Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  gennaio 19 Giovedì calendario

CAROFIGLIO: «NON ENTRO IN UNA SEGRETERIA A IMMAGINE DI RENZI» – “Non entrerò nella segreteria Pd”

CAROFIGLIO: «NON ENTRO IN UNA SEGRETERIA A IMMAGINE DI RENZI» – “Non entrerò nella segreteria Pd”. Gianrico Carofiglio, scrittore ed ex magistrato barese, un’esperienza da senatore, è categorico. Anche se ci tiene a precisare: “Non sono disinteressato alla politica e, in astratto, mi piacerebbe dare una mano. Al momento però non ci sono le condizioni. Devo dire poi che l’idea della segreteria è venuta fuori sui giornali in maniera bizzarra”. Perché bizzarra? Qualcuno ha scritto che avrei dovuto curare la costituzione di una rete di intellettuali. A parte il fatto che è un’idea completamente inventata, io sono la persona meno adatta a fare un lavoro di questo genere: creare reti. Quali condizioni mancano? Era un’ipotesi che avrei potuto prendere in considerazione nel caso di una segreteria unitaria. Non sono ostile a Renzi ma, al tempo stesso, non posso entrare in un organismo che, del tutto legittimamente, si identifica con lui dal punto di vista politico. D’altro canto, non mi riconosco in nessuna delle correnti che attualmente esistono nel partito. Vi siete parlati? Gliel’ha chiesto di entrare in segreteria? Sì ci siamo parlati, ma è stato un discorso generale. Ho apprezzato il tentativo di uscire da uno schema, quello di un pensiero troppo omologato a quello del capo, che non ha prodotto buoni risultati. La mia idea è che si debbano riconoscere e valorizzare le diversità, non riconoscersi in un pensiero unico e nella visione di chi comanda. Il fatto che il segretario del Pd si ponga questo problema mi pare un segnale positivo. Ma per me non sarebbe comunque possibile l’ingresso in una segreteria così fortemente riferibile al suo capo. Qual è il suo giudizio su Renzi? Della sua azione ci sono cose che non condivido e cose positive. Per esempio? Azioni positive sui diritti civili: unioni civili, divorzio breve, il dopo di noi, la legge sull’autismo, come una serie di cose in materia di giustizia civile e processo telematico. Tra le cose buone fatte, metto le tante vertenze di lavoro risolte positivamente e un’azione seria nella lotta all’evasione. Cose negative: per esempio l’innalzamento della soglia dei contanti, l’abolizione indiscriminata dell’Imu sulla prima casa, un provvedimento non di sinistra. E non ho condiviso i toni di certe polemiche politiche. Si era detto che avrebbe fatto il responsabile Comunicazione. Non è possibile? Occuparmi di comunicazione suona male: semplifica in una maniera che a me non sta bene. E dunque? Un mio contributo che abbia un senso potrebbe essere, in teoria, lavorare per valorizzare specificità e competenze. Mi occupo da tempo di linguaggio della politica, del rapporto nella comunicazione politica tra efficacia, verità e chiarezza. E non come concetto astratto, ma cercando di capire come si possono tenere insieme le cose. Ci sono soggetti che dicono molto bene bugie, altri molto male la verità. La mia scommessa è che ci sia un terzo modo. E include una riflessione sulle tecniche per comunicare i contenuti e la dimensione etica. Da questa prospettiva, qual è stato l’errore principale di Renzi? Una eccessiva semplificazione. Un giudizio generoso. Non credo: semplificare significa che non cogli la complessità e alla fine quali che siano le tue intenzioni non dici le cose come stanno correndo il rischio dell’autoreferenzialità. Questo riguarda anche lo stile di leadership. Secondo me occorre far riferimento non solo a chi dice di pensarla come te, ma anche a chi la pensa diversamente. Si racconta che Bruno Trentin alla terza volta che uno dei suoi collaboratori gli diceva che era d’accordo con lui, lo mandava via. Questa è la mia idea di leadership. Gli errori principali fatti nella campagna referendaria? Il primo errore è stato agitare un drappo rosso davanti a tutti: sfidare tutti insieme non è mai una buona idea. Gli altri sono stati la conseguenza di questo: la marcia indietro, il tentativo di correggere. E poi, non c’è stata una spiegazione efficace di cosa poteva essere la riforma ed è stato un errore battere sulla questione dei risparmi che è apparsa demagogica. Se ci fosse stata una dirigenza collettiva con punti di vista diversi e critici sarebbe stato meno probabile fare un errore così vistoso. Renzi ha detto a Repubblica: “Ci vogliono meno slide e più cuore”. Un’analisi corretta? Diciamo che bisogna irrobustire il contenuto di queste affermazioni. In definitiva, non esclude di lavorare con Renzi? In definitiva: non è all’ordine del giorno.