VARIE 13/1/2017, 13 gennaio 2017
APPUNTI PER GAZZETTA - ANCHE LA RENAULT COINVOLTA NEL DIESELGATE MILANO - Fiat Chrysler reagisce con un buon rialzo (+4,6%) a Piazza Affari alle accuse Usa di aver violato i limiti sulle emissioni inquinanti dei veicoli diesel, che ieri avevano causato un tracollo del titolo (-16%)
APPUNTI PER GAZZETTA - ANCHE LA RENAULT COINVOLTA NEL DIESELGATE MILANO - Fiat Chrysler reagisce con un buon rialzo (+4,6%) a Piazza Affari alle accuse Usa di aver violato i limiti sulle emissioni inquinanti dei veicoli diesel, che ieri avevano causato un tracollo del titolo (-16%). A Wall Street, invece, dove l’andamento di ieri era stato meno pesante (-10%), continua ancora la correzione dell’azione Fca. Dopo la denuncia dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, il Dipartimento di Giustizia statunitense avrebbe aperto un’inchiesta su Fca, accusata di aver violato le regole sul controllo delle emissioni. Secondo quanto riferisce Bloomberg News l’azione si aggiungerebbe a quella del Dipartimento per le pratiche sulle vendite. Il rinnovato dieselgate travolge intanto un altro colosso delle quattro ruote: la francese Renault, finita nel mirino dalla magistratura francese per un problema simile. Tre giudici del Tribunale di Parigi hanno aperto un’inchiesta sulla compagnia, che crolla alla Borsa francese (segui in diretta). Già da novembre la Renault era sotto osservazione: allora era emerso che la Dgccrf, la Direzione generale per la concorrenza, i consumi e la repressione delle frodi, aveva trasmesso alla giustizia le sue inchieste su una possibile violazione da parte della compagnia automobilistica Renault delle norme, dopo undici mesi di approfondimenti. Ora i tre giudici hanno dato seguito all’iniziativa della giustizia per verificare le "falsificazioni sulla qualità sostanziale e i controlli effettuati che hanno reso la commercializzazione delle auto pericolosa per la salute dell’uomo e degli animali". Tornando al caso di Fca, le prime reazioni ragionate degli analisti finanziari indicano che il crollo di ieri è stato tanto ampio da assorbire già una buona parte dell’impatto finanziario sul gruppo, e che in fondo ci siano profonde differenze con il Dieselgate che ha travolto Volkswagen dal settembre 2015. Dalla Commissione Ue monitorano la situazione "in contatto costante con le autorità americane", ma non nascondono che le accuse sono ritenute "preoccupanti". E fanno presente che si sta "esaurendo il tempo" che le autorità italiane hanno per dare le spiegazioni richieste da Bruxelles sulla contestazione dell’omologazione di un modello della Fiat (500X) sollevate a settembre scorso dal ministro tedesco dei trasporti. Secondo le stime, la sanzione può arrivare a 44.539 dollari per auto, e considerando che ne sono coinvolte 104mila si ha un totale di 4,63 miliardi di dollari. Dal’Icpbi gli analisti gettano acqua sul fuoco delle possibili reazioni borsistiche, iniziando a fare alcuni distinguo rispetto al celebre caso Volkswagen, che ammise di aver installato su molti veicoli un software illegale che ingannava i test sulle emissioni inquinanti. Di contro Fca pare intenzionata a mostrare la correttezza dei suoi comportamenti. Gli analisti riprendono quanto ha sottolineato lo stesso Marchionne, che ha specificato come nel caso della società tedesca il dispositivo illegale fosse installato con intento fraudolento e solo sui veicoli che venivano sottoposti ai test per il controllo delle emissioni. Invece nel caso di Fiat Chrysler i dispositivi presenti sono gli stessi sia sui veicoli sottoposti a test sia su tutti gli altri. Diverso anche il bacino di auto ad ora coinvolte: 560mila negli Usa e 11 milioni nel mondo per Volkswagen, 104mila per Fca. "Allo stato attuale è difficile comunque prevedere come si concluderà questa vicenda, in quanto l’immediata reazione difensiva da parte dell’azienda