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 2017  gennaio 19 Giovedì calendario

UN SUPERMAN A ROMA– [Sergio Rizzo] Siamo all’inizio di ottobre e il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, sta valutando progetti e cercando persone che possano rafforzare la presenza del giornale anche nella Capitale

UN SUPERMAN A ROMA– [Sergio Rizzo] Siamo all’inizio di ottobre e il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, sta valutando progetti e cercando persone che possano rafforzare la presenza del giornale anche nella Capitale. Di inviati e editorialisti che si occupano di Renzi e delle polemiche che nei partiti stanno montando in vista del referendum, ne ha già sulla piazza fin troppi. Gli pare ancora un po’ fragile la struttura che ha invece il compito di seguire la buriana che c’è in Campidoglio da quando è stata eletta sindaca Virginia Raggi. Che è poi la cosa che, stando ai sondaggi e ai dati sulle vendite, intriga di più i lettori perché non c’è giorno che, per la monnezza che riempie le strade e per i trasporti che non funzionano, i grillini e i loro oppositori non se le diano di santa ragione. Con l’aggiunta che Fontana non ha preso per niente bene la decisione del Messaggero di scippargli all’improvviso Ernesto Menicucci, uno dei suoi migliori cronisti, e di farlo capo della redazione che si occupa proprio della città. Ma sì, pensa Fontana, qui ci vuole un colpo d’ala, un manico di grosso calibro che, in una Capitale che pare ormai nel caos, sappia fare cronaca come si deve. Così un mattino convoca Sergio Rizzo, uno degli inviati di punta di Via Solferino, e gli dice: “Caro Sergio, so che mi manderai a quel paese, ma io ho deciso di chiedertelo lo stesso”. E Rizzo non aspetta nemmeno che il suo direttore finisca la frase e dice che sì, è pronto ad accettare questo incarico, “anche se solo per spirito di servizio”. Che poi forse non è del tutto vero perché, in quei giorni, sta andando in stampa anche l’ennesimo libro-inchiesta di Rizzo, ‘La Repubblica dei brocchi’, edito da Feltrinelli, che, guarda caso, ha una prefazione nella quale si fa a pezzi proprio quella Paola Muraro che, prima di diventare assessore all’Ambiente nella giunta Raggi, aveva fatto scandalo per aver avuto per dodici anni consecutivi le mani in pasta nell’Ama, l’azienda partecipata che si occupa – e tutti sanno ormai come – della monnezza romana. E il libro non si ferma qui perché, tra i ‘brocchi’ d’Italia, brocchi fin che si vuole ma, a parere di Rizzo, quasi sempre ‘inaffondabili’, ci sono anche quelli della classe dirigente capitolina: da Scajola a Fiorito, Cerroni, Giubilo, Alemanno, Marra, eccetera, e poi pure l’elenco dei comitati d’affari e dei palazzinari che, da tempo immemorabile, dettano legge nella Capitale. Ma il bello di questa storia è che Rizzo, nella sua folgorante carriera, prima di giornalista economico e poi di inviato, editorialista e scrittore di successo (una decina di bestseller su caste e dintorni che hanno venduto quasi tre milioni di copie), non aveva mai fatto prima d’ora, nemmeno per un giorno, il cronista né di bianca né di nera. Ma sì, quelli ‘da marciapiede’ sono costretti da sempre a seguire per ore noiosissime e inconcludenti riunioni di giunta oppure a bazzicare nelle questure a caccia di omicidi o a trottare per i vicoli dove si spaccia droga o a scoprire nuovi giri di prostitute minorenni. Insomma, per Rizzo è un’esperienza nuova e forse, proprio per questo, parecchio intrigante. Quando il 3 novembre lo incontro in via Campania nel suo nuovo ufficio di capocronista pare un toro infuriato, mentre al cellulare sta rompendo le scatole a mezzo mondo per sapere come mai un teatro prestigioso come il Valle sia chiuso da più di dieci anni. “Ma siamo matti! Bisogna farlo riaprire subito. Intervistate pure la Guarnieri. Questo scandalo deve finire”, urla. E io che cerco di spiegargli come quella del Valle sia una vecchia storia, una delle tante, scabrose è dir poco, di cui è stata sempre piena questa città. Ma Rizzo non vuol sentir ragione, stoppa il cellulare e mi fa anche l’elenco di tutte le altre cose che a Roma non vanno e sulle quali “vedrai come ora colpirò duro. Anche questa storia delle centinaia di pullman turistici che ingorgano Colle Oppio dovrà finire. Capito?”