Carlo Riva, Prima Comunicazione 11/2016, 17 gennaio 2017
IL MARATONETA– [Enrico Mentana] “Ok, vediamoci alle 13, al Ghetto”, propone. Soggetto: Enrico Mentana, 61 anni di cui 36 passati in video, una nuova giovinezza televisiva a La7 che sull’informazione punta e vince e che, nella rovente stagione referendaria, è la rete che non si può non guardare perché è lì che vanno in scena i duelli che pesano; è lì, proprio nel suo studio, che Matteo Renzi si confronta a muso duro con Gustavo Zagrebelsky, è lì che il grande gioco televisivo della politica non può non fare tappa
IL MARATONETA– [Enrico Mentana] “Ok, vediamoci alle 13, al Ghetto”, propone. Soggetto: Enrico Mentana, 61 anni di cui 36 passati in video, una nuova giovinezza televisiva a La7 che sull’informazione punta e vince e che, nella rovente stagione referendaria, è la rete che non si può non guardare perché è lì che vanno in scena i duelli che pesano; è lì, proprio nel suo studio, che Matteo Renzi si confronta a muso duro con Gustavo Zagrebelsky, è lì che il grande gioco televisivo della politica non può non fare tappa. Così, davanti a un piatto di carciofi alla giudia e a un tortino di indivia e aliciotti, e reduce dalla maratona lunga una notte sulle elezioni americane (“È sempre appassionante vivere eventi che danno la sensazione di poter cambiare la storia. È successo anche quattro mesi fa con la Brexit”), Enrico Mentana dice la sua sulla politica italiana, su un sistema dei media che non trova soluzioni alla crisi e rischia di essere ulteriormente disgregato dai social, su una professione senza ricambio generazionale, sui pro e i contro del giornalismo schierato e anche sulle concorrenti Rai e Mediaset. Inevitabile, però, cominciare una lunga chiacchierata dall’epica figuraccia fatta, oltre che dai sondaggisti, dal giornalismo made in Usa. E questa volta hanno toppato, oltre ai sondaggisti, i media americani. «Peggio, i giornali americani hanno creduto di poter imporre un ruolo formativo più che informativo nei confronti dell’opinione pubblica. E sono stati sconfitti». In effetti oltre 130 testate, comprese le più importanti, avevano fatto un endorsement per Hillary Clinton; per Donald Trump invece solo tre, di cui la più conosciuta è il Las Vegas Review-Journal. «Ha avuto più sostegno persino il candidato indipendente Gary Johnson: otto quotidiani si sono schierati per lui. È la prima volta nella storia che un candidato repubblicano non riceve l’endorsement di alcun giornale nazionale». In Italia, anche se la maggioranza propendeva per Clinton, c’è stata una certa cautela sull’esito elettorale. «L’informazione italiana si è sempre un po’ accodata a quella americana, ed è chiaro quanto Trump sia un soggetto particolare. Anche da qui però era abbastanza evidente che aveva molto più seguito di quanto si volesse far credere. Oltretutto, a noi, probabilmente “addestrati” dalle vicende italiane, quelle accuse a proposito delle donne risultavano un pochino troppo marcate rispetto all’effettiva gravità degli addebiti. Come era altrettanto evidente, dal nostro punto di osservazione, che la vicenda delle email della candidata democratica veniva invece vissuta con fastidio dalla grande informazione Usa». Adesso sono esplose le polemiche su quanto abbiano favorito Trump le bufale diffuse attraverso Facebook. «Sono scemenze. Tutte le pillole del giorno dopo le elezioni sono inutili, rispondono alla necessità di riempire spazi sui giornali, allo stesso modo della raccolta di firme lanciata due giorni dopo il referendum sulla Brexit per ripetere il voto. Come se quelli favorevoli a uscire dall’Ue si fossero pentiti. Sono le risposte dell’informazione per ammortizzare gli effetti della delusione di una parte dell’opinione pubblica. È ovvio che, da quando esistono, i social network vengono usati per scopi elettorali. Otto anni fa furono considerati la punta di diamante della vittoria di Obama ed elogiati per questo. Ora, improvvisamente, sono diventati il ‘nemico’». In ogni caso, anche le presidenziali Usa ci dicono che il sistema dell’informazione deve ripensarsi. «C’è la necessità di riposizionarsi. Ma è peggiore l’altro riflesso, l’ansia dell’“Oddio, dove andremo a finire...”