lascia aperte le porte per un nulla di fatto, come già avvenuto in passato in occasioni simili", dicono dall’Icbpi. Anche in caso di multa da 4,63 miliardi, che corrisponderebbero a 2,84 euro per azione, il titolo ha già assorbito due terzi del rischio potenziale: "L’azione ha già scontato più del dovuto in quanto la probabilità che la vicenda si concluda con una condanna al momento è molto al di sotto del 66%. Inoltre, anche in caso di condanna, è improbabile che venga applicata la sanzione massima, considerato che non sembrerebbe esserci alcun intento fraudolento da parte di Fca". Motivo per cui continuano a consigliare l’acquisto del titolo. Moltissimi addetti ai lavori ragionano sul caso, con sfaccettature differenti ma molti punti in comune. Per Jefferies è "fondamentale" la disponibilità a collaborare con l’Autority americana, Kepler Cheuvreux e Mediobanca sottolineano un rischio più limitato rispetto al caso Vw, con una multa che potrebbe essere tra 450 milioni e 3,4 miliardi di dollari nel peggiore dei casi. Ma credono che l’Epa propenderà eventualmente per la pena minore. Da Citi pensano che la multa - basata sull’esperienza di Vw, che pure ribadiscono sia differente - possa superare i 3,3 miliardi di euro, il 19% della capitalizzazione di mercato alla chiusura di ieri sera. Scarse invece le ripercussioni sull’attività industriale, dato il peso limitato del diesel sul mercato americano: il motore da 3 litri vale circa il 2% delle vendite di Fca negli Usa, mentre superava il 20% per Volkswagen. Più che le vendite, dunque, spaventano i risarcimenti. Anche da Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo), infine, parlano di una "reazione eccessiva" del mercato alla notizia di ieri e sottolineano che - se si riportasse al caso di Fca quanto accaduto con Vw - rispetto alle stime iniziali il conto finale potrebbe aggirarsi sul miliardo. Da non dimenticare che Marchionne può giocare una "trump card", una briscola che si lega alla nuova amministrazione Trump che si profila come molto meno severa sulla regolamentazione ambientale, con la quale Fca ha già detto di voler collaborare. Se il conto fosse troppo salato, lo spin-off di Magneti Marelli potrebbe tornare ad accelerare. Intanto, dall’amministrazione Obama fanno filtrare la precisazione che la decisione annunciata ieri dall’Agenzia per la protezione ambientale americana "è stata presa indipendentemente dalla Casa Bianca". D’altra parte, in molti hanno letto questa offensiva come uno degli ultimi atti dell’amministrazione uscente (per quanto nell’ovvio rispetto dei ruoli) prima di passare la mano a Donald Trump, che solo pochi giorni fa aveva pubblicamente ringraziato Marchionne e la Fiat per aver promesso investimenti e la creazione di 2mila posti di lavoro negli Stati Uniti. "Spero" che le accuse "non siano una conseguenza" del cambio di amministrazione, ha detto lo stesso amministrazione Il delegato italo-canadse descrivendo il comportamento dell’Epa come quello di "un’agenzia che perderà efficacia", come previsto da Trump. Marchionne però non ha mancato di sottolineare la "tempistica strana" dell’annuncio "fuori posto". REPUBBLICA.IT ROMA - La Casa Bianca non ha avuto un ruolo nel caso Fiat Chrysler Automobiles che potrebbe costare al gruppo una multa fino a 4,63 miliardi di dollari. La decisione dell’Agenzia per la Protezione ambientale di contestare una violazione delle leggi sulle emissioni "è stata presa in modo indipendente dalla Presidenza" americana. Un alto funzionario dell’Amministrazione Obama conferma all’agenzia Askanews quello che ha già sostenuto il portavoce dello stesso Obama. Poche ore fa, Josh Earnest ha spiegato che "le decisioni dell’Epa sono prese dai funzionari dell’Epa. Punto. Non sono a conoscenza di un coinvolgimento della Casa Bianca su questo caso specifico". Il portavoce ha però aggiunto che Obama "si aspetta che i funzionari