Vito Tartamella, Focus 12/2016, 17 gennaio 2017
HO PROVATO IL VIAGGIO FINO A MARTE. E LO RIFAREI– [Elon Musk] Il fondatore di Space X, Elon Musk, ha appena annunciato una missione su Marte nel 2024
HO PROVATO IL VIAGGIO FINO A MARTE. E LO RIFAREI– [Elon Musk] Il fondatore di Space X, Elon Musk, ha appena annunciato una missione su Marte nel 2024. Lei ha partecipato alla più lunga simulazione di questa impresa: che cosa l’ha spinta a prendere parte a un esperimento così impegnativo? «Sono stato sempre appassionato di spazio. Volevo imparare dal vero che cosa comportava partecipare a un’esperienza del genere, anche per dare il mio contributo alle missioni reali». Com’è stato preparato per questa missione? «Avevo letto la campagna di reclutamento sul sito dell’Esa e mi sono candidato: all’epoca avevo 26 anni. La selezione è stata lunga: prima ho fatto un’intervista telefonica con operatori dell’Agenzia spaziale europea, poi un test a Colonia (Germania) con psicologi e altri esperti. Infine ho affrontato una settimana di check-up medici a Mosca. Da queste selezioni siamo usciti in 10: così abbiamo fatto un addestramento di 6 mesi, sperimentando come funzionavano i rapporti fra noi. E alla fine è stato scelto l’equipaggio più affiatato». Come passavate il tempo in quegli hangar isolati dal resto del mondo? «Avevamo molti compiti da svolgere: esperimenti, esercitazioni, ginnastica... E per tenerci su di morale festeggiavamo: abbiamo celebrato 3 Capodanni (europeo, russo e cinese), il Natale, i compleanni. Avevamo molto tempo libero: io ho letto 27 libri, soprattutto di Gabriel Garcia Márquez, e l’autobiografia di John McCain quand’era prigioniero in Vietnam. È stato bello mettermi nella pelle di un altro: quei libri mi hanno fatto molta compagnia». Quali sono stati i momenti più difficili? «L’estate del 2011, dopo un anno di isolamento. Parenti, amici e la mia fidanzata erano in vacanza, così ricevevo meno email. Mi sentivo solo e giù di morale: in quelle condizioni, le emozioni sono amplificate. Ma non ho mai pensato di abbandonare l’hangar, anche nei momenti difficili. Un altro punto critico è stato l’alimentazione: per 8 mesi abbiamo mangiato cibo tedesco a base di patate. Finita la missione non ne ho più mangiate per un anno». Quali sono stati invece i momenti più belli? «Tanti. Dopo 8 mesi di “viaggio”, l’atterraggio simulato su Marte: ho indossato la tuta spaziale ed esplorato la superficie di 200 m² che avevano allestito per noi. Quando mancava un mese alla fine dalla missione, ci hanno fatto parlare dal vivo col Centro controllo: hanno convocato a Mosca la nostra famiglia, e abbiamo potuto parlare con loro dopo quasi un anno e mezzo. Il giorno dell’uscita, dopo 519 giorni di isolamento, è stato il più strano e il più bello della mia vita. C’era un centinaio di persone ad accoglierci, compresa la mia famiglia, la fidanzata, gli amici: un’emozione incredibile. Ho passato giorni a riscoprire tutto: gli odori, l’aria fresca, il sole, vedere un cane, un bambino, un prato verde... Come se fosse la prima volta». Che cosa le ha insegnato questa esperienza? «A conoscere meglio me stesso. Ora so che cosa mi fa felice: soprattutto la comunicazione e il contatto con le altre persone. Con questo test gli scienziati hanno verificato che è possibile vivere in isolamento senza gravi conseguenze, e hanno scoperto che la mancanza di luce nello spettro blu sballa i ritmi dell’organismo». Ha nostalgia di quei giorni? «Sì, e quando mi capita compro cibo liofilizzato per astronauti in un negozio a Bruxelles. Sono ancora in contatto con gli altri 5 dell’equipaggio, e ogni tanto ci ritroviamo». Parteciperebbe a una vera missione su Marte? «Decisamente sì: i rischi sarebbero maggiori, ma la parte più difficile l’ho già affrontata». Vito Tartamella