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 2017  gennaio 15 Domenica calendario

INTERVISTA A RENZO ARBORE – Le domande di un uomo onesto: “Paolo Pederzoli, luminare della materia, osservate le lastre nel suo studio di Verona chiese soltanto una cosa: ‘Ma questa Mariangela, i coglioni li ha?’, ‘Li ha più di me professore’ risposi

INTERVISTA A RENZO ARBORE – Le domande di un uomo onesto: “Paolo Pederzoli, luminare della materia, osservate le lastre nel suo studio di Verona chiese soltanto una cosa: ‘Ma questa Mariangela, i coglioni li ha?’, ‘Li ha più di me professore’ risposi. ‘E allora – disse lui – ce la possiamo fare’”. Il fuoco del camino di casa Arbore sembra vero, ma la legna è di plastica. A bruciare è Gennaio con i suoi ricordi perché di viaggi, miraggi e illusioni, Renzo Arbore ormai conosce ogni dettaglio. Mariangela Melato è ovunque. Nelle immagini: un autoritratto che Marco Tullio Giordana ebbe in dono dalla figlia di Carol Levi e che a sua volta, con una lunga lettera, ha regalato ad Arbore: “Pur non essendo amici, scrivendo ‘è giusto che lo abbia tu’, con una generosità e uno slancio che mi hanno commosso”. Nelle parole: la compagna di una vita è spesso declinata al presente nonostante la scomparsa nei primi giorni del 2013 a 71 anni. Dopo aver lottato a lungo: “Come una leonessa”, sperato: “Al termine di un lunghissimo intervento, Claudio Bassi, il chirurgo, ci informò che il tumore non esisteva più” e infine perso, “affrontando la malattia e le relative torture fisiche e psicologiche con un coraggio e uno spirito che io non avrei saputo neanche dove iniziare a cercare”. Lei sembra ricordare tutto. Dimenticare sarebbe impossibile. È stato il dolore più grande della mia vita. Il dottore che la visitò per primo al Gemelli di Roma pronunciò la parola tumore. Fu come ricevere una coltellata. Ci fu silenzio? Mariangela guardò me, sua sorella Anna, Giovanni Arnone, Giovanna Guida, gli amici con gli occhi bassi e ci diede la scossa: ‘Mi batterò’. Ha lottato come un’eroina. Come la persona assolutamente unica che era. “Renzo è stato l’unico Peter Pan che abbia incontrato” disse lei. Ci conoscemmo al Sistina e in breve diventammo amici. Andavamo alle feste insieme. Mariangela era bianca, ma sulla pista si muoveva meglio di una nera. Lei – disse – si sentiva un provinciale. Me la sono sempre portata dietro, la provincia. Avevo davanti questa bellissima tusa di ascendenza tedesca, apparentemente molto quadrata ed educata. Educato – grazie a mia madre – ero anche io fin da bambino: “Renzo, si dice grazie”, “Renzo, si dice buongiorno”. “Renzo, fai sedere la signora”. Poco dopo si conobbero anche i vostri genitori. Le nostre madri erano completamente diverse. La mia, una casalinga sentimentale: “Figlio mio, ti devi sposare”. La sua una dinamica sciura che leggeva Il Corriere della Sera e abitava in un palazzo di ringhiera di Via Montebello. Si scendeva, si indugiava tra il fiorista e il mercatino e poi si andava verso il Bar Jamaica dei Dondero e dei Mulas. Milano ho iniziato ad amarla con gli occhi di Mariangela. Al tempo la vostra storia d’amore, una storia durata decenni, era già iniziata. All’inizio ci scrutavamo e basta. C’era una forma di strana diffidenza, anche infantile, tutta mia. “Ha trent’anni, fa l’attrice, reciterà anche nella vita?”