varie, 19 gennaio 2017
APPUNTI SU THERESA MAY PER LA VERITA’ – PELLE I pantaloni in pelle marrone da 995 sterline sfoggiati a novembre dalla premier britannica in una intervista al Sunday Times
APPUNTI SU THERESA MAY PER LA VERITA’ – PELLE I pantaloni in pelle marrone da 995 sterline sfoggiati a novembre dalla premier britannica in una intervista al Sunday Times. BREXIT, MAY SCEGLIE LA LINEA DURA. «FUORI DA EUROPA E MERCATO UNICO»– ALESSANDRA RIZZO, LA STAMPA 18/1 – Nello stesso palazzo in cui quasi trent’anni fa Margaret Thatcher prospettava con entusiasmo la partecipazione britannica a un mercato unico europeo, Theresa May ne sancisce senza mezzi termini l’uscita. «Continuare a farne parte dopo la Brexit - ha detto - sarebbe come non lasciare affatto l’Unione Europea». In un discorso a lungo atteso, dopo mesi d’incertezza, la premier delinea le priorità del Paese nei negoziati che determineranno i rapporti tra Londra e Bruxelles nei decenni a venire. Londra vuole tornare ad avere il controllo delle frontiere e ridurre l’immigrazione dai Paesi dall’Ue; per ottenere questo risultato, è disposta a lasciare un mercato di 500 milioni di consumatori e andarsi a cercare nuovi accordi commerciali in Europa e nel mondo. Vuole che siano i deputati di Westminster, non quelli di Strasburgo, a determinare le sue leggi, e che siano i tribunali britannici, non la Corte di Giustizia Europea, a deciderne la legittimità e garantirne l’applicazione. May sceglie dunque una «hard Brexit», un taglio netto con Bruxelles e con gli altri 27 Paesi del blocco. «Non vogliamo una partecipazione parziale o qualunque altra cosa che ci lasci metà dentro e metà fuori», ha detto. Al posto dell’adesione all’Ue, invoca una «partnership nuova e paritaria». La parola d’ordine è «global», ripetuta 17 volte nel corso di un discorso di 40 minuti tra gli ori e gli specchi dell’ottocentesca «Lancaster House»: «Global Britain», una Gran Bretagna attore globale, proiettata all’esterno, che resti fedele alleato europeo ma guardi oltre il continente, come nella tradizione di un Paese che è stato un impero. Per la prima volta dal referendum del 23 giugno, May parla in modo esplicito degli obiettivi del governo. Abbandona lo stanco ritornello «Brexit means Brexit» per un discorso di sostanza, in cui annuncia anche l’intenzione di sottoporre l’accordo finale al voto del Parlamento e rassicura i partner sui temi della difesa, sicurezza e intelligence contro il terrorismo. Non ci sono i dettagli, ma il percorso è tracciato. May, rispondendo alle preoccupazioni della City, ha garantito una fase transitoria, dopo i due anni di negoziati formali, che dia alle aziende il tempo di adeguarsi alla nuova realtà. Con l’unione doganale vorrebbe negoziare una qualche forma di partenariato, così da rimuovere le tariffe con i Paesi dell’unione ma avere mano libera con quelli extra-europei. «Non è un gioco a somma zero», dice, ma il piano resta vago. La sterlina, in ribasso nei giorni scorsi di fronte a indizi sempre più ovvi di una «hard Brexit», è andata in rialzo, anche perché da oggi c’è un po’ più di chiarezza. A Londra, sono soddisfatti gli euroscettici e delusi quanto speravano in approccio più morbido. «Niente di tutto questo era sulla scheda elettorale», tuona il liberaldemocratico Tim Farrow, il più eurofilo tra i capi di partito. Sarà ancora più difficile convincere gli alleati europei, ma siamo solo agli inizi. May ha parlato ad una sala gremita di ministri del governo e ambasciatori europei, ma si è rivolta ad un pubblico più ampio. Al Paese tutto, con un appello all’unità del Regno; e ai partner europei, con toni ora accomodanti, ora aggressivi. Ha rivendicato l’eccezionalismo britannico ma anche messo in evidenza i valori condivisi. «Non vogliamo indebolire il mercato unico, né l’Unione Europea», ha promesso. Ma ha ammonito i partner contro la tentazione di un accordo «punitivo» per dissuadere altri ad andarsene. Un riferimento alla minaccia di tasformare il Paese in un paradiso fiscale alle porte dell’Europa«Nessun accordo è meglio di un cattivo accordo», ha detto, concludendo il discorso. Parole ben diverse da quelle pronunciate nel 1988 dalla Thatcher, di cui May si considera erede politica. «Pensate per un momento a questa prospettiva: un mercato senza barriere, visibili o invisibili», aveva detto la Lady di Ferro. «Non è un sogno, succede davvero». Altri tempi. LEONARDO MAISANO, IL SOLE 24 ORE 19/1 – Singapore con gli steroidi? Una tassazione rasoterra, deregulation totale, social dumping per mantenere business e attività che altrimenti minacciano la fuga. Londra pensa di mimare esotici paradisi fiscali per espressa sollecitazione del premier Theresa May e del di lei Cancelliere, Philip Hammond, impegnati a sfilar sé stessi dalla spiacevole posizione di giocatori senza atout, proni, come temono di apparire, alle intemperanze del mazziere europeo. Non avere un accordo con l’Unione europea, per Downing street, è meglio di avere un pessimo accordo, andarsene sbattendo la porta è preferibile di piegare la testa. Orgoglio nazionale? Più volgarmente esigenze di partito, quelle esigenze di consenso interno, per restare al potere, che hanno illuminato la strada di David Cameron e ora quella di Theresa May, conducendo la nazione nel tunnel in cui si ritrova. Minacciare guerre commerciali e fiscali all’Ue significa titillare lo spirito guerriero di una nazione sempre pronta al confronto, financo alla lite, significa, soprattutto, annunciare al Paese che Londra ha sempre un asso nella manica e che detterà lei le condizioni della trattativa. Questa volta, francamente, non vediamo – nella congiuntura che ci circonda – la geometrica potenza di un Regno che ha scelto l’’isolamento. Certo la Gran Bretagna potrà abbattere la corporate tax al 15% e magari pareggiare il 12,5% dell’Irlanda, potrà garantire benefici all’automotive che sorregge pezzi importanti dell’occupazione nel nord del Paese o all’industria finanziaria che si ascrive il 12% del Pil, potrà inventarsi diavolerie per sovvenzionare Scozia e Irlanda del nord sotto schiaffo assai più di Inghilterra e Galles dal mondo nuovo disegnato a Lancaster House. Potrà fare tutto questo e anche qualcosa in più, ma per quanto tempo potrà farlo? Il debito pubblico del Regno veleggia verso il 90%, quisquilie direbbe Totò, se misurato con quello italiano, ma è tornato a crescere il debito delle famiglie dopo la stretta innescata dalla crisi del 2008. Oggi è all’83% del prodotto interno lordo, inclusi mutui e carte di credito, e avanza secondo la Banca d’Inghilterra del 3,5% all’anno. Molto meno del 10% dell’era pre credit crunch, ma molto di più del 2015. I tassi a zero invogliano a spendere con generosi “pagherò”, ma lo scenario è destinato a mutare presto se l’inflazione, come ha avvertito il governatore Mark Carney, è prossima al target e molto oltre. Londra, sia chiaro, resta l’economia più florida fra quelle del cosiddetto Occidente secondo il Fondo monetario, ma lo strappo dall’Ue è una svolta sistemica che implica l’adozione di un nuovo modello di sviluppo di cui tutti parlano, ma che nessuno sa disegnare con sufficiente precisione. E così tende a prevalere questa idea di Londra come Singapore con gli steroidi. Un po’ di doping per sopravvivere, sperando che, magari, Donald Trump allunghi la mano. E, forse, il presidente eletto americano lo farà, sospingendo il Regno di Elisabetta alla deriva dal modello di sviluppo culturale europeo a cui Theresa May dice, nonostante tutto, di volersi ancora ispirare. Leonardo Maisano *** «PANTALONI TROPPO CARI». EX MINISTRA IN CASTIGO PER LE CRITICHE A THERESA – FABIO CAVALERA, CORRIERE DELLA SERA 13/11/2016 – Anche la politica britannica a volte si avvita sui dettagli più sciocchi e scivola nelle comiche. Questa volta la Brexit è sullo sfondo, e vedremo perché. In primo piano c’è altro. Ovvero: i pantaloni in pelle marrone da 995 sterline sfoggiati dalla premier Theresa May in una intervista al Sunday Times , poi la sua collaboratrice Fiona Hill che si porta dietro il nomignolo di «rottweiler di Theresa» perché strapazza i critici, quindi la parlamentare tory Nicky Morgan, ex ministra dell’Educazione con Cameron, che si scandalizza per il ricco look della sua leader, infine la borsetta che la stessa Morgan porta con sé e che avrebbe un valore persino superiore a quello dei discutibili pantaloni in pelle. Senza tralasciare, nel bel mezzo del «trousersgate» («trousers», pantaloni, la fantasia non esiste) pure le accuse di sessismo lanciate da donne a donne, da conservatrici a conservatrici. È una soap opera da tabloid che va raccontata tanto per fare capire che tutto il mondo è paese. La