. E allora mi rendo conto che sarà meglio cominciare subito l’intervista perché, passata l’ora di pausa per il pranzo, chi l’afferrerà più questo Tom Cruise da missione impossibile, che ha un nervo per capello e il coraggio di dire il fatto suo anche a uno come Franco Caltagirone? E magari ti sei forse anche pentito di avere accettato. Ma chi te lo ha fatto fare? Eri come un drone che, volando alto, riusciva a mettere il naso ovunque, tanto che non c’era tetto di casta o di ministero che tu non riuscissi a scoperchiare. E ora ti tocca invece questionare con pizzardoni che magari, a ogni angolo di strada, ti prenderanno pure a male parole. «Io pentito? Ma neanche per idea. È il lavoro che forse ci voleva per mettere a frutto le esperienze che, in tutti questi anni, ho accumulato. Anzi, sai cosa ti dico? Anche i miei colleghi “senatori” che stanno nei giornali da trent’anni e che ora prendono lo stipendio per scrivere articolesse dovrebbero fare la stessa cosa. Ecco, penso che sarebbe giusto che, invece di starsene seduti comodi comodi sulla poltrona, dovrebbero tirarsi su le maniche e pensare a trasmettere ai giovani tutto quel che hanno imparato di questo mestiere». Tu che ti sei occupato sempre di caste, mi dai un’idea di come sono strutturate quelle che oggi spadroneggiano nella Capitale? «È una casta fatta di personaggi che, anche ai massimi livelli, brilla per la sua mediocrità. Se è mediocre la casta nazionale, quella romana è la peggiore di tutte, perché è proprio in questa città che i partiti tradizionali si sono ridotti a essere soltanto comitati d’affari. La verità è che Roma è ancora una città papalina dove non è mai riuscita a mettere radici la borghesia illuminata e produttiva che c’è invece a Milano. Una volta era il marchese del Grillo a dettar legge sotto il cupolone. Oggi sono i palazzinari. Come è anche incredibile che una Capitale europea come questa abbia avuto tanti sindaci di così basso profilo. Le eccezioni, in decenni di sindacatura, si contano sulle dita di una mano. Ora che batti il marciapiede mi sai dire quali sono le tre cose che ti hanno colpito di più in questa città? «Prima di tutto la più che palpabile indifferenza che mostrano i romani nei confronti di un modo di gestire la cosa pubblica che altrove invece verrebbe considerato dai cittadini disastroso e inaccettabile. E poi il trasformismo, cioè la capacità di chi ha perso le elezioni di assumere ogni volta le sembianze di chi invece le ha vinte. E cosa c’è di strano o di disonorevole se Virginia Raggi si prende come capo di Gabinetto proprio quel Raffaele Marra che aveva già dato i suoi servigi a un sindaco di ultra destra come Gianni Alemanno? E poi è una città dove regna il fatalismo, un virus difficile da estirpare. E come se i romani dessero ogni volta per scontato che, in questa città, niente potrà mai cambiare». Come mai anche un’inchiesta come quella su mafia capitale che, quando è esplosa, pareva l’Apocalisse, rischia ora di essere un fuoco di paglia? «Perché, tra comitati d’affari e pubblica amministrazione, c’è da sempre un rapporto che, pur basato su codici mafiosi, è talmente vischioso e impalpabile che riesce molto difficile smascherarne gli intrecci. Non sai mai se il malaffare nasce da una parte o dall’altra. Difatti uno dei perni su cui ruota questo rapporto è lo scambio dei favori. Del tipo: se tu mi assumi queste cinque persone io ti garantisco un appalto o qualcos’altro. Eppure, anche se tra comitati e amministratori non c’è passaggio di denaro, dovrebbe essere chiaro che, in questo scambio irrituale di favori, entrambi hanno lasciato le loro impronte digitali». Cosa si dovrebbe fare, secondo te, per estirpare la corruzione in una città come Roma? «Se avessi la bacchetta magica, io, come primo