Gian Antonio Stella, Sette 20/1/2017, 20 gennaio 2017
SEMPRE LA STESSA SCUOLA
Gli insegnanti, in vero, o sono cattivi o sono buoni. Se cattivi, vi dicono che per quel «che dà loro lo Stato fanno anche troppo; e se il governo dà quel che dà deve contentarsi di quelli che si offrono a servirlo, senza aver diritto di guardarla tanto pel sottile». Sembrano scritte ieri mattina, le parole usate dal professor Alessandro d’Ancona nella prefazione al libro Tribolazioni di un insegnante di quinta ginnasiale del 1873.
Un secolo e mezzo dopo, fatta la tara al linguaggio vecchiotto, pare che tutto nella scuola sia rimasto uguale: «Il giorno in che il rettore di un’università accorda al candidato la laurea in lettere, e gli concede la facoltà di insegnare, è certamente il più bello e il più lieto della vita di cotesto giovane», scrive il docente. «Se non che, da quel giorno, salvo per pochissimi favoriti dalla fortuna, e così radi da potersi contare sulle dita, incomincia invece una lunga serie di tribolazioni, una vita di sconforto e di delusione. Si tratta infatti di trovare un collocamento: e poiché la maggior parte dei posti di liceo sono ormai occupati, il ministero non ha da offrire se non una quarta o quinta ginnasiale che, nella pluralità dei casi, è posta nelle province meridionali o nelle isole».
Eccola, la grande differenza: maestri e professori di allora, a causa dello squilibrio tra la demografia dei docenti e quella degli alunni, erano in buona parte obbligati a trasferirsi nel Mezzogiorno. Con problemi rovesciati ma analoghi rispetto all’esodo di oggi: «I sogni ridenti cominciano allora a dissiparsi; ma il bisogno stringe, e il giovane accetta l’ufficio di reggente con uno stipendio che va dalle 1280 alle 1600 lire annue, salvo la ritenuta sulla ricchezza mobile». Tre lire e mezzo al giorno lorde. Una miseria. Non bastasse, nei primi sei mesi busta paga dimezzata. E «per recarsi sul luogo, che il più delle volte è lontano non solo dalle linee di strade ferrate ma anche dalle vie carrozzabili, questo povero sacerdote della cultura nazionale è costretto a spendere una somma che supera la sua entrata mensile».
Morale: «Alla fine dell’anno scolastico, egli è già sfiduciato: la nostalgia lo vince, e chiede di poter tornare più presso alla patria. Il ministe ro, che ha in pronto qualche altro infelice da condannare a un anno di cotesto domicilio coatto intellettuale, accoglie quelle istanze: finché poi faccia al secondo quello che ha fatto anche al primo, e traslochi anche lui».
A dorso di mulo. Placido Cerri, giovane docente di Lettere laureato a Torino e perfezionatosi in Filologia classica in Germania, fu mandato a Bivona, tra Palermo e Agrigento. Prima un interminabile viaggio in treno, poi a dorso di mulo: «E ci avviammo per valli e per monti, non già ridenti per bella vegetazione, ma orridi per grossi macigni infuocati sotto i raggi solari, che anche nel mese di novembre saettavano cocentissimi (...). Quando si andava per qualche salita dovevo stringermi con tutta la forza alla mula per non sdrucciolare all’indietro su quella incomoda coperta... Ci fermammo davanti alla miglior locanda del paese. La stalla sempre piena di muli, e non mai ripulita per bene, mandava su per le scale, e quindi per tutta la casa un fetore da ammorbare...»
Certo, nessuno arriva più a dorso di mulo. Ma colpisce il nocciolo di quanto scriveva Alessandro d’Ancona in quella prefazione: «L’insegnamento non si è punto avvantaggiato dal cotesto andare e venire di maestri...» Possibile che un secolo e mezzo dopo siamo ancora lì?