politica del gossip più stupido esiste ovunque. Londra compresa. La futilità diventa notizia. Dunque, si comincia con la premier britannica che due settimane fa si concede alle colonne del domenicale Sunday Times . Simpatico ritratto. Il servizio è accompagnato da una foto della signora May nel salotto di casa. Indossa pantaloni in pelle marrone da 995 sterline. I gusti sono gusti. Il dettaglio potrebbe indurre stilisti e affini a commentare. Invece diventa polemica da corridoio a Westminster. Ad accendere la miccia è la deputata tory Nicky Morgan, licenziata dal governo a luglio dopo il referendum, che attacca. «Credo di non avere mai speso una cifra simile se non per l’abito del matrimonio. Il mio barometro è uno: come potrei spiegarlo al mercato di Loughborough (il suo collegio, ndr )?». Cosa che scatena un pandemonio. Alcuni, del medesimo fronte conservatore, le danno manforte. Altre (e si parla di colleghe) la massacrano. Ma come ti permetti? Nadine Dorries, parlamentare tory, la bolla: «Sono commenti sessisti, tu non criticavi i vestiti lussuosi di Cameron». E via discorrendo. Fino all’ingresso in scena della «rottweiler». Fiona Hill è l’ombra di Theresa May da anni. Il capo dello staff comunicazione di Cameron congedandosi a luglio aveva confessato: «Vi lamentate di me. Aspettate di incontrare Fiona. È terrificante». Lei pur di difendere la sua capa passa alle vie di fatto. In via diretta e in via indiretta. Questa volta la mannaia si abbatte sulla Morgan. L’antipasto è lo sbarramento delle porte di Downing Street. «Alla prossima riunione non portatela», intima Fiona Hill. Beccandosi la sentita risposta: «Dimmelo in faccia», sottinteso, se hai il coraggio. Il peggio è dopo. Già. Sembrava che lo stucchevole «trousers-gate» conservatore volgesse al termine quando il tabloid Daily Mail torna a gettare benzina sul fuoco, pizzicando ieri in prima pagina la ribelle Morgan: eccola con la borsetta da 995 sterline. Lo zampino della rottweiler? Chissà, di certo il mondo della stampa e delle televisioni Fiona Hill lo conosce: viene da lì, era cronista di calcio in un tabloid, poi di politica a Sky . Le soffiate sa che cosa sono. E la Brexit con tutto ciò che c’entra? Detto che Theresa May ben si è guardata dal prendere parte alla soap opera, alcuni commentatori per cercare di trovare una plausibile giustificazione alla polveriera si sono premurati di sottolineare che la Morgan è una europeista e che sta pagando la sua caparbietà anti Brexit. Col pretesto di un paio di pantaloni in pelle. Burla su burla. Fabio Cavalera *** THERESA MAY, LA CONSERVATRICE CHE GUARDA A SINISTRA – ALBERTO SIMONI, LA STAMPA 6/10/2016 – Theresa May arriva sul palco dell’Icc di Birmingham sulle note di «Start Me Up» dei Rolling Stone. Per spezzare l’emozione le basta una battuta. Si rivolge a Boris Johnson chiedendogli se riesce a restare per quattro giorni consecutivi concentrato sul messaggio da portare. «Start me Up», accendimi. May parla per 56 minuti illustrando il suo Regno Unito e sembra mettere in mano ai suoi le armi per portare a termine la missione. Che non è solo la Brexit, è ridisegnare il Paese, dall’istruzione alle politiche fiscali, dalla sanità alla sicurezza. Domenica ha mostrato all’Unione europea che non ci sono piani B, che «Brexit means Brexit» e che lei è arrivata al 10 di Downing Street per portare a compimento il voto con cui 17 milioni di britannici hanno detto di chiudere con l’esperienza europea dopo 43 anni. Ieri il primo ministro da 84 giorni ha parlato al Regno Unito guardando oltre lo steccato tradizionale dei conservatori. Cercando anzi di conquistare altri territori. Ringraziando all’inizio David Cameron, lo ha chiuso nell’album dei ricordi. Il suo conservatorismo sarà diverso, sociale, niente Big Society, comunità che si autoregolano. Elogia lo Stato interventista, «serve per portare equilibrio e giustizia laddove individui, società e mercato da soli non riescono». Schiaffeggia i manager, «non hanno fatto sacrifici dopo la crisi, quella l’hanno pagata gli altri, i comuni cittadini», e li mette sull’attenti (non solo loro): chi non paga le tasse verrà inseguito da questo governo. Cita la Thatcher («ci ha insegnato a seguire i sogni»), Churchill e Disraeli e a sorpresa un premier laburista, Clement Attlee, quello della ricostruzione. Poi si erge a paladino dei lavoratori. È qui che May va a caccia del nuovo centro gravitazionale. Vuole un governo incisivo, «che faccia cose buone» e un Partito conservatore alla stregua di un Partito della nazione che si espande a destra e a sinistra, socialmente inclusivo, ricchi e poveri, periferia, cittadine, campagne e Londra. Lì si annidano le élite liberal, «più attente ai rapporti internazionali che alla gente della strada». Per questo May dice: «Siamo noi il partito dei lavoratori», una frase che solo qualche lustro fa avrebbe fatto gridare allo scandalo. D’altronde i laburisti, titolari del marchio «partito dei lavoratori», dice «sono divisi e divisivi», «sono un partito dell’odio». Quando parla di disuguaglianza e laburisti alza un po’ i toni. «Basta con questa presunta superiorità morale, non sono loro i monopolisti della compassione». Theresa May ha le idee chiare. «Il cambiamento sta arrivando», dice (è la frase con più ripetizioni, dieci) e l’idea di come sarà il Regno Unito fra qualche anno, quando la Brexit sarà nero su bianco e non solo sulle schede elettorali, sembra stampata nella mente del Primo ministro. Ha una visione «ma senza determinazione, le visioni non servono» dice in uno dei passaggi del suo discorso più apprezzati. «È come un medico» la descrive uno che con lei ha lavorato molto. «Osserva, fa gli esami, e poi la diagnosi, quindi agisce». Non vuole rompere con Bruxelles e lo dice con chiarezza quando auspica scambi di beni e servizi in un mercato unico. «Brexit non significa solo riprendersi il controllo dei confini, è altro, è la possibilità di creare qui il nostro destino». È ferma nel ricordare che non vuole che gli inglesi siano soggetti alle leggi europee, che sia quella sui diritti umani o quella sulla libera circolazione. Non serve fantasia, basta passare in rassegna non solo i suoi discorsi, ma anche quelli dei suoi ministri, per capire che il Regno Unito di May sarà meno aperto all’immigrazione e selettivo sugli ingressi, sarà teso alla ricerca dell’eccellenza in campo universitario e medico, volto a mantenere la leadership sui mercati finanziari e capace di stare al mondo e di relazionarsi con Paesi immensi grazie a un mix di innovazione e tradizione che affonda le radici nella storia. Proverà a ridurre le diseguaglianze. «Voglio un Paese dove ci sia opportunità e meritocrazia. Dove chiunque, non importa da dove venga e di chi sia figlio, abbia le stesse chance di riuscire». Per questo nel mondo di Theresa May serve il governo. Il suo. *** ALLA CORTE DI THERESA MAY, TRA MISTERI, PROGETTI E FERITE DOLOROSE – PAOLA PEDUZZI, IL FOGLIO 30/9 – Soltanto un anno fa, tutti la prendevano in giro, Theresa May. Alla conferenza di partito a Manchester, nel 2015, i conservatori guidati da David Cameron, vittoriosi, trionfanti e un po’ bulli (in quella loro maniera burlona, a tratti persino simpatica), pensavano che sarebbero durati per sempre e anzi si permettevano di ignorare o canzonare la ministra dell’Interno, che in quella circostanza si era lanciata in un discorso ambizioso in cui sosteneva che non fosse possibile costruire una società coesa con tassi di immigrazione tanto elevati. Lo spirito allora era raggiante, quelle note pessimiste stonavano davvero, e alcuni cameroniani andavano dicendo che la May non avesse “letto il memo”, che non si fosse accorta che quel suo modo un po’ mesto e un po’ aggressivo di raccontare il paese non aveva nulla a che fare con il suo governo e con il suo partito. Ironia della sorte vuole che, alla festa con i finanziatori del partito, Cameron elogiò pubblicamente il discorso dell’allora sindaco di Londra, Boris Johnson, e non riservò nemmeno una citazione alla May. E’ con parecchi sospiri che i Tory si avviano verso Birmingham quest’anno – la conferenza si apre domenica – perché nulla è più come un anno fa, oggi Theresa May non deve più leggere memo scritti da altri, il capo è lei, è popolare e ha in programma di restare premier fino almeno al 2020 e nessuno oggi si sogna di beffeggiarla né tantomeno di spodestarla. David Cameron non si presenterà nemmeno al consesso di partito, così come non ci sarà il suo cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, perché le ferite aperte dal referendum della Brexit non sono chiuse, e non importa se intanto escono libri di retroscena che cercano di restaurare l’immagine