. Mentre prende piede un modello che rifiuta la politica, continuiamo a non domandarci perché la politica perda così tanto consenso e perché l’antipolitica abbia la meglio. Non sarà mica un problema di chi cambia le proprie scelte di voto, a meno di non ricadere nel paradosso brechtiano per cui si dovrebbero cambiare gli elettori. O la democrazia parte dal presupposto che l’elettorato all’ingrosso ha ragione, e allora consideriamo che il problema è della politica e dei partiti tradizionali, o mettiamo in discussione tutto e, a quel punto, qualsiasi tesi diventa buona. Se alle primarie del Partito democratico un candidato fuori dall’establishment, Bernie Sanders, ha sfiorato la candidatura e, nello schieramento opposto, uno che non apparteneva al Partito repubblicano lo ha scalato ottenendo la nomination e alla fine ha pure vinto, è chiaro che in America la politica tradizionale è ormai svuotata». L’Italia politica potrebbe rivendicare una sorta di diritto d’autore: lasciando perdere l’età classica e l’impero romano, dagli inizi del Novecento abbiamo sfornato un po’ di modelli. «Non c’è dubbio, il modello italiano ha precorso i tempi, e nei tempi recenti non solo con Berlusconi e la Lega. Non un’indicazione negativa: l’Italia è un laboratorio politico di prim’ordine. Abbiamo avuto il primo Partito fascista e il più grande Partito comunista dell’Occidente. Conosciamo bene le grandi passioni politiche. Siamo stati i primi a verificare come, con la caduta del Muro di Berlino e il crollo delle ideologie, siano andati in crisi i partiti. Il problema non è il giornalismo, ma l’interpretazione della realtà. Se la politica con tutti i suoi strumenti non riesce a interpretarla...». L’informazione però dovrebbe riuscire a rappresentarla. «Certo, ma non si può negare che in Italia, in Europa e pure negli Usa si sia detto che esiste un fenomeno demopopulista. Insomma, non è il giornalismo in generale a sbagliare. Sbaglia il giornalismo che fa il tifo. È vero anche che in molti casi il giornalismo sopravvive proprio perché fa il tifo: se non fosse così, molti giornali chiuderebbero». Non ritiene che si dedichi troppo spazio alla politica? Non nascondo che, dopo aver letto questa mattina in treno paginate sul referendum, mi sono rilassato leggendo un volumetto su Einstein e la relatività. «Noi due siamo uomini del Novecento. Lo spazio della politica, dell’ideologia, dello scontro internazionale tra sistemi è simile a come, anni fa, immaginavamo con concetti da fantascienza i cervelli elettronici: agglomerati grandissimi, che occupavano sale enormi...». I mainframe formati da file di armadi con i nastri che giravano, come quelli della Cia dei ‘Tre giorni del Condor’. «Sì, quelli. Ora anche nell’immaginario lo spazio è limitato al microchip. La politica, l’ideologia sono distrutte o ridotte a dimensione lillipuziana. Oltretutto, non assistiamo a uno scontro tra ideologie, ma a una disputa personalistica che rappresentiamo sui giornali, nei tg e nei talk show. Siamo probabilmente l’ultima generazione che legge più quotidiani al mattino. Per cui dobbiamo fare dignitosamente il nostro lavoro e, come antiquari, vendere mobili di pregio sapendo che il nostro mondo è destinato a diventare sempre più minoritario e che nessun giovane probabilmente entrerà nel nostro negozio». Lei continua però a essere una sorta di alfiere dell’informazione politica, con uno stile da cui non si discosta da decenni. «Questo fa capire dove siamo andati a finire. Nel senso che sono l’ultimo a continuare a fare quello che facevo venticinque anni fa. Sono come un arbitro di calcio longevo. Forse il livello del gioco e del campionato si è abbassato e, quindi, l’arbitro sembra più bravo. La politica è come il calcio, ed è difficile che qualcuno se ne privi, anche se si è svilita, se è personalistica e tutti sanno che è diventata una sorta di scontro tra carriere. Insomma, la passione