emanuele: «Casoni è ancora la roccaforte del Veneto cristiano, ma l’aria è sempre più inquinata, avanza lo smog dell’intolleranza e dell’ipocrisia, siamo assediati». A pochi chilometri, a Volpago, uno dei comuni più dissanguati dalla Grande Guerra, dalla pellagra e dall’emigrazione, si è appena svolta la fiaccolata di un migliaio di trevisani – governatore Luca Zaia in testa – contro l’arrivo, nell’ex polveriera del paese, di un centinaio di richiedenti asilo, accolti dallo striscione «Benvenuti sul Montello, sarà il vostro inferno».
La solitudine del prefetto. Non è facile capire il Veneto oggi, e Casoni serve per confondere ancora di più le idee, ma anche per dribblare molti stereotipi. È la metà del comune di Mussolente, che conta 7.700 abitanti e si sviluppa tra due festoni di colli alle falde del massiccio del Grappa; siamo nella provincia nord-orientale di Vicenza, ma anche all’estremo fronte occidentale della diocesi di Treviso, quindi in bilico su un confine metafisico, rivendicato da due poteri, temporale e spirituale, prefetto vicentino e vescovo della Marca. Ai tempi della Dc, quando a Mussolente sbancava con 15 consiglieri comunali su 17, erano le correnti a stemperare la guerra fredda tra Vicenza e Treviso, ma dacché gran parte di quei voti si sono travasati nella Lega, anche le coscienze in Veneto sono andate in cortocircuito. I prefetti, nel marasma per l’emergenza profughi (quasi 15 mila), dopo i tanti “no” dei sindaci, sono inascoltati anche dalle parrocchie, nonostante l’appello di Francesco all’ospitalità. «Sono solo», sbotta il prefetto di Vicenza Eugenio Soldà che deve collocare 2.700 richiedenti asilo, «mi hanno sbattuto le porte in faccia pure i parroci, mi hanno voltato le spalle». Secondo il vescovo di Vicenza Beniamino Pizziol, «i parroci non possono agire senza o contro le proprie comunità». Sul foglio settimanale Lettera aperta don Gianni Antoniazzi prete di Carpenedo, provincia di Venezia, ha scritto che «prima dobbiamo pensare agli italiani in difficoltà». Prima i nostri, un mantra recitato come un paternoster sotto i campanili, compreso quello di Casoni di Mussolente, che per la Chiesa del Nord Est è quel che fu Reggio Emilia per il Pci.
Le sirene di Bassano. «Dovremmo dare l’esempio al resto del Veneto, ci sono tante case vuote», dice suor Giovanna in servizio al Cottolengo e in visita all’unica delle sue quattro sorelle a non avere preso i voti (moglie tra l’altro di Graziano Fietta, fratello di due preti, voce autorevole dell’Azione Cattolica): «Nonostante l’ariaccia che arriva da Treviso, qui abbiamo ancora la forza per andare controcorrente. Vivere da cristiani da noi è quasi un dovere civico». In un’intervista alla Vita del Popolo della diocesi di Treviso, nel 1982, l’arciprete di Casoni don Gabriele Cortese dichiarava che «pur essendo vicino a Bassano che esercita un’influenza negativa, a Casoni c’è una totale frequenza religiosa, metà delle ragazze si sposa in paese. Il solo problema sono gli immigrati che stentano ad inserirsi, la maggioranza sono meridionali».
Un pulpito che scotta. Don Alessandro, 46 anni veneziano, è arrivato da un paio di mesi, subentrato al reverendo Paolo Marconato: nei secoli dei secoli non s’era mai verificato che un pievano dovesse dividersi tra le due parrocchie. Fa la spola quattro-sei volte al giorno, avanti e indietro in bici tra San Rocco e la chiesa moderna dei santissimi Pietro e Paolo. «Come non trovare un norcino a Norcia», ironizza Gabriella Zanandrea, voce nel coro parrocchiale diretto dal maestro Riccardo Favaro: «Ormai anche Casoni paga la carenza di vocazioni, troppi sacrifici. Ma don Alessandro è il top, all’altezza della tradizione». Una sede sensibile, che può mettere in soggezione. «Qui ne sanno più di me», dice il don. «In quale altro posto oggi l’arrivo del nuovo prete è salutato con un giorno di festa, bandierine, prosecco a volontà, palco, canti dei bimbi, discorso del sindaco... Prima di Natale ho benedetto le fabbriche, la ricchezza è percepita come un segno della benevolenza di Dio, un po’ come nel mondo protestante. Il mio compito è impedire che la ricchezza diventi un idolo».