dell’ex premier Cameron e di sottolineare quanto sia profondo e antico il tradimento della May: non c’è tempo né spazio né voglia di occuparsi dei dolori di Cameron, a Birmingham si parlerà del futuro e della Brexit, e per i perdenti non c’è e non ci sarà compassione. I magazine pubblicati in questi giorni dipingono la May con corazze di ferro (con anche la collana di perle di ferro) o con i cameroniani appesi a un tacco delle sue celebri scarpe, a testimoniare un predominio senza appello. La domanda semmai è: che se ne farà la May di tanto potere? Dove porterà i Tory e il Regno Unito in questo momento epocale in cui il paese si appresta a staccarsi dall’Unione europea? A queste domande ancora non c’è una risposta: sappiamo tutto della passione di May per la cucina e per le scarpe e per le collane, sappiamo che la signora sa essere spietata nel regolare conti politici costosissimi, ma sulla gestione del potere la May resta tuttora molto riservata. E sì che siamo di fronte a una rivoluzione del pensiero conservatore inglese: questo nuovo premier non ha soltanto espulso i rappresentanti del cameronismo, ha preso quell’esperienza – liberale, riformatrice, fiscalmente austera – e l’ha ribaltata, in parte gettata via, introducendo la sua ispirazione che appartiene a tutt’un altro contesto ideologico. Alcuni dicono che May vuole riportare il partito agli anni Cinquanta, altri sostengono che invece è l’unica ad aver compreso che i limiti della globalizzazione devono essere affrontati ora e subito, prima che il “popolo degli esclusi” s’accasi in tutt’altra compagine politica. L’appello alla “working class” che May ha fatto fin dal suo primo giorno a Downing Street si declina secondo una visione che favorisce la giustizia sociale rispetto all’austerità permanente: i conti del paese non saranno più a posto, ma la frattura sociale che si è creata – sottolineata senza tregua dai media e da altri partiti – inizierà a rimarginarsi. Andrew Gimson, autore di una biografia di Boris Johnson che è appena stata ripubblicata da Simon & Schuster con un nuovo capitolo che racconta i drammi della Brexit (“Boris: The Adventures of Boris Johnson”), spiega al Foglio che con l’arrivo di May si è realizzato un cambiamento culturale decisivo: è quello che lui chiama “il revival puritano”, che dà il titolo anche a un suo saggio pubblicato sull’ultimo numero del magazine New Statesman. Il revival non riguarda soltanto i conservatori, anche Jeremy Corbyn, leader del Labour, è un puritano, ma Gimson si sofferma sul mondo dei conservatori: c’è stata “una purga dei plutocrati”, dice, per favorire “i background fieramente provinciali”, che rendono i nuovi conservatori del “maysmo” (termine orrendo) “sicuri di trovare ascolto tra gli inglesi che hanno risorse più modeste, quelli che non possono nemmeno sognarsi di pagare ai loro figli scuole elitarie”. La retorica anti privilegi non trasforma automaticamente la May in una puritana, “lei è anglicana – spiega Gimson – il che rende tutto se possibile ancora più complesso. Suo padre si è formato come prete alla Comunità della Resurrezione di Mirfield, nel West Yorkshire, dove si promuove un anglo-cattolicesimo austero, che affonda le sue radici nel socialismo cristiano. Se gli abiti della May non possono essere definiti austeri, certo il suo atteggiamento lo è. A Mirfield, ci si alza molto presto per andare in chiesa prima della colazione”. Provincia, scuole normali, molto studio, pochi vizi: questa è la formula alla base del conservatorismo secondo May. L’incarnazione perfetta di questa visione è il chief of staff del premier, quel Nick Timothy che è il più misterioso e ricercato tra i collaboratori della May. “Viene da Birmingham – dice Gimson – i suoi genitori lasciarono gli studi a 14 anni, ma lui ha frequentato la King Edward VI ad Aston, una ‘grammar school’ per ragazzi, ed è stato il primo in famiglia ad andare all’università, studiando scienze politiche a Sheffield”. Timothy è considerato il gran visir della May, ma è imperscrutabile quanto e più di lei, e così alla conferenza di Birmingham l’obiettivo principale di molti commentatori sarà quello di svelare i misteri di questo “barbuto” trentaseienne (ogni volta che leggete dichiarazioni di “uno stretto collaboratore della May” si tratta di lui o dell’altra chief of staff aggiunta, Fiona Hill: ma Timothy è quello che scrive discorsi e strategie, è sua l’idea di ribaltare l’indirizzo sull’istruzione aprendo alle “grammar school”). Nel marzo scorso, quando ancora non si era abbattuta la tempesta della Brexit sul Partito conservatore, Timothy scrisse un articolo su ConservativeHome che è considerato il manifesto del “maysmo”: “Dobbiamo chiederci che cosa il Partito conservatore può offrire, nel 2016, ai ragazzi della working class di Brixton, Birmingham, Bolton e Bradford. Se riusciamo a dare una risposta a questa domanda, non potremo sbagliare troppo”. La debolezza più grande dei Tory era, secondo Timothy, quella di non saper ascoltare “la gente normale”, e invitava a creare un conservatorismo “blue collar” con la priorità “indefessa” di migliorare la vita dell’“ordinary working people”. Non è un caso che questa definizione ricorra in ogni discorso della May, così come questo spiega quanto fosse inconciliabile la presenza dei cameroniani nel nuovo progetto di governo: per i cantori di un conservatorismo più vitaminico e individualistico non era possibile trovare un posto. Le premesse della trasformazione voluta dalla May sono a oggi più o meno chiare, ma resta l’interrogativo sul futuro. Il negoziato sulla Brexit necessariamente porterà il premier a esporsi, ma nonostante lei si sia fatta avanti per il dopo Cameron – e sia stata votata – proprio perché rappresentava una figura di collegamento tra le due anime del partito, pro e contro la Brexit, quest’operazione di riconciliazione non si è concretizzata. Ci sono varie correnti di pensiero su come debba essere l’uscita dall’Ue, tra sostenitori della versione “hard” e di quella “soft” (diventata in questi giorni versione “clean” e versione “dirty”, pulita e spuria: sono parole che non spiegano nulla ma che suscitano grandi nervosismi), ex ministri che iniziano a dire che la May non è adatta a gestire questo negoziato, ed esperti che provano ad analizzare, con enormi sforzi creativi, il “modello inglese” per il rapporto con Bruxelles di cui parla sempre la May. Tra libera circolazione e accesso al mercato unico si gioca tutta la credibilità del premier e anche la sua possibilità di attrarre l’elettorato dell’Ukip e dei laburisti che si riconoscono nella Brexit ma non del tutto nel leader del Labour, Jeremy Corbyn. Come scrive James Forsyth sullo Spectator, analizzando la “macchina May”, il premier deve stare attento a non giocarsi tutto il proprio capitale politico sulla Brexit. Ne ha bisogno per tenere duro per i prossimi quattro anni almeno, e non soltanto per non diventare un altro premier conservatore che perde il posto a causa della questione europea. A Birmingham le attese sono alte: abbiamo scoperto che May è “astuta, sottostimata e una professionista della politica”, scrive Forsyth, ma questo non le basterà per sempre. Così, tra una cena all’Opus, il ristorante più frequentato dai conservatori alla conferenza, e una Peroni, la birra preferita dai più giovani, mentre non si fa che parlare della festa imprescindibile di ogni conferenza dei Tory, quella organizzata dallo Spectator, May sta preparando il suo discorso, un po’ umanizzante come tocca a tutte le donne leader e un po’ rassicurante: queste divisioni non sono per sempre, staremo bene fuori dall’Ue. Alcuni in segreto continuano a sognare che la May faccia come la Thatcher, che tirò fuori dalla borsetta “La società libera” di Friedrich von Hayek e disse ai suoi: “Questo è quello in cui crediamo”. Andrebbe bene un libro qualsiasi, pur di non dover continuare a interpretare ogni dichiarazione del premier più abbottonato di sempre, inseguendo senza successo un giovane barbuto troppo sfuggente. *** IL RITORNO DEL FIRST GENTLEMAN – ENRICO FRANCESCHINI, IL VENERDI’ DI REPUBBLICA 5/8/2016 – Per la seconda volta nella storia, la Gran Bretagna ha una donna come primo ministro. E per la seconda volta, al suo fianco, a Downing Street entra un «first gentleman». Il ruolo tradizionalmente assunto da una consorte, la «first lady», tocca a un uomo: Philip May, marito di Theresa, che ha preso il posto di David Cameron quale nuovo leader del partito conservatore e nuovo premier, dopo il terremoto politico provocato dalla vittoria di Brexit nel referendum di giugno. Ci sono precedenti per la parte: Denis Thatcher, consorte della lady di ferro, fu il primo «first