. E invece cosa accadde? Che una notte, a casa di Agostina Belli, io e Mariangela ci fidanzammo grazie a una canzone di Lucio Battisti. Lucio veniva a casa mia per farmi ascoltare i suoi dischi. Un giorno gli dico: “Stasera vado da amici sulla Giustiniana, perché non passi?”, “Ma lo sai, io non vado da nessuna parte”, “Ti prometto che non ti romperemo le scatole e non ti faremo suonare la chitarra”. “Allora vengo”. Neanche 20 minuti e iniziò a suonare: “Vi canto un pezzo che ho appena composto”. Poi partì: “Dove vai quando poi resti sola/il ricordo come sai non consola”. Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi. Sembrava scritta per me e per Mariangela. Guardi, le faccio vedere una cosa. (Arbore armeggia con il volume, poi da un iPad riemerge un frammento in bianco e nero di Speciale per voi. Una sigla avanguardista che unisce la calda Tripoli di Patty Pravo, la moto di Giacomo Agostini e le reti di Pietruzzo Anastasi. Arbore è in giacca e cravatta: loda Battisti e lo paragona a Tenco e Lauzi. Lui sorride: “Non so, mi pare che mi attribuisci un compito piuttosto pesante”). Con Lucio eravamo molto amici. In qualche modo, prima di conoscere lo salvai. Da che cosa? Da una svolta commerciale. All’epoca, nel ’69, abitavo in Via Castiglion del Lago, al Fleming, in un palazzo di soli artisti. Al primo piano c’erano i Primitives, al secondo, io e il mio dirimpettaio Alberto Durante, direttore della Ricordi. Al terzo, Califano e Mita Medici, al quarto Shel Shapiro, Enzo Maiorca occupava l’attico. Tra Edoardo Bennato che assai sdrucito era appena tornato da Londra, Ornella Vanoni e i Ricchi e Poveri, c’era l’intero arco costituzionale. Lucio e Mogol erano sempre lì e traevano ispirazione da quel che vedevano. Mettevano quel che osservavano nelle canzoni? Sapevano tutti i cazzi nostri (ride). L’Anna della canzone omonima era la fidanzata di Durante ed anche Innocenti evasioni era nata a casa mia perché – diceva Lucio – “nell’aria aveva sentito odore di marachella”. Veniamo alla messa in salvo di Battisti. Un giorno vennero da me lui e Mogol per farmi sentire le canzoni che avrebbero partecipato a Speciale per voi e mi fanno uno strano discorso: “Sai – mi dicono – abbiamo deciso di dare un’aggiustata a Lucio”. “Un’aggiustata in che senso?” chiedo e ascolto una tirata sul fatto che le canzoni sì, saranno anche bellissime, ma non vendono come dovrebbero. Mettono su il disco e parte Dieci ragazze: “Carino – azzardo – ricorda un po’ Cuore Matto”. “È più elegante di Cuore Matto, meno volgare” ribattono un po’ risentiti e prima che si apra il dibattito dico: “Mi fareste sentire il lato B?”. Sento Acqua azzurra, acqua chiara e urlo: “Questa è un capolavoro assoluto”. Cominciano con le eccezioni: “Il lato B non lo ascolta nessuno e poi la canzone si ferma, rallenta: “Son le 4 e mezza ormai/ non ho voglia di dormir”. “Non rallenta niente, vi sbagliate. Facciamo così: mandiamo un pezzettino di Dieci ragazze e poi tutta Acqua Azzurra. Io e Gianni Boncompagni avevamo l’autorità dei Dj e ci imponemmo. Ora che ci ripenso, Mariangela ai suoi amici registi mi presentava così. Diceva: “Vi presento il mio amico Dj”? “Vi presento un oscuro Dj”, per la precisione. Entrare nelle grazie di un genio come Monicelli non era poi così difficile. Sapeva lavorare divertendosi e non si prendeva mai troppo sul serio. Non aveva la nevrosi di dover fare capolavori e nonostante questo, forse proprio per questo, li faceva. Mariangela gli chiedeva consiglio: “Mario, che devo fare?” e lui, fulminante: “E che ne so io? Fai tu”. Alla fine di una giornata di lavoro scherzava: “I fili, i fili – gridava – datemi i fili, io