Le vocazioni liquide. Qui, sia chiaro, ancora il 40 per cento della popolazione va in chiesa. La domenica alle dieci non si trova più parcheggio, vedi ragazzi uscire dalla chiesa canticchiando a bassa voce il brano finale della messa, «perché sulla mia strada ci sei tu...», come per prolungare gli effetti di un piacere. Per dire, al funerale della signora Rosa, 101 anni, abbiamo verificato il tutto esaurito, qualcuno ha dovuto occupare la cappelletta di lato all’altare (tra l’altro ben riscaldata), tappezzata con i ritratti di due secoli di parroci, una galleria che ricorda le chiese puritane di campagna del New England.
Suor Giovanna dice che le vocazioni oggi sono come i matrimoni, non puoi più dire sì per sempre, «l’importante è vedere la luce». Solo a Casoni, 3.500 abitanti, duecento ragazzi partecipano ai campi Grest, diventano catechisti, fanno gli animatori, organizzano gli esercizi spirituali, visitano gli anziani. Compreso don Antonio Zanon, 99 anni che vive da 50 con la perpetua Rosanna oggi novantenne ed è l’ultimo testimone del record assoluto: su otto fratelli, sei Zanon hanno indossato la tonaca, Brasile, Canada, California. Don Antonio è stato distaccato a Ferrara. «Ci sono meno vocazioni», dice con un fil di voce, «ma secondo me quelle poche oggi sono più vere». Anche «Peppone» qui ha lo zio prete. E il figlio chierichetto. Giovanni Orso, 57 anni si è iscritto al Pci nel 1980, poi molti anni all’opposizione in consiglio comunale. «Chi non andava a messa fino a 15 anni fa era segnato a dito, un alieno», dice. E ricorda quando presentò domanda per entrare in banca e gli fecero notare che si era dimenticato di indicare il nome del prete che l’aveva raccomandato: «Senza il prete non si aprivano né le porte del Paradiso né quelle della banca».
Il fantasma di Lutero. Il municipio, nuovo di zecca, a due passi dalla meravigliosa villa Negri-Piovene posta sul colle a dominare l’abitato con l’ampia tenuta, sorge esattamente dove finisce Mussolente e comincia Casoni, perché da secoli la commistione è complicata. «Storie diverse», dice il sindaco Cristiano Montagner, 45 anni, consulente aziendale. Mussolente, grazie al torrente Volon, sviluppa sin dal Medio Evo una vocazione manifatturiera, Casoni più contadina e bersaglio, dopo il Concilio di Trento, della furia dell’inquisitore bellunese padre Bonaventura Maresio per via di una «maligna perseveranza nell’eresia luterana», scriveva il frate. Da qui la forte e orgogliosa compattezza della comunità, che ha fatto della sua chiesa una rocca e dei sacerdoti i suoi cavalieri: «Se vinci a Casoni hai vinto le elezioni», assicura il sindaco, un ex catechista che ha relegato la Lega all’opposizione con l’appoggio degli imprenditori. «Il successo delle nostre aziende si deve anche all’esportazione di religiosi. Avere parenti nei posti più sperduti ha fatto maturare un pragmatico uso di mondo, ci ha aiutato ad osare», dice mostrando dati in continua crescita, natalità, scolarizzazione, valore delle abitazioni, volontariato. Oggi qui non esiste disoccupazione, c’è un’impresa ogni 60 abitanti, depositi bancari intorno ai 160 mila euro di media a famiglia. «Non ci manca nulla, abbiamo tutto, stare qui è bellissimo», dice Anna la nipote del vecchio sacrestano in birreria. Ecco, forse il vero miracolo di Casoni è quello di non essere stato travolto dal fenomeno Nordest.
Marzio G. Mian