gentleman» di Londra. A Berlino c’è Joachim Sauer, marito di Angela Merkel. E alla Casa Bianca potrebbe presto arrivare Bill Clinton, anzi tornare, al braccio di Hillary. La tendenza fa parte dell’ascesa delle donne al potere. Ma mentre l’ex-presidente americano è un personaggio piuttosto ingombrante, come testimonia il suo controverso incontro con il Procuratore Generale Usa che stava indagando sullo scandalo delle e-mail della moglie quando l’attuale candidata presidenziale era segretario di Stato, il signor May sembra attenersi al principio del suo predecessore, mister Thatcher, il quale sosteneva che il coniuge di un capo di governo «dovrebbe essere sempre presente, ma invisibile». Nascosto dietro spessi occhiali che gli danno un po’ un’aria da Mister Magoo, il cartone animato che aveva per protagonista un tipo così miope da cacciarsi sempre nei posti sbagliati, Philip May ha incontrato la futura consorte a Oxford, dove entrambi studiavano. Theresa era più grande di un anno (oggi lei ha 59 anni, lui 58). Si conobbero in una discoteca allestita dal circolo conservatore dell’università: l’affinità politica esisteva già. E a presentarli fu un’altra futura prima ministra, la pachistana Benazir Bhutto, loro compagna di studi, in seguito tragicamente assassinata. Fu amore a prima vi sta. Theresa era spigliata, estroversa, le piacevano scarpe e vestiti sgargianti (una passione che ha mantenuto, vedi le scarpette leopardate che indossa spesso), ballava alla musica degli Abba (Dancing Queen resta una delle sue canzoni preferite). Philip veniva descritto come riserva to, tranquillo, piuttosto timido. Dopo la laurea, i due si sposano e vanno a lavorare come banchieri nella City. Theresa perde in rapida successione i genitori – il padre, un pastore protestante, muore in un incidente d’auto. Philip le sta vicino, e la sostiene nel momento difficile. così come la appoggia e la incoraggia quando, a fine anni ’90, Theresa diventa deputato e nel 2010 viene nominata ministra degli Interni da Cameron. Dal matrimonio non nascono figli: «Un grande dolore» ha confidato recentemente Theresa a un giornale. Marito e moglie sono però molto uniti: «Philip è la mia roccia» afferma la neo-premier. Una frase che riecheggia quella della Thatcher sul proprio marito: «Con Denis vicino, non mi sento mai sola». L’apparenza innocua e il carattere remissivo non hanno impedito al signor May di fare una brillante carriera. Dapprima come broker, rivelandosi assai bravo a scegliere i titoli su cui puntare in borsa. Quindi, dal 2005, come manager di un nutrito pacchetto di clienti importanti per Capital Group, un gigante nel settore dei fondi di investimenti, con più di mille miliardi di sterline di capitale. Proprio questa attività è finita immediatamente sotto la lente d’ingrandimento dei media inglesi, quando Theresa è diventata primo ministro. Fra i clienti del Capital Group spiccano alcune delle più grandi multinazionali americane, tra cui l’Alphabet, la Boeing, la Coca-Cola, la JP Morgan, la Microsoft e la Philip Morris. La società investe anche nella Starbucks, la catena di caffetterie globale, e nella Amazon, il distributore digitale di tutto, due aziende che Theresa May, appena insediata a Downing Street, ha specificatamente citato come esempi di compagnie che approfittano di scappatoie fiscali per non pagare le tasse in Gran Bretagna o per pagare cifre irrisorie, un fenomeno che la nuova premier ha promesso di stroncare. I giornali di Londra intravedono dunque un potenziale conflitto d’interesse: il marito potrebbe apprendere a casa in anticipo le misure che la moglie si prepara ad applicare nella lotta alla cosiddetta «evasione legalizzata», avvertendo per tempo i suoi clienti su possibili contromisure da prendere. «Il marito della prima ministra è un top manager di una società che approfitta delle scappatoie per evitare le tasse» ha titolato il quotidiano Independent. E non è l’unico possibile conflitto per un uomo che lavora ai vertici della City: il nuovo governo britannico è in procinto di decidere il futuro della cittadella finanziaria londinese, particolarmente in relazione ai rapporti con l’Unione Europea, nell’ambito del negoziato sul «divorzio» da Bruxelles. Ogni informazione riservata che fosse riportata a tavola, all’ora di cena, potrebbe risultare preziosa per il «first gentleman».Tanto più in un ambiente ristretto, quasi claustrofobico, come Downing Street, una casa-e-bottega dove in sostanza la premier lavora al piano di sotto e vive, con il marito, nella residenza privata al piano di sopra. Per il momento, tuttavia, nessuno accusa Philip May di niente. Non è escluso che il signor May lasci il suo incarico al Capital Group proprio per non dare adito a supposizioni di questo genere, o che gli sia affidato un incarico diverso, tenendolo lontano, almeno ufficialmente, dalla possibilità di un conflitto d’interesse, ossia dal sospetto che possa avvantaggiarsi personalmente dal fatto di essere il marito del primo ministro. Di certo c’è che la stampa popolare inglese, dopo essersi abituata per anni alle first-lady, da Cherie Blair a Samantha Cameron, scalpita per la novità di avere a che fare con un «first gentleman». Ogni sua parola, iniziativa, apparizione, verrà scrutinata come e più di quanto avveniva con le donne che lo hanno preceduto nella stessa parte. Come rivela il titolone sparato da Metro, un free press distribuito nel metrò di Londra, subito dopo l’ingresso della prima ministra e del suo consorte a Downing Street: «Il marito di Theresa May le ruba l’attenzione, cominciando la sua nuova vita da first gentleman in un sexy abito scuro». Giudicare un uomo dal vestito: anche questa, ironizza qualcuno, è una forma di eguaglianza, o forse di vendetta per le discriminazioni a lungo subite. Sebbene definire «sexy» il mister Magoo di Westminster sembri un po’ troppo anche per un tabloid. *** THERESA & ANGELA, LE DUE SIGNORE D’EUROPA – DANILO TAINO, CORRIERE DELLA SERA 21/7 – Theresa May non è Margaret Thatcher. Nemmeno Angela Merkel è Margaret Thatcher. Poca o zero ideologia, per entrambe: non avranno mai un ismo in coda al loro nome come lo ebbe la Iron Lady. Per la cancelliera tedesca ne possiamo essere certi già oggi; per la nuova prime minister britannica lo si intuisce dal debutto. Ambedue Lady di ferro probabilmente, ma unite da quello che è lo spirito del tempo nell’era della Brexit: il pragmatismo, che a loro pare venire naturale. Frau Merkel ha già invitato la signora May a Berlino: non le ha fatto grandi congratulazioni e ha detto che avrà parecchio da fare. A vederle oggi, si direbbe che i punti di somiglianza siano maggiori delle differenze. La politica e gli interessi nazionali potrebbero però spingerle in direzioni diverse. Fatto sta che dalla loro relazione dipenderà non poco del futuro del Regno Unito e della Ue. Famiglia Nella personalità e nello stile, hanno molti punti in comune. Non negli abiti. La premier britannica ha (ovviamente) punte di eccentricità che la signora teutonica non si sogna: non si scambierebbero mai le famose scarpe e le famose giacche. Quando si viene alla politica, però, entrambe vogliono apparire noiose e austere. Sono figlie di pastori, il padre di Merkel luterano, quello di May un vicario anglicano. Ambienti nei quali la bussola morale ha avuto un posto importante sulla tavola della cena in famiglia. E che avrà influito sul carattere riservato di entrambe. Non hanno figli. In politica, hanno salito velocemente i gradini della carriera: Merkel dopo essersi occupata di scienza e dopo l’incontro con Helmut Kohl, May già decisa a militare tra i conservatori a 13 anni. Dio e politica. Entrambe studiano i dossier, non hanno fretta di passare alla decisione ma poi sono determinate. Caratteristica che per Merkel è nota e che May ha dimostrato due anni fa, da ministra degli Interni, con un discorso davanti alla Police Federation in cui ha guardato in faccia la platea e ha elencato corruzione, incompetenza, razzismo e gravi scorrettezze che hanno caratterizzato il corpo per vent’anni. Brexit Il loro primo terreno d’incontro sarà stabilire modi e tempi della trattativa dell’uscita del Regno Unito dalla Ue. May vuole tempo, Merkel è disposta a darglielo. La leader britannica pare voglia aspettare il 2017 prima di formalizzare l’uscita e iniziare i negoziati: secondo qualcuno addirittura dopo le elezioni tedesche dell’autunno dell’anno prossimo, per evitare durezze «elettorali» di Berlino (e di Parigi prima). Non è detto che Merkel possa permettersi di aspettare tanto: anzi, è improbabile. Altro punto che le unisce ma non è scontato. La cancelliera tedesca vuole mantenere un buon rapporto con Londra. Ma