all’Epa facciano rispettare la legge mettendo in atto regole che sono scritte; come lo facciano esattamente, sta a loro". Earnest non ha commentato il fatto che l’iniziativa dell’Epa cade a una sola settimana dall’insediamento di una nuova Amministrazione, quella di un Donald Trump che ha intanto nominato come capo dell’Agenzia ambientale il repubblicano Scott Pruitt, Procuratore generale dell’Oklahoma e stretto alleato dell’industria dei combustibili fossili. La tempistica è stata criticata dall’amministratore delegato di Fca, Marchionne. Il quale si augura che la contestazione subita non sia il frutto di una "guerra politica" tra l’amministrazione uscente (quella di obama) e quella in arrivo di Donald Trump. Obama ha salvato il settore auto americano dalla peggiore crisi finanziaria dagli anni ’30 supervisionando l’ingresso dell’ex Fiat nel capitale dell’ex Chrysler, che era finita in bancarotta. La Casa Bianca: "Nessun ruolo nell’indagine emissioni su Fiat Chrysler" Wall Street Journal e Financial Times: il caso in prima pagina Condividi Il caso, intanto, finisce sulla prima pagina dei due principali quotidiani economici al mondo. Il Wall Street Journal ricorda che la contesazione dell’Agenzia investe 04 modelli - di Jeep Grand Cherokee e Ram pickup - venduti tra il 2014 e il 2016. L’inglese Financial Times dà risalto alla dichiarazione di Marchionne: "Solo chi ha fumato qualcosa di illegale può paragonare la nostra situazione a quella della Volkswagen". LIVINI "I target di Fca per il 2018 sono confermati e spero di non dover fare accantonamenti". Sergio Marchionne, per ora, si è affidato all’ottimismo della volontà nel valutare i possibili impatti finanziari del dieselgate sui conti del gruppo. Il pedaggio finale però - come insegna, al netto delle differenze del caso, l’esperienza di Vw - è difficile da quantificare. La penalità massima teorica (legata al numero dei veicoli coinvolti) è di 4,6 miliardi di dollari. E il titolo ieri in Borsa ha bruciato circa 2,6 miliardi di valore. Gli analisti però - per quel che riguarda Detroit - vedono un po’ più rosa: Kepler Cheuvreux e Mediobanca sottolineano un rischio più limitato rispetto al caso Vw, con una sanzione che potrebbe essere tra 450 milioni e 3,4 miliardi di dollari nel peggiore dei casi. Ma credono che l’Epa possa propendere eventualmente per la pena minore. Un salasso, certo, ma facilmente gestibile dall’azienda.. La multa però rischia di essere solo una delle voci del conto per lo scandalo emissioni. Per stimare il conto totale bisogna tenere in considerazione il rischio di risarcimento ai proprietari delle auto interessate, i possibili contraccolpi sulle vendite e le probabili cause in tribunale di consumatori e investitori. La casa automobilistica tedesca ha concordato in America finora sanzioni e compensi per un totale di 22 miliardi di dollari. La tegola a stelle e strisce colpisce Fca in un momento positivo per i suoi conti. Le auto tirano e i target di bilancio sono stati tutti rivisti al rialzo con l’ultima trimestrale: il gruppo dovrebbe chiudere il 2016 con oltre 2,3 miliardi di utile netto e con un indebitamento tagliato sotto i 5 miliardi. E il titolo stamattina - malgrado lo choc Usa - è in ripresa e naviga a quotazioni superiori del 27% a quelle di un anno fa. Quali possono essere davvero le conseguenze reali delle accuse Usa sulle emissioni sulla società? Fatte le debite proporzioni (i danni potenziali per Vw erano stati quantificati in una cifra molto superiore, 18 miliardi, quando lo scandalo è scoppiato nel settembre 2015) l’unico riferimento resta pero l’esperienza del rivale tedesco. Volkswagen ha accantonato per ora in bilancio 18 miliardi per far fronte all’emergenza e ha chiuso il 2015 in rosso per 5,4 milioni rispetto ai 2,4 di utile dell’anno precedente. Nei mesi scorsi ha annunciato un piano di 30mila tagli al 2020 per