Fabrizio d’Esposito, il Fatto Quotidiano 18/1/2017, 18 gennaio 2017
TAJANI, MONARCHICO, FASCIO-CRAXIANO E BERLUSCONIANO
Sostiene Guido Paglia: “Tajani fu una mia creatura giornalistica, eravamo amici, perciò quando mi tradì ci rimasi malissimo. Pensa che conservo gelosamente una foto scattata durante la rivolta carceraria di Porto Azzurro, all’Elba. Era l’agosto del 1987 ed eravamo lì in vacanza insieme. Chiamai Montanelli e avvisai che avremmo seguito noi la cosa. Poi Tajani mi regalò una foto in cui noi due eravamo davanti al carcere. Mi fece una dedica con il motto delle SS naziste: ‘Il nostro onore si chiama fedeltà. A Guido’. Capito che personaggio era?”.
Già avanguardista e missino, Paglia è stato per un oltre un decennio direttore delle relazioni esterne e istituzionali della Rai. Oggi dirige un battagliero quotidiano online, L’ultima ribattuta. Dal 1983 al 1992, Paglia è stato capo della possente redazione romana del Giornale di Indro Montanelli, dal 1988 con l’aggiunta dei galloni di vicedirettore.
In quella redazione c’erano Arturo Diaconale, Giancarlo Perna, Paolo Liguori e un giovane Antonio Tajani. La storia del tradimento di Tajani l’ha raccontata tre lustri fa il liberale Diaconale – oggi nel cda della Rai e a capo della comunicazione della Lazio di Lotito – ed è la storia della fine di quella redazione romana, quando complottò contro il fondatore Montanelli.
Rivelò Diaconale a Claudio Sabelli Fioretti: “La redazione romana aveva strappato troppo potere a Montanelli. Era riuscita a condizionare la linea politica del Giornale. Noi eravamo vicini a Craxi e contro De Mita. Avevamo un piano: Paglia condirettore, io capo a Roma tenendo Montanelli come simulacro. Ma Montanelli era furbo come una faina. Noi della redazione romana venivamo vissuti come fascio-craxiani, e come berlusconiani. Non poteva sopportarlo. E nominò Federico Orlando condirettore. Il nostro fu un peccato di presunzione, di onnipotenza. Paglia se ne andò. E me ne andai anch’io. Tajani rimase. E divenne capo della redazione romana. Non fu un gran bel comportamento. Era berlusconiano. Si allineò e divenne antiberlusconiano. Salvo poi ridiventare berlusconiano. Insomma un voltagabbana. Io capisco le debolezze umane e non gliene facevo una colpa. Paglia invece lo insultò selvaggiamente”.
Da capo, quarantenne, della redazione romana, Tajani si riconvertì dunque al berlusconismo e fu tra i fondatori di Forza Italia nel 1994. E qui riprende il racconto di Paglia al Fatto: “Fu Paolo Berlusconi che lo presentò al fratello Silvio, che poi commise il tragico errore di portarselo come portavoce a Palazzo Chigi, la prima volta che diventò presidente del Consiglio. Così per liberarsene lo spinse a fare politica, dapprima candidandolo invano per la Camera poi in Europa, con più successo”.
Fascio-craxiano, indi berlusconiano. Da simpatizzante del Psi, Tajani si infatuò del socialismo tricolore di Lelio Lagorio, già ministro della Difesa e morto lo scorso 7 gennaio a 91 anni. Una certa vulgata, mai dimostrata, attribuisce proprio al rapporto tra Lagorio e Tajani l’intuizione di dare il nome di Forza Italia a un nuovo partito. Fu infatti l’ex socialista tricolore a fare un convegno nel 1982 sull’identità italiana e intitolato, appunto, Forza Italia. Di Lagorio, il giovane Tajani scrisse una biografia, anzi un’agiografia: Il Granduca. Lagorio, un socialista Ministro della Difesa. Un libro formato tascabile di 198 pagine e che si conclude con un’intervista a Renzo Arbore, che diede impulso all’orgoglio tricolore con un suo programma, Telepatria international. Ma del passato di Tajani, oggi che è proiettato ai vertici della massima istituzione democratica in Europa, colpisce soprattutto la sua vocazione monarchica, coltivata sin dai trascorsi liceali e non senza cupi incidenti a base di spranghe. Ovviamente monarchico nel senso dei Savoia, anche se Tajani ha sempre riconosciuto come capo della dinastia sabauda Amedeo il duca d’Aosta e non Vittorio Emanuele, figlio di Umberto II e papà di Emanuele Filiberto.
A modo suo, pure il neopresidente è un esiliato di lusso in Europa, visto che in Italia non ha mai avuto successo in politica.