ha chiarito che, nelle trattative di uscita, non sarà disposta a compromettere la Ue per fare felice la Gran Bretagna. Conservatorismo sociale Negli ultimi giorni, la premier britannica ha parlato della necessità di mettere tetti ai bonus dei top manager, di intervenire a favore dei redditi più bassi, di ingiustizie da sanare. Un lato di conservatorismo sociale che la cancelliera tedesca potrebbe condividere, anche se non del tutto sulle paghe dei manager. May, però, è più aperta sulle politiche nei confronti dei diritti civili, a cominciare da quelli degli omosessuali. Potrebbero anche litigare – ma forse meno ferocemente di quanto si può pensare – sugli immigrati. Merkel ha aperto le porte, May deve chiuderle, almeno un po’, dopo la Brexit. Donne Nessuna delle due è femminista e mai lo sarà. Entrambe però sono al vertice avendo messo fuori gioco uomini potenti. Come? Etica del lavoro e ambizioni formidabili. In una vignetta pubblicata da Berliner Zeitung, Merkel dice «Devi lasciare che gli uomini facciano le loro cose…» e la frase viene completata da May, «…e a un certo punto prendi il loro posto». La loro relazione, però, non sarà fondata sulla sorellanza, su un comune sentire di donne. Sarà tutta politica e centrata sugli interessi nazionali (sullo sfondo, quello europeo). Qualche confidenza, però, potranno scambiarsela. In fondo, hanno la stessa ambizione. Merkel di occupare tutto lo spazio politico tra il centrodestra e il centrosinistra. May di avere votato per il Remain e di guidare ora il Leave. Due donne, due partiti della Nazione. *** THERESA MAY, LA PRIMA MINISTRA È FIGLIA DEL PARROCO – FIAMMELLA TINELLI, ITALIAOGGI 20/7 – Ventisei anni dopo Margareth Thatcher, Theresa May è la nuova prima ministra inglese. Tory, ovvero conservatrice, come Maggie, laureata a Oxford, May è la seconda donna a Downing street nella storia della Gran Bretagna. La sua è una missione complicata: Theresa eredita un ufficio lasciato di malavoglia da David Cameron e un Paese spaccato dalla Brexit. Ma l’ex ministro dell’Interno (carica che detiene dal 2010), ha già dimostrato di saperci fare. «Se stai facendo fatica, se lavori tutto il giorno, se la tua vita è una sofferenza, sto parlando a te», ha detto May guardando dritto verso le telecamere nel suo primo discorso da premier (rinfocolando le ire dell’ala destra del suo partito, che l’accusa di essere una laburista travestita). Dal suo rammarico di non essere mamma al suo spot per le nozze gay, ecco tutto quello che c’è da sapere su di lei. Un papà che dice messa Suo padre Hubert era un prete della chiesa anglicana, parroco nella parrocchia di Wheatley, a pochi chilometri da Oxford. Theresa, figlia unica e molto attaccata ai genitori, ha perso padre e madre nel giro di un anno: il reverendo è morto in un terribile incidente stradale quando May aveva 24 anni, la madre, malata di sclerosi multipla, pochi mesi dopo. È PRO MATRIMONI GAY Nel 2012, mentre in Gran Bretagna infuriava il dibattito sulle nozze tra omosessuali, la May ha registrato uno spot per Out4Marriage, movimento a favore dei diritti LGBT. È stata il primo esponente di rilievo del partito conservatore a schierarsi a favore. LE MANCANO I FIGLI «Io sarei un premier migliore perché ho figli, la May no», ha detto Andrea Leadsom, l’avversaria di May nella corsa a Downing street. Ma quella della May, sposata dal 1980 al banchiere Philip May, non è stata una scelta: «Ogni volta che guardo una famiglia penso a qualcosa che io non ho potuto avere», ha detto. PROIBITI I BISCOTTI A Downing street, il nuovo primo ministro inglese offrirà molti tè, ma non potrà mai mangiare gli scones, i dolcetti inglesi che verranno serviti ai suoi ospiti. Theresa soffre di diabete mellito di tipo 1, per il quale si fa da sola delle iniezioni di insulina quattro volte al giorno. HA CLOONEY PER VICINO Casa May è a Sonning-on Thames, nel Berkshire. In questo paesino di 1.500 anime Philip e Theresa vivono in una vecchia casa di pietra con i divani rossi e le rose in giardino. I loro vicini di casa sono George Clooney e Amal, proprietari di una villa un po’ più grande: valore, 13 milioni di euro. HA GUSTI ECCENTRICI Le scarpe leopardate col tacchetto a rocchetto con cui si è inchinata di fronte a Elisabetta II sono il suo modello portafortuna (le indossava identiche anche durante il suo celebre discorso al congresso dei tories nel 2002 che la portò alla ribalta), ma adora anche quelle zebrate, rosse o dorate. Compra soprattutto da Russell and Bromley e Roger Vivier. ERA ANTI-BREXIT Nonostante abbia tenuto per tutta la campagna un basso profilo, May non era affatto favorevole alla Brexit. Appena nominata Prime Minister, però, ha fatto sua la decisione della maggioranza dei britannici: «La Brexit è decisa. Ora cercheremo di tirarne fuori il meglio». NON FA SCONTI May non ha paura di dire quello che pensa, anche se si tratta di attaccare i poteri forti. Nel suo discorso al sindacato di Polizia da ministro dell’Interno disse: «Piantatela di parlare di poche mele marce. Se la gente non si fida di voi e la corruzione dilaga, il problema è di tutto il corpo di Polizia». Nessuno applaudì. SI PORTA L’EARL GREY Molto frugale nel mangiare e nel bere, la May ha un’unica ossessione irrinunciabile, il tè Earl Grey al bergamotto. Lei stessa ha rivelato di tenerne sempre qualche bustina in borsa «per i momenti di necessità e quelle camere d’albergo in cui inspiegabilmente offrono solo il caffè solubile». *** E POI C’È IL FIRST HUSBAND – GAIA CESARE, IL GIORNALE 13/7 – Lo chiama «la roccia». Perché è l’uomo che l’ha sorretta finora, fino al trionfale ingresso di oggi al 10 di Downing Street. Con la nomina formale di Theresa May nuovo primo ministro di Gran Bretagna da parte di Sua maestà Elisabetta II, a Londra non arriva solo la prima leader dai tempi di Margaret Thatcher. Fa il suo grande ingresso nel tempio del potere politico anche lui, «her rock», alias Philip John May, per tutti ormai «il first husband» o «first gentleman». Discreto, per nulla interessato alle luci della ribalta, il marito che al momento della vittoria Theresa May ha voluto al suo fianco per festeggiare davanti al mondo, più che rispondere al modello di Denis Thatcher evoca quello di «Mister Merkel». Con il primo ha in comune la passione per gli affari, l’amore «di ferro» per la moglie ma non quello per la bottiglia e la voglia di abbandonarsi a qualche lacrima quando serve. Con il secondo c’è forse qualcosa di più. «Nella coppia Thatcher – ha spiegato un vecchio amico della nuova Iron Lady – c’era sempre un po’ l’impressione che fosse lei il boss. Nei May non vedo questa cosa. La loro è una relazione molto armoniosa». Di fatto tutti e tre – a differenza dello straripante futuro «first gentleman» Bill Clinton – si sono dimostrati perfette spalle, brillanti e ironici in privato ma capaci di stare nell’angolo della vita pubblica senza sentirsi sminuiti dal peso ingombrante di una donna di potere. «Invisibili come una molecola» per usare l’espressione che i tedeschi attribuirono a Joachim Sauer, lo sposo della cancelliera, professore universitario di Chimica teoretica a Berlino. E capaci di star zitti, come professava Mister Thatcher: «Meglio tenere la bocca chiusa ed essere considerato uno scemo invece che aprirla e togliere ogni dubbio». Quarant’anni insieme, 36 di matrimonio, Philip May «è un uomo molto calmo, di grande sostegno» e ha aiutato Theresa nei momenti più drammatici. Non solo le vicende private tornate alla ribalta in questi giorni, cioè la scoperta della coppia, diversi anni fa, di non potere avere figli. Ma anche le tragedie familiari meno note. Philip, che della May è quasi coetaneo (lei 59, lui 62), era già al fianco di Theresa quando lei rimase orfana di padre e madre appena un anno dopo il loro matrimonio celebrato nel 1980. Il vicario Hubert, 64 anni, si schiantò in un incidente d’auto con una Range Rover nell’Oxfordshire e la madre, affetta da sclerosi multipla, morì pochi mesi dopo. Uniti nel dolore, complici nelle ambizioni. Conosciuto ai tempi dell’Università di Oxford – lei studiava Geografia, lui Storia – i due furono presentati da Benazir Bhutto, la donna che per due volte rivestirà il ruolo di premier del Pakistan. Fu durante una serata in discoteca alla Conservative Association Dance, segno che la politica, oltre al cricket grande passione di lui, era un interesse comune. Già allora – ha raccontato l’amico di college Pat Frankland – Miss Theresa Brasier sognava di diventare capo del governo e addirittura si infuriò quando fu la Thatcher a strappare il titolo nel 1979. «Io non sono una casalinga e lui non è un casalingo», dice la cancelliera Merkel del professor