riportare in equilibrio i conti. I contraccolpi sulle vendite però sono stati inferiori ai timori: negli Usa, è vero, sono calate nel 2016 dell’8%. Ma le ottime performance in Cina ed est Europa hanno consentito a Volkswagen di chiudere l’anno con un aumento del 2,8% a livello mondiale e nei primi nove mesi dell’anno i conti erano in salute con 8,3 miliardi di utile lordo e con una posizione finanziaria netta attiva per 7 miliardi (più solida di quella di Fca). I titoli in Borsa, crollati del 40% a 100 euro nei 15 giorni successivi alle accuse, sono risaliti ora a 150 euro, il 10% in meno del giorno precedente il dieselgate. FEDERICO RAMPINI In prima pagina sul Washington Post di oggi c’è questo titolo: "Pugno duro sulle grandi aziende nei giorni finali dell’Amministrazione". L’analisi del quotidiano della capitale mette insieme i dossier contro Volkswagen, Fiat-Chrysler (Fca), e il fabbricante giapponese di airbag Takata, e ne dà una lettura politica. Come interpretare quindi la dichiarazione apparentemente di segno diverso della Casa Bianca, secondo cui loro non c’entrano nella vicenda Epa-Fca? Ovviamente il singolo dossier non è stato “comandato” da Barack Obama. L’agenzia per l’ambiente ha un robusto staff tecnico-scientifico-legale che si occupa di queste vicende, non sono dei semplici esecutori di ordini. Ma è escluso che il presidente non sapesse: un’agenzia federale come l’Epa non lancia un’iniziativa di questa importanza senza informarne il capo dell’esecutivo. Inoltre l’Epa con la sua "notice of violation" verso Fiat-Chrysler ha chiaramente interpretato un mandato che viene dall’alto, sulle ultime offensive ambientaliste da lanciare prima che arrivi il nuovo capo le cui idee sono ben diverse. Semmai è il caso Volkswagen ad essere meno legato alla transizione turbolenta Obama-Trump, visto che l’offensiva giudiziaria sulla casa tedesca è ben più antica, le indagini Fbi sono durate più di un anno, e gli stessi top manager della Volkswagen hanno accettato un’ammissione di colpevolezza in sede sia civile sia penale. Per Obama, i vari dieselgate sono scandali che toccano da vicino una delle sue eredità più importanti: la lotta al cambiamento climatico e tutte le normative ambientali che ad essa sono collegate. I controlli sull’inquinamento delle automobili, dei camion, delle centrali elettriche, sono parte di questa eredità. Così come Obama ha usato gli ultimi giorni di presidenza per imporre nuovi divieti alle trivellazioni costiere, o per estendere a nuovi parchi naturali la protezione federale, allo stesso modo è coerente l’accelerazione delle offensive su Volkswagen, poi Fca, per gli scandali dieselgate. E’ reversibile tutto questo non appena Trump s’insedia alla Casa Bianca? Il nuovo presidente ha sposato (talvolta) l’approccio “negazionista” che disconosce il cambiamento climatico. Ha promesso tante deregulation alle imprese, ivi compreso sulle regole ambientali. Ha designato alla guida dell’Epa… un nemico giurato dell’Epa stessa. Quindi Fca potrebbe giovarsi del cambio di Amministrazione, a differenza di Volkswagen che ormai ha riconosciuto la propria colpevolezza ed ha accettato di pagare. C’è però un ostacolo che può impedire di fare marcia indietro sul dieselgate di Fca: la California. Come nel caso Volkswagen, anche per Fiat-Chrysler l’Epa federale si è mossa di concerto con la sua sorella californiana (Carb): un’agenzia ambientale molto potente, in uno Stato governato dal democratico Jerry Brown. Quand’anche l’Epa nell’era Trump voglia rimangiarsi le proprie accuse alla Fca, non è detto che la California sia d’accordo. E uno scontro con l’authority californiana è denso di rischi, vista l’importanza di quel mercato automobilistico, il più grosso degli Stati Uniti. In quanto a Trump, lui dovrà soppesare due spinte divergenti. Da una parte c’è la sua pulsione a disfare tutto ciò che Obama ha fatto per