è rimasta e non è nemmeno così paradossale che l’ingresso in campo di forze post ideologiche, come il Movimento 5 Stelle, abbia reso di nuovo avvincente la sfida. Per stare alla similitudine calcistica, è come se si fossero riaperte le frontiere e fossero arrivati nuovi giocatori. Non so se campioni. Tutto ciò ha portato nuova faziosità, di conseguenza nuova contrapposizione, nuova passione. Dopotutto viviamo una sorta di proseguimento degli anni del berlusconismo e della contrapposizione. La contrapposizione a Renzi è uguale al tifo contro Berlusconi di dieci anni fa». Fare il giudice in campo, come mi sembra le piaccia fare, implica per forza la scelta di non votare, come fa da almeno due decenni? «Non è soltanto una scelta dettata dalla volontà di rimanere equidistante. Non è neppure l’astinenza del prete e nemmeno un dogma. Diciamo che, se li conosci da vicino...». Che pessimismo. Da qualsiasi parte la metta, non dimostra una grande fiducia nei confronti della politica. «Ognuno ha le sue idee e la sua formazione. È vero anche che tutte le ideologie e, forse, la gran parte delle passioni politiche sono superate perché si è modificata una società in cui, tra l’altro, spesso la difesa degli ultimi è diventata la difesa dei penultimi contro gli ultimi. Semmai, mi rendo conto che i problemi sono altri e la politica non riesce a coglierli. Lo ripeto da qualche anno, ed evidentemente mi sbaglio, se nessuno l’ha raccolto: la battaglia che andrebbe fatta è per le nuove generazioni, per il futuro della società. Nessuno parla di come dovrà essere l’Italia tra trent’anni. Dovrebbe essere questo il compito della politica». Una lungimiranza che era nelle corde della generazione di politici di un passato neppure così lontano. «Certo. Intanto garantivano alle famiglie che i figli sarebbero vissuti in condizioni uguali o migliori delle loro. È stata la forza della società italiana. Pensiamo ai sacrifici dei nostri padri per farci studiare. Così come alle lotte per la scolarizzazione di massa, contro il numero chiuso nelle università. Intendiamoci, per certi aspetti i nostri figli stanno meglio di noi, ma li attende una situazione di precarietà e di incertezza che generalmente noi non abbiamo vissuto. Tutti possono studiare fin dopo la laurea, ma tutti sanno che, per la maggior parte di loro, il futuro sarà un call center o la disoccupazione, se punteranno a un lavoro confacente a ciò che hanno studiato». È una realtà che credo ormai introiettata nella maggioranza. «Eppure la politica non parla al nuovo, ma agli antiquari, mentre i giovani parlano la lingua dell’Ikea. Se li lasci fuori dal circuito della crescita, dalla presa di coscienza, dall’assunzione di impegni, per forza restano in un ambiente quasi prepubere in cui poi rimangono schiavi di uno smartphone. Lo siamo anche noi, ma facciamo finta di non esserlo. Se per loro la politica ha preso l’impronta dei cinquestelle, più che degli altri, è perché i giovani lasciati senza futuro e garanzie vanno verso quelli che, apparentemente, sono i più semplici, schematici, ma vicini alle loro idee. Da dentro l’establishment non se ne rendono conto». L’accusano di fornire grandi sponde ai grillini. «Questo dà l’idea di come è ridotta l’informazione in Italia. Un movimento che alla sua prima apparizione conquista il 25% dell’elettorato alle politiche diventa inevitabilmente oggetto di attenzione. Eppure, per il solo fatto di parlarne, si è considerati un cavallo di Troia. Nelle migliori delle ipotesi, si intende. Molti continuano a trattare i cinquestelle come fossero degli invasori stranieri, degli alieni, con la critica pregiudiziale che si riserva ai nemici del popolo. Io ho il massimo rispetto per le forze politiche realmente rappresentative. Ma questo non c’entra con il pendere per l’uno o per l’altro. La mia impronta è di non parteggiare». È stato però accusato di aver opposto a Renzi nei faccia a faccia sul referendum degli avversari di comodo: Gustavo Zagrebelsky e Ciriaco De Mita. «Lo so bene che lo dicono. In realtà non è così. Intanto