sono il burattinaio e i miei attori sono tutti burattini”. Ed era vero? Gli attori sono un mondo a parte. C’è gente che per un primo piano ucciderebbe. “Non mi hanno mai impallato” diceva Vittorio Gassman con aria soddisfatta e vagamente minacciosa. Mariangela era stata probabilmente impallata molte volte, ma non le importava. Si riscattava con studio, bravura e talento. Che attrice era? Fo, Visconti, Strehler, Ronconi, Makropulos, a teatro. Avati, Brusati, Monicelli, Steno, Salce, De Sica, Petri, Giuseppe Bertolucci e Wertmuller al cinema. Due premi Eleonora Duse, 5 David di Donatello, 5 Nastri d’Argento. Non dico, come sostiene Giannini, che Mariangela sia stata la più grande attrice di tutti i tempi, ma mi iscrivo allo stesso partito di Giancarlo. Aveva qualità speciali. Quali? Grazia, eleganza, ironia, nobiltà. E non parlo del lignaggio, ma della grandezza che nessun titolo onorifico ti può restituire. Non l’ho mai sentita parlare male di un collega. Con Monica Vitti, con la quale avrebbe dovuto esserci chissà quale rivalità, erano ottime amiche. Mancano entrambe. Povera, cara Monica. Mi accorsi che non stava troppo bene anni fa, a una cena, sarà stato il 1990. Mi chiese in prestito il telefonino per fare una chiamata e una volta tornata al tavolo non me lo riconsegnò. Mi sembrò strano. Passò qualche minuto e le domandai se avesse finito. Si era dimenticata di averlo preso in prestito da me. Fu l’ultima volta che la vidi. Anche a lei e a Mariangela capitò di smarrirvi. Era l’81. Lei andò in America a lungo e un po’ per la distanza, un po’ per la mole di lavoro e un po’ perché non capimmo che eravamo la cosa più preziosa che avevamo, allentammo reciprocamente le briglie. Fu uno sbaglio? Fu quel che fu. Avevamo il terrore che finisse la magica intesa, la sintonia assoluta che esisteva tra noi. Ridevamo dalla mattina alla sera, ci sfottevamo, ci amavamo e ci raccontavamo ogni cosa. Intorno a noi vedevamo spesso coppie spente che andavano a cena insieme senza avere nulla da dirsi e consultavano il menù pur di non guardarsi negli occhi: “Non possiamo diventare così, se capitasse anche a noi – ci dicevamo – dobbiamo avere la forza di non vederci più”. In America comunque andai a trovarla. Il suo successo nella trilogia di Lina Wertmuller era stato pazzesco. Travolti da un insolito destino – che le era costato sudore e lacrime perché si fratturò un piede e dovette recitare nel dolore trasportata in carrozzella dai macchinisti che la sollevavano di scena in scena – le aveva comunque dato una popolarità inaudita. Le offrirono due grandi film internazionali. Uno, con Ryan O’ Neill, Jeans dagli occhi rosa, proprio riuscito non era. L’altro, Flash Gordon o come diceva il grande De Laurentiis, Flesc Gordòn, se non altro le permise di conoscere Dino. La popolarità di Travolti offuscò il resto del percorso? In un certo senso sì. È vero che Mimì Metallurgico, Storia D’amore e di Anarchia e Travolti da un insolito destino sono tre film splendidi, ma Mariangela ha interpretato decine di ruoli e sarebbe un peccato limitare il suo contributo alle sole opere di Lina. Passava per essere molto femminista. Dal teatro della Maddalena – con le canzoni della sorella di Dacia Maraini, invero noiosissime – alla piazza, si parlava, si parlava e poi si parlava ancora. Erano anni molto parlerecci. Mariangela faceva eccezione. Lei era femminista dentro perché conosceva le donne e le aveva interpretate, nei panni della vecchia o della bambina, in