Sauer. E lo stesso può dirsi di Philip May, banchiere di successo con un passato in Capital Group e Deutsche Bank. Marito e moglie hanno incrociato e invertito le loro strade professionali conservando grande complicità e un amore che tutti definiscono solido e sincero. Lei cominciò a lavorare nella City, per la Bank of England, mentre lui all’università si dilettava ancora a far politica come presidente della Wimbledon Conservative Association. Fino a che Theresa non riuscì a entrare in Parlamento. Di lei si dice che abbia sempre i guantoni addosso, pronta a ogni sfida, pur essendo una politica leale, pragmatica, severa con se stessa ancora più che con gli altri. Ora cominciano le sfide veramente dure, ma l’obiettivo è raggiunto. Lady May è più motivata che mai. E Philip sarà al suo fianco. «Quando c’è lui attorno, è evidentemente più rilassata». *** MA THERESA MAY NON SOMIGLIA ALLA THATCHER – GIULIANO DA EMPOLI, IL MESSAGGERO 13/7 – Chiaro che la tentazione è irresistibile. Un quarto di secolo dopo la Thatcher, un’altra donna sta per fare il suo ingresso a Downing Street. E allora tutti a proclamare l’avvento di una nuova Lady di ferro o addirittura «il ritorno della Thatcher», e poco importa se le idee e il percorso politico della nuova premier sono agli antipodi di quelli della donna che ha guidato la Gran Bretagna tra il 1979 e il 1990. Laddove la Thatcher era una liberale pura, per la quale «la società non esiste, esistono solo gli individui», Theresa May ha sempre sostenuto il contrario (e, a scanso di equivoci, ha tenuto a ribadirlo anche in questi giorni). Laddove la Lady di ferro originale ha combattuto battaglie sanguinose lungo il corso di tutta la sua carriera, la May arriva al potere senza colpo ferire, grazie ad una incredibile carambola che ha condotto al suicidio, nel corso delle ultime due settimane, i principali protagonisti della politica britannica, da David Cameron a Boris Johnson, da Michael Gove a Nigel Farage. Fino all’ultima rivale, la combattiva e avventata Andrea Leadsom, costretta al ritiro lunedì dopo una sequenza di gaffe degna dei Monty Python. A fronte di queste differenze insormontabili, i commentatori più arguti hanno ripiegato su un parallelo meno suggestivo ma altrettanto immediato: «È arrivata la Merkel inglese». Qui ci siamo già un po’ di più. Entrambe discrete, competenti, noiose, Angela e Theresa sembrano adepte di una politica molto concreta e poco ideologica, fatta di decisioni pragmatiche più che di annunci roboanti. C’è da dire però che, in una vita di galleggiamento doroteo, su una sola questione la Merkel ha assunto una posizione radicale: i rifugiati. Che per lei, memore della storia della Germania Est dalla quale proviene, vanno accolti tutti, senza se e senza ma. Proprio su questo fronte, la May ha anch’essa adottato l’unica posizione davvero netta della sua carriera: diametralmente opposta a quella della Merkel. Da ministro degli Interni, Theresa May si è battuta con le unghie e con i denti per chiudere le porte del Regno Unito ai rifugiati. E per riuscirci si è addirittura spinta a proporre di ritirare l’adesione della Gran Bretagna alla Convenzione europea sui diritti dell’uomo che preclude alcune espulsioni. La verità è che i paralleli lasciano il tempo che trovano. Di donne al potere ne abbiamo viste ancora troppo poche per poterle impiegare come modelli sulla base dei quali giudicare quelle che verranno. Nei grandi Paesi europei ci sono state la Thatcher e la Merkel. Basta. Un’effimera primo ministro donna nella Francia di Mitterand. Mai nessuna da noi, né in Spagna. Con due soli precedenti, oggettivamente, è un po’ dura fare paralleli. Sarebbe come voler incasellare qualsiasi nuovo entrante maschio sulla scena politica in due categorie: o Bettino Craxi o François Hollande. Un po’ poco, per capire la politica di oggi e i mille diversi caratteri che la popolano. L’esempio britannico dimostra che ce ne vorranno ancora molti altri prima che il potere delle donne esca dal cliché per entrare finalmente nella normalità. *** CRISTINA MARCONI, IL MESSAGGERO 12/7 – DALLA POLITICA ALLE SCARPE, TUTTE LE PASSIONI DI THERESA MAY – Theresa May, nata Brasier, è figlia di un uomo di chiesa, come Angela Merkel. Qualcosa vorrà pure dire, visto che, come la sua omologa tedesca, anche la futura premier britannica è bravissima nell’arte di lasciare che siano gli altri a fare errori, restando serafica ad aspettare il momento giusto per raccogliere i frutti della sua pazienza. Frutti che ieri sono giunti generosi per una donna da sempre considerata troppo fredda e priva di carisma per arrivare al vertice della politica del Regno Unito, ma che ora è chiamata a guidare il paese verso il futuro e a dissipare la confusione che si è creata dopo il referendum del 23 giugno scorso sull’Unione europea. Limitandosi a restare in disparte mentre il resto del mondo litigava, da ministro dell’Interno è riuscita a soppiantare il suo ex capo David Cameron e a lasciare che i suoi tre rivali Boris Johnson, Michael Gove e Andrea Leadsom si mettessero nel sacco da soli uno dopo l’altra, restando in sella grazie alla sua lunga esperienza di governo e di una competenza che neanche il più agguerrito dei detrattori le nega. Sessant’anni nell’ottobre prossimo, figlia unica di una famiglia della classe media, scuole statali, laurea in Geografia a Oxford, rimasta orfana a 25 anni, May è sposata da 34 con il banchiere Philip, membro di quella cerchia di ex ragazzi delle scuole private di buona famiglia che da sempre fanno il buono e il cattivo tempo della politica britannica. Li presentò Benazir Bhutto, la leader pachistana assassinata nel 2007, in una serata in discoteca a Oxford organizzata dal partito conservatore e da allora i due, stando alle testimonianze, sono inseparabili, innamorati, affiatati. La coppia non è riuscita ad avere figli «bisogna accettare le carte che la vita ti dà», ha spiegato la May parlando del dispiacere provato ai tempi e il fatto che la Leadsom abbia inelegantemente messo il dito proprio in quella piaga è riuscito a dare alla May un po’ della dimensione umana che le mancava. E ha scatenato reazioni talmente indignate presso l’opinione pubblica da scuotere l’inesperta Leadsom e mostrare a tutti di che tempra inossidabile sia fatta la May. Quando Kenneth Clarke l’ha definita «una donna dannatamente difficile», Theresa May, che ha sempre fatto il possibile per incoraggiare e aiutare le donne in politica, ha colto la palla al balzo e ha risposto che il paese intero «ha bisogno di donne dannatamente difficili», dopo averne avuta una, la più difficile di tutte, per 11 anni alla guida del Paese. Il paragone con Maggie Thatcher è sempre stata una delle ragioni per cui di Theresa leader non si è mai parlato seriamente nel partito: troppo pesante l’eredità, troppo inevitabile il confronto. Eppure, senso dell’umorismo a parte la Thatcher ne aveva molto di più, con buona pace dei suoi critici Theresa May è una politica di rango che potrebbe riservare molte sorprese. Dell’Unione europea non è mai stata una fan e sebbene abbia tiepidamente fatto campagna contro la Brexit, la May è nota per le sue posizioni rigide in materia di immigrazione che le hanno sempre guadagnato il rispetto della destra dei Tories, partito di cui è stata eletta presidente nel 2002 e al quale ha dato la definizione indelebile di nasty party, partito odioso. Mentre lo diceva indossava delle vezzose scarpe leopardate che sono passate alla storia, così come molte delle sue mises vistose e sgargianti, in leggero contrasto con l’espressione severa del volto. Da ministro dell’Interno ha servito più a lungo di tutti negli ultimi 50 anni e si è resa protagonista di battaglie controverse come quella per l’estradizione in Giordania del predicatore islamico Abu Qatada, portata a termine nonostante le proteste della Corte europea per i diritti umani. Di lei si dicono le tipiche cose che si dicono delle donne potenti: che ha un caratteraccio, che è impossibile lavorarci, che è incapace di fare compromessi. Il prossimo a cui toccherà scoprirlo, come ha detto lei stessa, è Jean-Claude Juncker. *** ENRICO FRANCSCHINI, LA REPUBBLICA 12/7 – THERESA MAY SARÀ LA «NUOVA THATCHER» O UNA «MERKEL ALL’INGLESE»? – L’abito non fa il monaco, ma qualche volta fa il primo ministro. Quando nel 1997 Theresa May entra in parlamento, giovane deputata neo eletta, sceglie un vestito blu della stessa tonalità di quelli spesso indossati da Margaret Thatcher a Downing Street. Ora che sta per andare ad abitare allo stesso indirizzo, il Daily Mail le appiccica l’etichetta di “nuova Thatcher”, e non solo per l’abbigliamento. Sarà la seconda donna primo ministro nella