Renzi è il primo presidente del Consiglio disposto a fare dei faccia a faccia anche con chi non è candidato al suo ruolo. Certo, lui cerca consensi dappertutto. Però nel faccia a faccia si misura con un’altra figura politica, non con un giornalista, che ha comunque un ruolo diverso. Per gli interlocutori di questi confronti, Renzi ha indicato un perimetro che comprendeva anche il capo del Movimento 5 Stelle. Sapeva benissimo che in questo modo avrebbe trovato persone tutte più grandi di lui, non rendendosi conto che dovrebbe conquistare i giovani, non i vecchi. Misurandosi con i vecchi rischia, semmai, di perdere voti proprio nell’elettorato anziano che sta dalla sua parte». Lei scalfisce il mito della furbizia di Renzi. «In realtà, è la nostra distorsione di parte che ci fa dire che fa il furbo. Se davvero lo fosse non si sarebbe reso disponibile ai faccia a faccia». Probabilmente è molto sicuro di sé. «Magari qualche avveduto consigliere avrebbe dovuto spingerlo a evitare i faccia a faccia. Soprattutto in Italia, vedere un vecchio saggio suscita del fascino, anche al di là dei suoi concreti meriti. Questo è un Paese che si è innamorato del vecchio Luigi Di Bella, un medico come immaginavamo fossero i dottori del primo Novecento, che sosteneva di avere una ricetta alternativa per curare il cancro. Cavalcando quel flusso emotivo abbiamo consegnato probabilmente molti malati a una condizione più difficile di quella che avrebbero avuto seguendo le terapie convenzionali». Eppure De Mita era già il passato quando ci fu il dibattito Berlusconi-Occhetto, il primo faccia a faccia moderato sempre da lei. «Se torna ad avere un ruolo è perché in molti tra le generazioni non più giovani ritengono di avere avuto un grande avvenire dietro le spalle e cercano nel passato competenze e passioni politiche». Essendo il referendum troppo caratterizzato politicamente, diserterà le urne anche il 4 dicembre? «Ecco, ha spiegato bene quella che sarà la mia decisione». Ma se ci si limitasse al merito del quesito? «Mah... vedo le carenze della proposta del sì, anche quando le sento enunciate ai più alti livelli, da Renzi a Maria Elena Boschi. Però, quando senti quelli del no... vorresti che arrivasse domani per votare sì. Su questo fronte come fai a non intristirti di fronte al manifesto degli ex sessantottini per il sì, alle adunanze dei reduci, alle cene di classe, da una parte e dall’altra? È un regolamento di conti di Renzi e con Renzi, non una campagna referendaria. La vecchia politica contro la nuova, senza che ci sia un merito della prima o della seconda. Tutto ciò non nasconde che il sistema sia anchilosato e che serva una riforma. Non è stata condivisa, e questa è la grave carenza. Insomma, è un film western senza eroi. Così, visto che per questo referendum si parla tanto di combinato disposto con la legge elettorale, decida il popolo sovrano senza il mio voto». È agli antipodi rispetto a Marco Travaglio, lui non si tira indietro nel prendere parte alla battaglia politica. «Certo, ci sono giornalisti, stimabilissimi, abilissimi, preparatissimi, come Marco Travaglio, che decidono di prendere parte, di fare battaglie e di dichiararsi per il no al referendum». È solo passione o c’è una bella dose di marketing? «Bisognerebbe chiederlo a lui. Comunque vale per tutti, non solo per Travaglio. Probabilmente le due cose coincidono. Belpietro lancia il giornale La Verità per fare la battaglia del no o per passione giornalistica? Credo che sia per tutt’e due le cose. Vale anche per chi finanzia i giornali. Interesse e passione viaggiano sempre insieme nel giornalismo. Il mio interesse è essere credibile. La mia ambizione è fare un telegiornale che possa essere visto da ogni tipo di pubblico e di elettorato e, quindi, anche dai cinquestelle o dai leghisti. Ho rispetto per Grillo, ma allo stesso modo per Salvini, Renzi e Berlusconi. Comunque, se la politica si avvizzisce fino a limitarsi al “fermare i grillini”, ha già perso. Si dovrebbe tornare alla capacità di indicare una speranza, un futuro, come è