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 2017  gennaio 16 Lunedì calendario

LA NOTTE DI RE CECCONI NELLA ROMA DI PIOMBO

- Ho sparato contro Re Cecconi, ho sparato a questo che poteva sparare a me.
- Quanti colpi?
- ( piangendo) Un colpo. Poi nel cadere diceva: è uno scherzo, uno scherzo. Ma che si scherza in questa maniera?
Sono passati 40 anni da quel 18 gennaio 1977 piovoso e freddissimo. E quella domanda drammatica e grottesca insieme - «ma che si scherza in questa maniera» - continua ad ossessionare tutti coloro che, per passione, avventura o solo curiosità, si sono addentrati nell’incredibile e sfortunata vicenda umana di Luciano Re Cecconi, calciatore prezioso e uomo equilibrato e brillante, e del suo altrettanto sventurato assassino. Un mistero cupo e irrisolvibile, maledetto da un esito giudiziario che, per quanto probabilmente equo (il gioielliere è stato assolto per legittima difesa), risulta ancora oggi inadeguato a spiegare cosa successe quella sera: mai come nel caso Re Cecconi la differenza tra colpa e responsabilità è stata così netta; mai come nel caso Re Cecconi la pietà risulta essere l’unica chiave d’interpretazione dei fatti. «Ma che si scherza in quel modo? » si chiedeva il gioielliere. «E che si spara in quel modo?» si chiedono ancora oggi, i parenti del “Cecco”, la moglie Cesarina, il figlio Stefano, gli amici, i tifosi di quella Lazio da sogno - quella del ‘74, la squadra di Chinaglia e Maestrelli - ma se lo chiedevano, al tempo, anche i cittadini preoccupati da quel clima da far west che stava intossicando il paese.
Ammesso che poi qualcuno abbia mai davvero scherzato, quella sera. La scena è stata analizzata con cura e mirabile distanza giornalistica da Guy Chiappaventi, inviato di La7, in un libro che ricostruisce l’intera vicenda senza la smania di arrivare necessariamente a una conclusione alternativa. L’obbiettivo di “Aveva un volto bianco e tirato” (Tunuè, 14,90 euro, pp. 143) è piuttosto quello di contestualizzare i fatti, molti dei quali contraddittori e traballanti, e dar loro un senso, cercando di elencare infine i dubbi, i molti dubbi, che dopo 40 anni restano ancora, vividi, sul tavolo.
Quella sera, Re Cecconi e il compagno di squadra Pietro Ghedin, insieme a un amico, il profumiere Giorgio Fraticcioli, bussano al negozio di Tabocchini. Quello, a cenni del capo, chiede a Fraticcioli, vicino di bottega, se i due uomini siano suoi amici. Sì. Tabocchini apre. I tre entrano. A quel punto, secondo Tabocchini, la moglie e un macellaio presenti sulla scena, Re Cecconi pronuncerebbe la famosa frase: «Fermi tutti è una rapina». Secondo Fraticcioli si sarebbe limitato a dire: «Fermi». Ghedin in un primo momento conferma la tesi di Tabocchini( «mi disse che quello lì si era attrezzato come in un bunker, e poi: ‘adesso gli facciamo uno scherzo’”), poi, al processo, cambia idea. Nessuno scherzo. Fatto sta che Re Cecconi e Ghedin hanno i baveri alzati e le mani in tasca. Tabocchini tira fuori una Walther 7,65 senza sicura e con il cane sensibilizzato. La punta contro Ghedin che alza le mani, poi la rivolge contro Re Cecconi che però non fa altrettanto, e preme il grilletto. Insomma, non spara d’impeto, ma ha tempo per pensare. Leggendo il libro si intuisce un certo scetticismo circa la tesi dello scherzo. Più probabile un incidente, un gioco tra due conoscenti finito male. Anche se il gioielliere negò di aver riconosciuto la sua vittima.
Ma più che l’accenno alla tesi alternativa, il vero merito di Chiappaventi è l’aver reso giustizia all’immagine di Re Cecconi che una letteratura un po’ sommaria aveva costretto nello stereotipo del calciatore fascista e superficiale. Le pagine del libro restituiscono invece un ragazzo sensibile e intelligente, leader insieme a Luigi Martini dell’ “altro spogliatoio” di quella Lazio indomabile e violenta dominata da Chinaglia e Wilson. Quella che negli alberghi dei ritiri sparava a tutto, per gioco, anche agli interruttori, per spegnere la luce. Un’operazione che Chiappaventi compie senza condannare l’altra vittima di tutta questa vicenda, Tabocchini: certamente era un tipo dalla pistola facile, ma non si può ignorare che in Italia nel 1977 si sparava per strada ogni giorno: solo l’anno prima c’erano stati 1591 omicidi, 9406 rapine, e 286 sequestri di persona. In quella Roma che ribolliva piombo, con la malavita fuori controllo e la banda della Magliana prossima al grande salto, le ore prima della chiusura dei negozi, erano chiamate l’”ora brutta”. Ed è stato forse tutto questo, più ancora dello scherzo o dell’incidente, ad aver condannato Re Cecconi.