storia della Gran Bretagna, per cui è naturale evocare la “lady di ferro”. Hanno le stesse iniziali, capovolte. Sono giunte al traguardo più o meno alla stessa età: a 59 anni la May, a 55 la Thatcher. In più, fisicamente, un po’ si somigliano. E per restare al guardaroba, se Maggie aveva una predilezione per le borsette, Theresa impazzisce per le scarpe: il primo motivo per cui è stata notata in politica, dal giorno che ne calzò un paio leopardate a un congresso conservatore. «Sì, mi piacciono, e allora?», risponde in proposito, rivelando un’altra passione: i libri di ricette di Jamie Oliver, lo chef che ha insegnato la cucina italiana agli inglesi. Ma più della Thatcher, osserva il Financial Times, la donna che domani diventa premier britannico ricorda un’altra formidabile leader europea: Angela Merkel. Come la Merkel, è figlia di un pastore protestante. Come la Merkel, non ha avuto figli. Come la Merkel, ama le vacanze in montagna. E come la Merkel è più pragmatica che idealista, più concreta che carismatica. «Noiosa e ambiziosa», la definisce un veterano dei Tories. L’Inghilterra della sua giovinezza, naturalmente, era più vivace della Germania Est dell’odierna cancelliera tedesca. Dopo un’educazione tutta casa, chiesa e scuola, la Theresa che arriva a Oxford nei primi anni ’70 sente lo spirito del tempo: non a caso conosce in discoteca il futuro marito, presentatole da una compagna di studi, Benazir Bhutto (futura premier del Pakistan). Balla per qualche stagione al ritmo degli Abba: “Dancing Queen” è ancora adesso una delle sue canzoni preferite. Già all’università, tuttavia, frequenta i circoli del partito conservatore; e il futuro consorte è un giovanotto riservato, gentile, educato. Lei con laurea in geografia, lui in economia, finiscono entrambi a lavorare nella City: il coniuge è ancora lì, banchiere di successo, Theresa invece sente il richiamo della politica. Si candida deputata, viene sconfitta due volte, al terzo tentativo approda alla camera dei Comuni. Ideologicamente è una liberal- conservatrice. Al suo primo congresso fa sollevare sopracciglia definendo i Tories un “nasty party”, partito antipatico, che parla a un elettorato troppo ristretto. Non è femminista: «Credo nella meritocrazia, anche per noi donne», afferma, considerando le quote «una forma di discriminazione al contrario». Però ha una certa coscienza sociale. Seria, diligente, poco appariscente, va d’accordo con tutti i leader affrontati e battuti da Blair. Dopo tredici anni all’opposizione, quando finalmente i conservatori riconquistano il governo, Cameron le affida un ministero importante: gli Interni. La May lo tiene sei anni, più a lungo di chiunque nel dopoguerra. Mostrando carattere: riesce a espellere Abu Qatada, un predicatore estremista, ma rifiuta l’estradizione negli Usa di un inglese che ha hackerato i computer del Pentagono (facendo arrabbiare gli americani). A un convegno del sindacato di polizia accusa di corruzione e inefficienza un’assemblea di uomini in uniforme: l’accoglienza è gelida. Ma la Gran Bretagna, con lei a capo della sicurezza nazionale, non subisce attentati terroristici (scoppiano invece, nel 2011, violenti disordini urbani). Vuole limitare l’immigrazione, ma solo perché un’immigrazione senza controlli «diffonde il populismo e lacera il tessuto sociale». E quando viene il momento di schierarsi sul referendum sull’Unione Europea, sta con Cameron, per rimanere nella Ue, ma tiene un basso profilo: forse un calcolo politico, si aspetta che il premier vinca la sfida e vuole posizionarsi per una futura successione nel 2020. Senonché Cameron perde, il candidato più forte (Boris Johnson) si ritira e lei batte facilmente gli altri, promettendo che «Brexit significa Brexit»: realizzerà la volontà degli elettori, assicura, senza specificare come. Che tipo di premier sarà? Il Guardian analizza il suo discorso programmatico di ieri («Possiamo fare della Gran Bretagna un paese che funziona per tutti») come se fosse il manifesto di Theresa May, sostenendo che la promessa di dare «un ruolo ai lavoratori nei cda delle aziende» è un’idea di Tony Blair, quella di lanciare una «nuova strategia industriale» viene da Gordon Brown e quella di togliere le scappatoie fiscali alle grandi corporation da Ed Miliband: non sarà una laburista camuffata? Più verosimilmen-te, è una seguace del concetto di “One Nation”, il partito-nazione sbandierato ma lasciato lettera morta da Cameron. La “nuova Thatcher”, la “Merkel inglese”, l’oxfordiana noiosa figlia di un pastore protestante, potrebbe avere l’ambizione di lasciare il segno. Come le due donne a cui viene paragonata. Enrico Franceschini, la Repubblica 12/7/2016 *** UN’ALTRA DONNA DI FERRO A DOWNING STREET? – MARCO IMARISIO 1/7 – Quello sguardo duro e il profilo aquilino ricordano qualcuno. All’estero l’inevitabile paragone sarà con Angela Merkel. Sono entrambe figlie di un pastore protestante, hanno entrambe lo stesso approccio non ideologico alla politica. Ma ieri mattina i cronisti di lungo corso delle principali testate inglesi la ascoltavano e intanto sui loro taccuini scrivevano un nome. Maggie. «Lo stile è quello». Il pugno di ferro nascosto dietro a un sorriso che risulta quasi sempre un po’ forzato. «Sono Theresa May e sono la persona più adatta a fare il primo ministro». Questo si chiama andare subito al punto. La candidatura annunciata da giorni è così diventata ufficiale. Ma l’attuale Home Secretary ha voluto andare oltre, dicendo che se sarà lei la persona scelta per succedere a David Cameron, non ci saranno elezioni generali fino al 2020, data di scadenza della legislatura. La promessa di stabilità si accompagna alla presa d’atto dell’evento che in una sola settimana ha fatto passare la politica inglese da modello di stabilità a flipper impazzito.«Brexit significa Brexit» ha detto May, che pure essendo euroscettica da sempre è l’unica candidata alla guida dei Tories (insieme al ministro del Lavoro Crabb) a essersi schierata per il Remain. Ma lo ha fatto con una determinazione rivedibile, tenendosi in disparte, precisando ogni volta che la sua scelta era dettata soprattutto dalla fedeltà a Cameron. Questa apparente ambiguità ora è diventata un punto di forza, perché colloca May in una posizione di apparente neutralità. «La campagna referendaria è stata combattuta, l’affluenza alta, e il popolo ha emesso il suo verdetto. Non ci devono essere tentativi di rimanere nell’Ue». Il dado è tratto. Nata Theresa Braiser 59 anni fa nella città costiera di Eastbourne nel Sud dell’Inghilterra, studentessa di geografia a Oxford, conobbe il futuro marito Philip durante una festa in discoteca dei Giovani Conservatori. A presentarglielo fu una compagna di università che avrebbe poi fatto carriera. Era Benazir Bhutto, futuro primo ministro del Pakistan. Il primo impiego fu alla Banca d’Inghilterra. La prima nomina a deputato nel fatale 1997, nelle elezioni che mandarono al potere Tony Blair. Nei lunghi anni all’opposizione May si è distinta come coscienza critica dei Tories. «Perdiamo perché siamo identificati come il partito dei cattivi» disse in un celebre discorso dopo la sconfitta del 2002. Theresa May non appartiene certo alla confraternita dei buoni. Le sue posizioni sull’immigrazione sono spesso state così rigide da creare perplessità nei Tories e attriti con i colleghi di governo. E il tratto saliente che le viene riconosciuto è quello di una innata perfidia. Un genio della «character assassination». Quasi al livello di Margaret Thatcher. Ieri mattina ha subito dato un saggio della sua abilità, raccontando con apparente noncuranza di quando l’allora sindaco di Londra Boris Johnson tentò di dotare la polizia di cannoni ad acqua nonostante l’esplicito divieto del ministro dell’Interno, ovvero lei. «Sapete, andò in Germania e tornò con tre cannoni seminuovi» ha aggiunto. «Bisognerebbe spiegare a certe persone che la politica non è un gioco, ma un affare serio che ha conseguenze sulla vita della gente». Il sorriso che accompagnava la frase diceva tutto. E faceva anche un po’ paura. *** ENRICO FRANCESCHINI, LA REPUBBLICA 30/6 – ECCO CHI È THERESA MAY, LA NUOVA LADY DI FERRO CHE PUNTA ALLA GUIDA DEI TORIES – LONDRA. Grazie al referendum, Margaret Thatcher potrebbe avere trovato finalmente una erede nel partito conservatore. È infatti Theresa May, 59enne ministro degli Interni, reputazione da “lady di ferro”, a battere a sorpresa Boris Johnson nei primi sondaggi su chi rimpiazzerà David Cameron a Downing street. Le sue ambizioni sulla poltrona di premier erano note da tempo, ma c’erano almeno due uomini davanti a lei: il ministro del Tesoro George Osborne, titolare del dicastero più