stato per noi. Io mi stupisco del perché i giovani non vadano in piazza. Se le nostre generazioni fossero state messe di fronte a quello che è un vero e proprio ostracismo, avrebbero messo in campo una forte protesta. Lo hanno fatto anche per molto meno. Mentre i giovani oggi sembrano rassegnati. E questa è un’ulteriore spia, una sirena d’allarme. Se noi abbiamo reso le generazioni più giovani gregarie rispetto al corpo della società, i pericoli di un suo appassimento sono davvero concreti». A quanto pare i social media, invece di socializzare gli stati d’animo e indirizzarli politicamente, ne esauriscono il significato nel momento stesso in cui questi vengono espressi. «Hai dato alle persone tutto dentro lo smartphone, e non la realtà di cui lo smartphone dovrebbe essere solo lo specchio. I giovani crescono lì dentro e l’aver affidato ai social network tutto quanto fa sì che si torni al linguaggio “mamma, pappa, cacca”, un linguaggio basico per cui basta parlare correttamente l’italiano per passare per un accademico della Crusca. Si è creata una bolla, una società virtuale che, poi, è un ulteriore elemento di quel parcheggio – con le lauree specialistiche, i master e gli innumerevoli corsi post laurea – creato per le nuove generazioni. Dopotutto, diciamocelo francamente, anche noi stiamo parlandone tra ultrasessantenni ancora perfettamente in campo. Sappiamo bene, e con noi tutti i giornalisti che leggono Prima Comunicazione, che la nostra permanenza in campo è il principale motivo che le fa rimanere ai bordi». Ne è davvero sicuro? «Ma certo! Noi facciamo un mestiere che non ha più il valore di prima, né in termini sociali, né in termini economici. E non facciamo alcunché per una solidarietà generazionale. Non c’è nessun Ordine dei giornalisti, nessuna Federazione nazionale della stampa che abbia proposto a chi guadagna più di 100mila euro lordi l’anno di destinarne percentualmente una parte per l’assunzione di giovani. Si pensa alla solidarietà per mantenere le pensioni, ma non per il futuro. Noi non sappiamo raccontare questa società perché siamo uno degli elementi che la bloccano. Non mi riferisco solo ai giornalisti. Pensiamo alla protesta dei magistrati per l’abbassamento a 70-72 anni della loro età pensionabile». Lei fa televisione da trent’anni. «Per la precisione sono 36». Oltretutto mettendoci sempre la faccia. «Sono entrato al Tg1 a 25 anni e dopo due anni, alla fine della primavera del 1982, lo conducevo. Mi è più facile andare in onda. Quando mi chiedono come faccio a fare quelle maratone di nove ore di notte, rispondo che sarebbe più difficile stare a casa a guardarle». Una volta un’importante dirigente della Rai mi disse: “Mandiamo in onda quelle belle facce, ma la televisione la facciamo noi”. «A La7 è evidente che la regia contenutistica è in campo. Non c’è un suggeritore. Io ci metto tutto, oltre alla faccia. L’aspetto vincente è la velocità decisionale: sono sempre io la fonte della decisione, io decido di che cosa parlare. Risparmio dei passaggi. Al Tg1 la catena era lunghissima, qui tutto il ciclo sta in un solo passaggio. La maratona è raccontare le cose mentre succedono con la cucina a vista». È un’idea artigianale della televisione. Oltretutto per la felicità di Urbano Cairo, il suo editore, lei riesce a realizzare anche trasmissioni di approfondimento di successo con soli due inviati, quando altri mettono in campo risorse almeno dieci volte superiori. «Certo, ci sono grandi canali all news con mezzi irraggiungibili che, però, fanno una tivù spersonalizzata. E poi ce n’è un’altra, quella sulla quale ho scommesso quando sono arrivato a La7. Ero convinto che in questa epoca di bombardamento di informazioni ci volesse un’ancora, un vecchio cantastorie. Insomma, ci fosse l’esigenza di un mediatore che permettesse di seguire le vicende del mondo, dell’Italia e della società in modo credibile. Da subito lo sforzo è stato quello di dimostrare che ci si poteva fidare, perché davamo tutte le notizie. Questo tipo di modalità continua ad avere un suo ruolo. Questa, finché