l’ambiente. D’altra parte c’è il suo nazionalismo economico. Non va dimenticato che alcuni big dell’auto Usa, Gm e Ford, furono scettici sul cosiddetto “eurodiesel”, detto anche “diesel pulito” (sic) contestandone i presunti vantaggi per l’ambiente. In questo caso, i fatti sembrano avergli dato ampiamente ragione. LASTAMPA.IT Venerdì nero per Renault. Dopo lo scandalo Volkswagen e le accuse sulle emissioni di Fiat-Chrysler negli Usa anche il gruppo francese finisce nel calderone dei costruttoriautomobilistici sospettati di frode, il cosiddetto “Dieselgate”. Da ieri, ha riferito la procura di Parigi, tre giudici indagano sui dispositivi utilizzati da Renault per controllare le emissioni dei motori diesel che si sospetta possano essere truccati. La notizia ha fatto crollare il titolo alla borsa di Parigi, che questa mattina perdeva fino al 4,06% . “Renault rispetta la legislazione francese ed europea”. I veicoli Renault sono conformi alle norme in vigore” e “non sono equipaggiati di software per la frode”, ha ribattuto la storica azienda di Boulogne-Billancourt, costretta a “prendere atto” dell’apertura del fascicolo giudiziario. “Questa nuova tappa della procedura - ha poi commentato Renault - indicherebbe l’auspicio della procura di andare avanti con l’inchiesta”. Ma il marchio farà “valere i propri diritti”, si prosegue nella nota. Anche in questo caso nel mirino ci sono i motori Diesel. Poche settimane dopo lo scandalo Volkswagen, le autorità di Parigi chiesero alla Direzione generale per la concorrenza, i consumi e la lotta anti-frode (DGCCRF) di indagare sul diesel di una dozzina di marchi automobilistici, tra cui, appunto, Renault. Risalgono ad esattamente un anno fa le perquisizioni degli inquirenti nel quartier generale di Renault e degli altri costruttori finiti sotto osservazione. “Siamo pronti ad aprire i software dei nostri Diesel per fare chiarezza e ristabilire la fiducia dei consumatori”, ha detto a settembre il numero uno di Renault,Carlos Ghosn, nell’incontro sui risultati dell’alleanza tra Renault-Nissan e Daimler al Salone dell’auto di Parigi. “Il dibattito sui Diesel riguarda le emissioni reali e quelle di omologazione. Abbiamo chiesto alla Ue di fare le regole per sapere cosa è accettabile e cosa no. Dateci il livello delle emissioni e lo seguiremo”. Che Renault fosse esposta non è un mistero. Nel dicembre 2015, il vice-direttore generale Thierry Bolloré, ammetteva senza troppi giri di parole che il gruppo “non era tra i primi della classe” in materia di emissioni inquinanti. Alla stessa conclusione era giunta la commissione voluta dal ministro dell’Ambiente, Ségolène Royal, per fare il punto sui veicoli in circolazione dopo il caso di Wolfsburg, parallelamente alle analisi della DGCCRF. All’epoca, la commissione Royal evidenziò l’importante divario tra i test inquinanti in laboratorio e quelli su strada in condizioni reali. Di lì la richiesta di indagini più approfondite affidate alla DGCCRF e finite a novembre. Il resto è cronaca recente. Il ministero dell’Economia decide di trasmettere quei risultati alla giustizia e la incarica di decidere sul da farsi. La procura poteva sia archiviare sia chiedere l’apertura di un fascicolo giudiziario. Gli elementi a disposizione hanno indotto i giudici a propendere per questa seconda opzione. Renault rischia pesanti conseguenze finanziarie. In teoria, la multa potrebbe salire fino al 10% del fatturato. Ma il rischio riguarda più grosso riguarda l’apertura di simili procedure anche al di fuori dei confini della Francia. LASTAMPA.IT Fca sarebbe sotto indagine del Dipartimento di Giustizia americano per la presunta mancata comunicazione del software che ha consentito di violare gli standard sulle emissioni. Lo riporta l’agenzia Bloomberg citando alcune fonti. La possibilità di un’azione penale sulle violazioni delle emissioni segue la denuncia dell’Epa, che ha