ogni età della vita. La politica per lei era importante? All’epoca dell’austerity, Franco Zeffirelli apriva le porte della sua villa sull’Appia a un gruppo di amici per i fine settimana. Si partiva il venerdì e si stava insieme fino alla domenica. Tra Nanni Loy, Francesco Rosi e Monica Vitti, la prevalenza dei comunisti era schiacciante. L’unico anticomunista dichiarato era Zeffirelli e io in fondo, anche se non lo potevo dire, parteggiavo per lui e non solo perché avevo preso la cioccolata dagli yankee in piedi sui carrarmati ed ero così filoamericano che mi andava bene persino che Nixon avesse battuto Mc Govern. E Mariangela Melato era comunista? Io avevo provato invano a esserlo leggendo Stella Rossa e Il quotidiano dei lavoratori per poi finire a votare Malagodi e poi i repubblicani, Mariangela invece, che non era militante, era sinceramente comunista. Non voleva però essere confusa con i comunisti ricchi, con i compagni fasulli che nelle loro case – ne avevamo visti tanti – ai camerieri fanno indossare i guanti bianchi. A Berlino Est, a vedere il lupo da vicino, eravamo stati insieme. E avevamo osservato la miseria della dittatura, le sfilate militari, il grigio dei palazzoni. Ci crebbe dentro un senso di inquietudine e ci venne voglia di andarcene in fretta. Trovare un Taxi, una Trabant che ci riportasse indietro, si rivelò difficile. Lei e Mariangela avete viaggiato molto insieme. A volte per partire davvero non c’era neanche bisogno di viaggiare a lungo. Per mangiare nei camerini del Trianon la pasta e fagioli dei fratelli Maggio o per dividere il desco alle 11 di sera con Eduardo nelle stanze dell’Eliseo non bisognava fare poi molta strada. De Filippo, mio idolo, voleva che Mariangela interpretasse Filumena Marturano. Lei dubitava: “Come faccio a imparare il napoletano?”. Arrivò a farlo anni dopo, ma non si tirò mai indietro davanti ai ruoli difficili. Accettava cose difficilissime, monologhi interminabili, esperienze stranianti per lo spettatore. Alla fine mi interrogava: “Così vediamo cos’hai capito veramente”. Io venivo da Foggia, facevo Bandiera gialla e l’Orestea di Luca Ronconi ad esempio, che dio lo benedica, 7 ore di durata, non era esattamente il mio pane quotidiano. Mariangela interpretava Cassandra. La scenografia, una struttura lignea di Enrico Job, era bellissima quanto scomodissima al pari delle sedie. Mariangela nel recitare sarebbe restata immobile per 20 minuti senza battere le palpebre. Prima dello spettacolo mi avvertì: “Guardami”. E io controllai con l’orologio capendo che non mentiva. A un certo punto la schiena si ribellò e mi alzai. Lei attentissima, in camerino me lo rinfacciò: “Ti sei alzato!”, È vero – rilanciai – ma soltanto per riposarmi”. Cosa manca per poterlo fare davvero? Manca Mariangela e non solo a me. Per questo sto preparando per marzo tre serate con Fabrizio Corallo per Rai Storia in cui sarò sul palco del Piccolo con Lella Costa. Poi ho scritto una lettera a Luca Bergamo, l’assessore alla Cultura di Roma. L’ultima volta che Mariangela salì sul palco fu al Valle con un lungo monologo sul dolore, con tutto il dolore che aveva già dentro. Ho chiesto a Bergamo di intitolarle il teatro e di chiamarlo Valle-Mariangela Melato. Sarebbe bellissimo e per lei che ha vissuto sempre a due passi da lì, sarebbe anche giusto. Cos’altro sarebbe giusto? Averla salutata un’ultima volta. I suoi amici l’hanno vista andare via, io no. Le ho detto “ci vediamo domani” e domani non c’era già più.