dura, è la mia scommessa». Alla lunga non è anche un po’ stressante? «Per nulla. Non soffro di ansie». In effetti, posso testimoniare di averla vista preparare tranquillamente un telegiornale della sera, con tutta calma, in piedi in un affollatissimo vagone della linea verde della metropolitana milanese. «Mi capita di dovermi occupare del tg in viaggio. Non mi pesa. Lo ripeto, non soffro di stress. E questo mi permette anche di dedicarmi ad altro, compresi i social network. Del resto, se devo esercitare il ruolo che mi sono dato, devo essere presente, potermi misurare, non stare in una torre d’avorio». Quante ore lavora di media al giorno? «Lavoro sempre: oltre alla tivù, c’è anche la radio. Non sto a contare le ore. Anche adesso stiamo mangiando o lavorando? Se uno fa il giornalista, vive lavorando e lavora vivendo. Il privilegio di fare un lavoro che piace è proprio questo. Il nostro è un lavoro per cui ti pagano se stai guardando una partita di calcio». A proposito di pallone, ogni tanto il suo nome salta fuori per la direzione della Gazzetta dello Sport. «No, guardi, l’ho rifiutata due volte». Allora può dire chi gliel’ha proposta. «Uno è stato Vittorio Colao nel 2004. In questi anni mi hanno offerto la direzione di tanti altri giornali, ma sono convinto di saper fare bene la televisione. Credo sia più facile andare verso l’interesse della società con la tivù. I giornali hanno il vincolo terrificante di essere fatti il giorno prima per essere letti il giorno dopo. È ovvio che alla lunga la formula giornale sarà superata». Quindi smentisce quelli che hanno pronosticato che sarà lei il successore di Luciano Fontana al Corriere della Sera. «Ognuno deve fare quello che sa fare. Non è un segreto che Luciano Fontana ha in parte diretto, di fatto, il Corriere da oltre un decennio. Non per questo dico che Folli, Mieli e de Bortoli fossero direttori dimezzati. Mieli, con la forza dello storico, e de Bortoli hanno dimostrato in mille modi di avere le stigmate dei fuoriclasse. Anche al Sole 24 Ore de Bortoli è riuscito a far vedere come si può portare all’eccellenza un giornale di ottima reputazione, ma laterale». Il Sole non sta certo attraversando il suo momento migliore. «No, assolutamente, ma anche questo dimostra che siamo di fronte al declino irreversibile di un mondo. Ogni mese sul mio smartphone compare il bollettino della sconfitta che Primaonline fornisce con le cifre delle copie perse dai giornali. E un trend negativo che continua da anni. È come il mutamento climatico del pianeta: non è un problema italiano, ma il sistema globale della carta». Urbano Cairo... A proposito, com’è come editore? «Cairo è l’editore ideale e virtuale contemporaneamente. Ti fa fare quello che vuoi e non lo vedi mai. Quindi...». Dicevo, Cairo è decisamente più ottimista riguardo alla carta stampata e riesce – vedremo ora a Rcs – anche a farla fruttare. «Chiariamo, non sto cantando il de profundis, ma sto rilevando una linea di tendenza di 30-40 anni. Nell’orizzonte della nostra esperienza di vita i giornali e i telegiornali continueranno a essere centrali. Ma, ripeto, le modalità inevitabilmente cambieranno con il ricambio generazionale. A meno che si pensi che esperienze come “Il Quotidiano in Classe” siano la soluzione, con tutto il rispetto per questa benemerita iniziativa». È un fenomeno che non riguarda solo i giovani. Fornire tanta informazione gratuita – pensiamo anche alle centinaia di migliaia di copie di free press distribuite in passato – alla fine si è rivelata una forma di suicidio. «Per lungo tempo si è puntato sugli incassi pubblicitari. Purtroppo con la crisi è stata proprio la raccolta pubblicitaria a crollare. Da lì abbiamo iniziato a smontare il giocattolo, senza avere l’avvertenza di ricordarci dove avevamo lasciato le istruzioni per rimontarlo. Abbiamo iniziato a mettere gratis i contenuti sul web, la nuova frontiera, il “cocoon”, la piscina che avrebbe ringiovanito i giornali. Ed è stata la maggiore distruzione di valore del nostro lavoro. Così, le nostre eroiche lotte per