Stefano Feltri, il Fatto Quotidiano 17/1/2017, 17 gennaio 2017
LA CLASSE DIRIGENTE ELETTA: MENO LAUREATI, VINCONO GLI AVVOCATI. PER CAPIRE IL FLOP DEL RENZISMO E I GUAI DI DESTRA E M5S, BISOGNA PARTIRE DAL CURRICULUM DI DEPUTATI E SENATORI
Sui muri di Roma c’è da giorni un manifesto anonimo, senza simboli di alcun tipo. Una gigantografia del nuovo ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli (Pd) e una messaggio: “Per fare il professore ci vogliono laurea, abilitazione e concorso; per fare il ministro dell’Istruzione: terza media, amicizie e molte bugie”. La discussione che si è trascinata per giorni sul diploma in Scienze sociali della Fedeli che nel curriculum era diventato una “laurea in Scienze sociali” non ha lasciato conseguenze politiche ma ha confermato che perfino gli stessi politici pensano che essere laureati sia un valore aggiunto. Al punto da inventarsi il titolo, procurarselo con qualche scorciatoia (ci sono mille strade, come certe università via Web) o inseguire quelli honoris causa.
Si può discutere a lungo se in Parlamento debbano andare “i migliori”, magari con un dottorato di ricerca, invece che soltanto con una laurea, o se la composizione di Camera e Senato debba rispecchiare quella della società. Di certo le caratteristiche dei parlamentari sono considerate un buon termometro della classe dirigente di un Paese, sulla cui qualità da giorni il Fatto si sta interrogando, dopo il flop del renzismo e le difficoltà del Movimento 5 Stelle: secondo il rapporto World economic Forum sullo “Sviluppo inclusivo”, l’Italia è trentesima su 30 economie sviluppate per fiducia verso i politici (1,95 punti su 7).
A fronte di una media nazionale del 12 per cento di laureati sulla popolazione, si arriva al 69 per cento tra deputati e senatori. E per quanto diversi i sistemi educativi, il confronto internazionale non ci fa sfigurare: in Francia circa il 55 per cento dei deputati ha un titolo di studio universitario, in Spagna il 60 per cento e il Regno Unito il 75 per cento. Ma è difficile vedere il bicchiere mezzo pieno: i parlamentari laureati in Parlamento dopo le elezioni del 1948 erano il 91,4 per cento, poi hanno iniziato a ridursi di legislatura in legislatura. Si è registrato un rimbalzo dopo il 1992, con la fine della Prima Repubblica, ma subito la quota ha iniziato a scendere. Si può forse azzardare un nesso tra l’impoverimento educativo della classe politica e la qualità della democrazia. Oggi alla Camera ci sono otto deputati con la terza media, chissà come fanno a occuparsi di riforme costituzionali o vincoli di bilancio.
Uno studio del 2008 della Fondazione Rodolfo De Benedetti (Merlo, Galasso, Landi e Mattozzi) ha misurato l’impatto del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica: tra il 1948 e il 1992 i neo-eletti in Parlamento con una laurea sono stati l’80,5 per cento, nel periodo 1994-2006 il 68,5. “Per esercitare effettivamente la propria delega, senza vincolo di mandato, servono conoscenze complete”, si legge nel rapporto di PariMerito, un network di associazioni per promuovere la meritocrazia che ha chiesto ai partiti di candidare solo laureati e stringenti obblighi di formazione e aggiornamento continuo per gli eletti. In tutti i Paesi occidentali gli avvocati godono di una forte rappresentanza: gli avvocati sono 34 in Senato, 69 alla Camera (dove sono superati solo dalla categoria degli impiegati). “Tra i laureati predominano le facoltà umanistiche, 70% contro 30%, anche grazie al grande numero di parlamentari laureati in Legge, oltre 100, che distaccano di gran lunga i laureati in Scienze politiche (circa 50) e poi Economia, Filosofia, Ingegneria, Medicina e altre lauree”, nota Scienzainrete.it in un monitoraggio della diffusione della cultura scientifica tra i legislatori.
Il momento degli operai è stato breve. Sempre secondo lo studio della Fondazione Rodolfo De Benedetti, la percentuale dei nuovi eletti che arrivava dai lavoratori dell’industria è rimasta molto bassa per tutta la Prima Repubblica (dal 6,13 del 1948 al 5,63 del 1987) per impennarsi con il rinnovamento post-Tangentopoli: dal 14,08 del 1992 si è arrivati addirittura al 20.82 del 2001, rottamata la precedente classe parlamentare si sono aperti spazi per l’ingresso di operai (anche se la classificazione “lavoratori dell’industria” abbraccia molte figure). Oggi ci sono 2 operai al Senato e 5 alla Camera.
Sarebbe utile avere statistiche ufficiali su cosa fanno i parlamentari al termine della loro esperienza politica, se il loro reddito sale o scende, se rimangono attivi nei settori su cui legiferavano (con i conflitti di interessi del caso), o se tornano a una loro precedente carriera, distante dalla politica. Sarebbe interessante ma di queste statistiche ufficiali non ve n’è traccia. La Camera e il Senato si fermano alle fotografie dei curricula degli eletti. E la scarsa trasparenza nell’era dei big data, dove tutto è conoscibile, è una scelta precisa. Meno si sa, par di capire, meglio è.
Stefano Feltri, il Fatto Quotidiano 17/1/2017