importante, numero due dei Tories, a lungo nei panni di apparente successore designato di Cameron; e Boris Johnson, per otto anni sindaco di Londra, poi in attesa di un incarico di prestigio nel governo e pronto a sfidare Osborne quando fosse venuta la resa dei conti. Il voto della settimana scorsa sull’Unione Europea ha cambiato tutto. Cameron si è dimesso (anche se manterrà l’incarico fino alle primarie). Osborne, schierato con Cameron nel referendum e dunque corresponsabile della sconfitta, ha rinunciato a candidarsi alla leadership. Si è candidato Johnson, come tutti prevedevano, ma il primo ministro vuole fargli pagare la sconfitta che ha messo ignominiosamente fine alla sua carriera. Gli serviva un candidato anti-Boris. Si è presto accorto che ce l’aveva: ma era una candidata. Figlia di un sacerdote anglicano, laureata a Oxford, sposata senza figli, deputata da due decenni, con una predilezione per scarpe e abiti stravaganti, anche la ministra degli Interni (come Cameron e molti compatrioti) non ama molto l’Europa. Ma quando è stata ora di schierarsi nel referendum, è rimasta fedele al premier e ha scelto anche lei Remain, la campagna per rimanere nella Ue. Secondo i bene informati, solo per calcolo: era convinta che avrebbe vinto Cameron. Ha però tenuto un basso profilo, disertando comizi e dibattiti televisivi. Un po’ per precauzione: Cameron poteva anche perdere. Un po’ per non inimicarsi l’ala più euroscettica dei Tories. Così adesso May rappresenta la candidatura perfetta: continuità con Cameron e anzi strumento di vendetta, ma al tempo stesso non ostile a chi ha votato per Brexit. L’ideale per riunificare un partito diviso e negoziare il futuro rapporto del Regno Unito con Bruxelles. Non a caso, nel sondaggio del Times supera Johnson 32 a 26 per cento ed è in testa anche in altri rilevamenti, che ne fanno attualmente la favorita. Naturalmente dovrà affrontare anche altri candidati, tra cui Stephen Crabb, ministro del Lavoro, e Jeremy Hunt, ministro della Salute. Ma è lei l’anti-Boris Johnson, l’ultima arma di Cameron per non consegnare il paese al vincitore del referendum. Aprendo l’ipotesi, se ci sarà una nuova “lady di ferro” nel futuro dei conservatori, a un duello tutto femminile, Theresa May contro Angela Eagle, alle prossime elezioni, che qualcuno prevede entro un anno. Per salvare la Gran Bretagna dal caos di Brexit, potrebbe volerci dunque una donna. Anzi, due. Enrico Franceschini, la Repubblica 30/6/2016 *** UN’ALTRA LADY DI FERRO THERESA MAY PUÒ FERMARE L’AVANZATA DI JOHNSON – La chiamano la candidata «Stop Boris». È Theresa May, ministro dell’interno, la più accreditata nella successione di Cameron ora che il fascino e il sorriso dell’ex sindaco di Londra sono appannati dal caos post Brexit. Lei all’Europa non è mai stata affezionata, ma ha appoggiato il suo leader nella campagna del Remain, anche se tiepidamente, almeno nelle esternazioni pubbliche. D’altronde il ministro è una donna di pochi slanci e di grande fermezza. Ancora una volta la parola «acciaio» torna a colorare le cronache politiche inglesi, di nuovo una «iron lady» che potrebbe salvare Tory e Paese dai pasticci di due uomini, David Cameron e Boris Johnson. IL GRADIMENTO Secondo un sondaggio realizzato da YouGov per il Times è la May a raccogliere maggiore consenso fra i Tory a cui non piacerebbe premiare il tradimento di Johnson a Cameron e l’incertezza in cui il referendum ha gettato il Paese. Mentre la May ha mantenuto fedeltà al capo senza tradire le sue idee, a iniziare da quelle sull’immigrazione: regole più restrittive, anche quelle riservate ai cugini Ue. «Le nostre strade non sono lastricate d’oro, per molti migranti l’Europa e il Regno Unito sono posti in cui fare soldi. Ma non è così», scriveva al Telegraph l’estate scorsa prima della trattativa di Cameron sul tema a Bruxelles. LA SFIDA CON MERKEL E adesso questa sua visione che abbraccia le ragioni e del Leave e del Remain potrebbe essere vincente. Certo saranno interessanti, nel caso vincessero i Tory sotto la sua guida alle prossime elezioni, le trattative della Brexit con la signora Angela Merkel che rispetto alla circolazione delle persone nell’Ue non ha incertezze: non si tocca. Fino ad allora, però, la May sarà impegnata in una breve e intensa marcia verso Downing Street. Gli inglesi hanno bisogno di stabilità e certezze per essere accompagnati fuori dall’Ue e la May sembra avere le caratteristiche per farlo: ministro dell’Interno da sei anni, fermezza nella gestione della macchina della sicurezza, dal controllo dei confini e dell’immigrazione, al terrorismo, indisponibilità a farsi mettere i piedi in testa, neanche dal suo leader, Cameron, che adesso la sostiene. QUALCOSA DEL SUO PASSATO È in queste ore, mentre la sua candidatura alla guida del partito si rafforza, che gli inglesi conoscono qualcosa in più su di lei perché la discrezione è la cifra di questa signora sessantenne, che è facile paragonare a Margareth Thatcher, la grande e severa madre del Paese che oggi in tanti rimpiangono. Ma a lei i paragoni non piacciono neanche con la Thatcher. Tantomeno con l’altro astro della politica made in Uk, la scozzese Nicola Sturgeon con cui condivide impegno e carattere, oltre a una sfrenata passione per le scarpe, ma non certo la visione sul Paese. A indicarle la strada sono stati solo i suoi genitori, mamma Theresa, conservatrice appassionata. E papà Hubert Brasier, vicario della Chiesa d’Inghilterra che le ha trasmesso la «vocazione» di prendersi cura della sua comunità. Cresciuta nell’Oxfordshire, ha studiato geografia al St Hugh’s college di Oxford, l’università «sforna premier». Ed è stata la sua coetanea, futuro primo ministro del Pakistan, Benazir Bhutto a presentarle suo marito, Philip May, grande appassionato di cricket come lei. Una volta laureata ha lavorato alla Banca d’Inghilterra e al traguardo dei 30 anni, nel 1986, ha deciso di scendere in campo candidandosi per il consiglio comunale nel quartiere londinese di Merton, nel sud di Londra. L’arrivo a Westminster nel 1997 come deputata del nuovo collegio elettorale del Maidenhead. Poi la gavetta in diversi governi ombra, e nel 2002 la nomina a presidente dei Tory, la prima donna a diventarlo. Adesso l’ultimo obiettivo: 10 di Downing Street. Maria Corbi, La Stampa 29/6/2016 *** Cinque casi in cui Theresa May ha fatto discutere – rivistastudio.com 19/7 – Il magazine statunitense The Fader ha raccolto cinque questioni degli ultimi anni in cui il nuovo Primo ministro del Regno Unito Theresa May ha fatto parlare di sé per motivi legati alla gestione di personaggi scomodi e al rapporto con artisti, alla privacy dei cittadini britannici e alla censura dei programmi televisivi. Eccoli riportati di seguito, in ordine cronologico: 1. Nel mese di agosto del 2013 David Miranda, il compagno del giornalista statunitense Glenn Greenwald, che ha collaborato con Edward Snowden (a quest’ultimo è vietato l’accesso nel territorio britannico), è stato arrestato all’aeroporto di Heathrow, a Londra, subendo un interrogatorio di oltre 8 ore. A tal proposito May aveva commentato l’accaduto affermando che la polizia aveva agito rispettando il protocollo, e che la tesi secondo cui Miranda fosse stato detenuto senza solide basi legali era infondata. Theresa May Succeeds David Cameron As The UK’s New Prime Minister 2. L’attuale Primo ministro britannico nel 2015 è stato fortemente criticato per aver concesso all’Ofcom, l’organo che regola la comunicazione nel Regno Unito, il potere di approvare programmi televisivi prima della loro messa in onda. L’allora ministro della Cultura Sajid Javid (oggi ministro del Commercio e dell’industria), aveva definito la cosa un tentativo di «censura di Stato». 3. Theresa May era ancora segretario di Stato per gli Affari interni quando al rapper statunitense Tyler, The Creator è stato vietato di entrare nel Regno Unito, ancora l’estate scorsa. Il provvedimento sarebbe stato il frutto di alcuni testi scritti dall’artista presenti negli album Bastard (2009), e Goblin (2011), che per i censori incoraggerebbero la violenza e l’intolleranza nei confronti dell’omosessualità. 4. La May nel novembre 2015 ha tentato di far approvare un disegno di legge che tra le altre cose avrebbe tenuto traccia di un anno di ricerche web dei cittadini britannici, incluse quelle sui social media. La proposta era stata da molti ribattezzata “Snooper’s Charter” (“Costituzione dei Ficcanaso”). 5. All’inizio di quest’anno, quando Theresa May era ancora “Home Secretary”, alla cantante statunitense Azealia Banks è stato vietato l’ingresso nel territorio britannico, dopo l’accusa di aver pubblicato osservazioni razziste e omofobe online.