preservare l’informazione dall’invadenza pubblicitaria si sono trasformate in un’affannosa richiesta di aiuto agli spot perché rendessero in qualche modo profittevoli i siti. È una realtà sotto gli occhi di tutti». Mentana, anche sull’informazione lei è crepuscolare come per la politica. «Mah. Nell’informazione non si capisce chi avrà la supremazia. Un tempo era la stampa, poi è cresciuta la televisione. Ora si guarda al web, al satellite o ai social network. Ma nessuno sa se e come la gente si informerà. Il 24 agosto, in vacanza in Alto Adige, sveglio alle tre di notte parlavo via WhatsApp con mia figlia che era in Giappone. A un certo punto da Roma si è intromesso mio figlio grande chiedendomi se avessi sentito la scossa. Mi sono collegato a Twitter e decine di tweet parlavano di quanto era successo ad Amatrice. Quella è stata l’ennesima prova che i protagonisti dell’informazione sono tutti coloro che possono darti una testimonianza nel mare magnum dei social, dell’informazione diffusa. Le nostre ricette sono ormai antichissime, e le modalità di imposizione della gerarchia giornalistica antidiluviane. La nuova frontiera è separare i fatti dai fattoidi. Lo sforzo dell’informazione di qualità è separare la notizia che è alla portata di tutti da un’interpretazione credibile. Dunque spiegare che la magnitudo del sisma è quella lì e non è vero che, se fosse stato di magnitudo 5,9, avresti dovuto pagare le tasse. È ormai un lavoro di secondo grado. Non è più l’annuncio che è morto il tale, ma spiegare perché, chi era, quali sono le conseguenze». Guardando un po’ in casa d’altri... «Intende la Rai?». Sì, lei ci ha vissuto abbastanza per conoscerla bene: che consigli darebbe ai nuovi inquilini? «Anche in questo caso spesso usiamo le lenti dei vecchi cinici, convinti che non si possa fare niente. In realtà, al di là della partita congiunturale, dell’aiuto al governante di turno, che diamo per letta, anche per la Rai si tratta di arpionare l’attenzione delle giovani generazioni. Le modalità sono varie: cambiare i programmi, usare le app per visioni in mobilità, eccetera. “Too little, too late”, direbbero gli inglesi. Però si tratta di un mondo inesplorato e, prima o poi, qualcosa funzionerà». Comunque ci provano. «Certo. Il difetto della Rai è di avere direttamente come editore la politica. Conosco bene Carlo Verdelli, e se c’è qualcosa che proprio non ha è il rapporto con la politica. Quindi, se riuscirà sarà merito suo. Se fallirà sarà sua la responsabilità, ma senza che si dica che ha portato il vassoio a qualcuno. Detto questo, dall’esterno non vedo un piano chiaro e non so neanche come si possa averlo. In Italia siamo in un’eterna transizione e non sappiamo come la società, quali i bisogni, le richieste, gli interessi. Probabilmente la Rai nell’informazione, e non solo, dovrebbe essere più decisamente un network che lascia completa libertà e differenziazione alle sue reti, favorendo anche la concorrenza interna. Un limite della Rai è l’assenza di un piano organico senza che vi sia un “liberi tutti”. Nessuno dà alle reti la missione di ricercare pubblici specifici». E Mediaset? «Mediaset continua ad avere un potenziale altissimo. Lo dico con la distanza rispettosa di chi ci ha lavorato tanto, di chi ha potuto lavorarci bene fino a quando non sono maturate le contraddizioni che sappiamo. Ora Mediaset deve decidere quale sarà la sua missione nella convergenza dei vari media, insomma cosa farà da grande». Pure i giornalisti devono pensare a che cosa faranno da grandi. «In questa professione non tutti sono animati dal sacro fuoco. Bisognerebbe avere sempre forza e amor proprio, voglia di superarsi, di essere competitivi, fare questo lavoro con i bioritmi alti. Purtroppo vedo molto ripiegamento impiegatizio: non c’è ricambio professionale e in assenza di un ascensore interno la situazione diventa bloccata, da ministero. Una volta facevamo un lavoro che ci piaceva. Se anche nella nostra professione basta arrivare al weekend e al 27 del mese, è la fine di tutto». Intervista di Carlo Riva