atto, licenzierei in tronco tutti i 60mila dipendenti del Comune e delle aziende partecipate per poi riassumere solo quelli che sono di provata onestà. Questo per dire che la corruzione è talmente dentro le viscere di questa amministrazione che non basta certo la magistratura per sradicarla. Ma è chiaro che sto vaneggiando. La verità è che, per cambiare le cose, ci vorrebbe una vera rivoluzione culturale, tipo libretti rossi di Mao anche se di segno diverso, una scossa mentale 6 punto 5». Andiamo per titoli: differenze tra pizzardone romano e ghisa milanese. «Il ghisa ha un modo di interpretare il suo ruolo con grande senso civico, quello che molti pizzardoni purtroppo non hanno». Così ti fai molti nemici. «Pazienza. E poi ci sono abituato». Esiste o no a Roma il libero mercato? «No, da nessuna parte, nemmeno nelle attività più piccole anch’esse dominate oggi da rendite di posizione e da comitati d’affari». Cosa pensi di Tredicine? «Se riesce a controllare bar mobili e chioschi fissi di mezza città ci sarà pure un motivo. Non è forse passata, in consiglio, una mozione appoggiata anche dal centrodestra che chiede la proroga delle sue concessioni fino al 2020?». Seimila vigili ma solo mille sulle strade. «Mi pare indecente che nemmeno nei giorni del terremoto sia stata rafforzata la loro presenza nei quartieri. Hanno anche avuto il coraggio di fare ricorso contro un’ordinanza che imponeva almeno la rotazione dei loro incarichi e alla fine l’hanno pure spuntata». Monnezza. «Quando vedi che uno come Manlio Cerconi che ha 90 anni, e ha avuto le mani sulla monnezza per 50, pretende ancora di gestirla, mi pare che hai già detto tutto». Palazzinari. «Sono i padroni della città. Punto. Non è certo un caso che Francesco Gaetano Caltagirone sia, da un lato, il proprietario del Messaggero e, dall’altro, l’imprenditore che ha in appalto la Metro C e anche il principale azionista, dopo il Comune, dell’Acea, cioè della società che ci porta in casa acqua, luce e gas. Ed è sempre Caltagirone ad aver costruito Tor Vergata e la città dello sport. Più di così? Aggiungi che le famiglie dei palazzinari romani si tramandano, di generazione in generazione, il potere che avevano acquisito molti anni fa. Oggi il mercato immobiliare è ancora nelle loro mani. La Raggi e i grillini cambieranno qualcosa in questa città? «Fino a ora non hanno dato segnali particolarmente convincenti». Ha fatto bene o male la Raggi a porre il veto sulle Olimpiadi? «Ha fatto un grande sbaglio perché con le Olimpiadi avrebbe avuto la possibilità di dimostrare che i soldi si possono spendere anche bene, senza rubare e per fare opere, come la metropolitana, che a Roma servono proprio come il pane». Pullman turistici: solo 3 su 300 multati per sosta abusiva. Non è che, per caso, girano mazzette? «Diciamo che è naturale che ci sia almeno il sospetto». Come ti spieghi che a Roma almeno il 30% delle persone non paga il biglietto sugli autobus? «Mi pare che il sistema sia fatto apposta perché non funzionino i controlli». Roma occupa un’area grande come quella di Berlino, ma ha meno della metà dei servizi. «C’è un problema di soldi, ma anche di circoscrizioni gestite da brocchi, cioè da dirigenti mediocri. Ostia poi, con i suoi 200mila abitanti, dovrebbe essere già Comune da quel dì». Comunque è a Roma che si giocherà il grande derby elettorale tra Renzi e cinquestelle. Secondo te, chi lo vincerà? «Penso che, con il clima pesante che c’è oggi in Italia, lo vinceranno i cinquestelle. La prova è che, nonostante tutti gli errori commessi in questi mesi dalla sindaca Raggi, i grillini finora né a Roma né altrove hanno mai perso nemmeno un voto». E tu quanto resisti sulla tua cadrega di capocronista? «Il tempo necessario per mettere con le spalle al muro tutti quei brocchi che sgovernano questa città ormai sull’orlo del disfacimento. E ora ti lascio perché, a costo di non dormirci la notte, voglio occuparmi del Valle. Se non dà spazio alla cultura, che razza di città è mai questa?». Intervista di Vittorio Bruno