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 2017  gennaio 16 Lunedì calendario

PITIGRILLI, LA SPIA FASCISTA IN CERCA DI RIABILITAZIONE

Il primo ad accusarlo di essere un confidente della polizia fascista fu Michele Giua, insigne chimico, membro di Giustizia e Libertà, arrestato nel maggio 1935. Il 3 febbraio del 1936, nel carcere romano di Regina Coeli, il docente sardo, che viveva a Torino, disse al magistrato che lo stava interrogando: “Debbo dichiarare ancora che fui messo a contatto a mezzo del Foa”, cioè Vittorio Foa, “col Pitigrilli che ritengo un agente provocatore”. Seguì Emilio Lussu, l’esponente politico antifascista che, incontrando a Parigi il noto scrittore Pitigrilli, al secolo Dino Segre (Torino, 1883-1975), nel gennaio del 1939 lo apostrofò così: “Tu sei quella carogna di Pitigrilli. Levati dai piedi, ché, di fronte a un uomo come te, una pistola spara da sola”.
Durante la Resistenza, poi, Radio Bari, emittente dell’Italia liberata dagli alleati, nell’ottobre del 1943 per diversi giorni mandò in onda un comunicato che ammoniva: “Occorre guardarsi da Dino Segre, meglio noto sotto lo pseudonimo di Pitigrilli, scrittore pornografico, il quale è un delatore e ha già denunciato alle autorità fasciste una cinquantina di persone. Come è noto, Dino Segre è israelita”. A incasellare l’autore di romanzi e di novelle di grande successo negli anni Venti, oltre che nume tutelare del periodico Le Grandi Firme, tra i confidenti della sbirraglia del regime, fu quindi il “Supplemento ordinario” alla Gazzetta Ufficiale del 2 luglio 1946. Lo inseriva tra i collaboratori dell’O.V.R.A., la polizia incaricata di reprimere l’antfascismo. Tra il 1943 e gli anni a venire, numerose testimonianze di figure di spicco dell’opposizione alla dittatura mussoliniana corroborarono quanto era stato rivelato da Radio Bari e dalla Gazzetta Ufficiale. Arrivò anche il libro curato dallo storico Domenico Zucàro, Lettere all’O.V.R.A. di Pitigrilli, edito da Parenti nel 1961, in cui venivano rese note le corrispondenze intercorse fra il narratore piemontese e i suoi referenti dell’O.V.R.A. Carte inoppugnabili, ritrovate in casa di un funzionario di polizia, che lo scrittore e pittore Carlo Levi aveva in parte pubblicato nel settembre del 1945 sul giornale Italia Libera.
L’autore di Cocaina e Mammiferi di lusso, l’ex amico della poetessa Amalia Guglielminetti, già legata a Guido Gozzano, è passato alla storia come una spia dell’O.V.R.A. Tra Parigi e Torino, fingendosi antifascista e sfruttando la notorietà di letterato anticonformista, contribuì a fare cadere nella rete poliziesca decine di antifascisti, non risparmiando nemmeno alcuni cugini. Lo fece per denaro, e forse, all’inizio, per difendersi da un ras in camicia nera. Si trattava dello squadrista Piero Brandimarte, l’organizzatore della strage di militanti di sinistra di Torino del dicembre 1922, che aveva spalleggiato Amalia Guglielminetti nel tentativo di vendicarsi su Pitigrilli per essere stata abbandonata da lui. I due, con la complicità di un redattore dei giornali di Pitigrilli, Anselmo Jona, alias Mino Caudana, fabbricarono delle lettere false dello scrittore, contenenti frasi contro il Duce. Andò in prigione, ma poco dopo i tre furono smascherati dal tribunale di Torino.
Il “capolavoro” di Pitigrilli, secondo una sua presunta ammissione (attribuitagli da alcuni storici e ricordata da Corrado Stajano in un libro di scritti di Franco Antonicelli), fu il colpo inferto con le delazioni al gruppo torinese di Giustizia e Libertà. Nel maggio del 1935 finirono in carcere e al confino, tra gli altri, Franco Antonicelli, Vittorio Foa, Michele Giua, Carlo Levi, Massimo Mila, Cesare Pavese. I tentativi di discolparsi, nell’immediato dopoguerra, non portarono a niente, e furono controproducenti, tanto che dovette emigrare in Argentina, sotto l’ala protettiva di Juan Domingo Peròn per ritornare a Torino negli anni Sessanta. Accuse comprovate, insomma, e mai messe in dubbio. Tuttavia il professor Pier Maria Furlan, psichiatra di fama, figlio di Pitigrilli e di Lina Furlan, la prima donna in Italia a esercitare la professione di avvocato penalista, non ha mai creduto che suo padre sia stato una spia. A distanza di tanto tempo, ha deciso di riesaminare le carte della vecchia affaire, convinto che i pesanti addebiti non siano stati dimostrati. Il recupero della memoria paterna è cominciato con un’intervista rilasciata ad Alberto Sinigaglia de La Stampa, al quale ha dichiarato di volere aggiungere fieramente al suo cognome materno quello di Pitigrilli, considerato, fino a prova contraria, un marchio d’infamia. L’intervista ha suscitato dure prese di posizione da parte di Anna e Bettina Foa, figlie di Vittorio Foa, e dell’avvocato Bruno Segre, personaggio di rilievo della Resistenza e delle lotte per i diritti civili, che hanno ribadito come Pitigrlli fosse una spia dell’O.V.R.A. Però il professor Furlan non demorde, e alle accuse a Pitigrilli replica con sospetti di doppiogiochismo che potrebbero coinvolgere, a suo parere, importanti personalità dell’antifascismo dell’epoca. Ci dice che suo padre “fu additato a spia forse per coprire un grosso personaggio del movimento di opposizione a Mussolini, in esilio negli anni Trenta in Francia, che, secondo alcune voci, avrebbe fatto il doppio gioco. Non ne faccio il nome perché, per ora, sono soltanto supposizioni. Devo scavare nei documenti, in quelli di mia madre e in quelli di mio padre, questi ultimi inediti e di non facile decifrazione”. Ci sono inoltre, secondo Pier Maria Furlan, diversi elementi che parrebbero mettere in discussione il castello di accuse a Pitigrilli. Intanto, afferma, “se fosse stato realmente un confidente, non avrebbe scelto di farsi chiamare ‘Pilli’”, il nome fittizio dell’informatore dell’O.V.R.A. che compare nelle minute di talune corrispondenze, riportate da Zucàro, del maggio 1930. In secondo luogo, continua lo psichiatra torinese, “risulta come mio padre non si trovasse a Parigi in alcuni dei periodi indicati, invece, nelle presunte lettere ai referenti della polizia”. In più, aggiunge, “bisogna riconsiderare il ruolo di Jona-Caudana nella campagna scatenata contro mio padre”.
Il tempo dirà se il tentativo del professor Furlan, teso a riabilitare Pitigrilli, sortirà qualche effetto. Per adesso, come morale di questa storia infinita, vale un pensiero di Emilio Lussu: “Nella formazione della società italiana, così come l’abbiamo ereditata dalle secolari dominazioni straniere, la spia ne è uno dei prodotti costituzionali permanenti e generalizzati”.