rinvenuto su 104.000 auto Fca un software che ha consentito la violazione delle norme sulle emissioni. L’amministratore delegato di Fca, Sergio Marchionne, ha spiegato nelle varie conference call seguite alla denuncia dell’Epa di attendersi le «indagini del Dipartimento di Giustizia», che di solito vanno a braccetto con quelle dell’Epa. Fca è già nel mirino del Dipartimento di Giustizia, che ha iniziato a indagare lo scorso anno sulle pratiche delle vendite di Fca. L’ autorità starebbe valutando se Fca abbia gonfiato o meno i dati sulle vendite. Anche la Sec, la Consob americana, ha aperto un’indagine sul caso. La notizia accentua le perdite del titolo a Wall Street, dove arriva a cedere il 4,2%. A Piazza Affari invece il titoli del gruppo recuperato terreno: Fca +4,61%; Exor 6,73%, CnhI +2,64%, Ferrari +2,72%. Gli Stati Uniti accusano infatti Fca di violazione delle norme sulle emissioni per le auto diesel, con l’uso di un software illegale per aggirare i test. Accuse per le quali rischia una sanzione fino a 4,63 miliardi di dollari. La casa automobilistica si difende, spiegando di rispettare le regole e dicendosi pronta a collaborare. Il caso Fca «non ha nulla in comune con Volkswagen» afferma secco Sergio Marchionne. CORRIERE.IT Le azioni di Fiat Chrysler Automobiles si rialzano dopo il -16% registrato a Milano (e il -10% a Wall Street) nella seduta di giovedì 12 gennaio. All’indomani delle accuse di un nuovo «dieselgate» da parte dell’Epa ((Environmental protection agency) statunitense, le azioni Fca hanno ricominciato a riguadagnare il terreno perduto. Il titolo è rimasto più del solito in fase di preapertura e, una volta entrato in negoziazione continua, ha aperto in rialzo del 7,4% a 9,44 euro, per poi stabilizzarsi nel corso della mattinata intorno a un rialzo del 4%. In Francia, al contrario, sono finiti sotto pressione i titoli Renault dopo che la procura di Parigi ha riferito che tre giudici francesi indagheranno sui dispositivi utilizzati da Renault per controllare le emissioni dei suoi motori diesel che si sospetta siano truccati: la notizia ha fatto crollare il titolo in Borsa del 4%. Gestori divisi Alla luce di una situazione in evoluzione, i gestori si posizionano in maniera differente sul titolo Fca. Fino ad oggi, su 30 analisti che seguono il titolo, 10 consigliavano di vendere e 14 di comprare. Equita alza il taget price a 9,8 (+6%) ma se prima consigliava «buy», comprare, ora più cautamente assegna un «hold», tenere. E se Exane consiglia cautela, per Jefferies è «buy» considerando fondamentale la disponibilità di Fca a collaborare con le autorità americane. Kepler Cheuvreux («hold») e Mediobanca sottolineano le differenze con lo scandalo Volkswagen e un rischio più limitato con una multa che, considerando il numero delle auto coinvolte, potrebbe essere tra 450 milioni e 3,4 miliardi di dollari nel peggiore dei casi ma credono che l’Epa propenderà eventualmente per la pena minore. La vicenda L’Epa ha accusato Fca di presunte violazioni del Clean air act per non aver comunicato l’esistenza di un software per il controllo delle emissioni installato nei motori diesel di 104mila veicoli venduti negli Usa (Jeep Grand Cherokee e Dodge Ram 1500 prodotti nel 2014-16), che causerebbe un aumento delle emissioni NOx in determinate situazioni. L’indagine intende anche verificare se sia illegale. Fca ha pubblicamente negato e ha risposto che intende contestare le accuse dell’Epa e che collaborerà con le autorità allo scopo di dimostrare in tempi brevi che i sistemi di controllo delle emissioni montati sui propri veicoli rispettano le norme di legge. In più, l’amministratore delegato Sergio Marchionne ha confermato i target al 2018 e ha detto di non aspettarsi che servano accantonamenti. Casa Bianca, Epa ha agito «indipendentemente» da Obama La decisione annunciata ieri dall’Agenzia per la protezione ambientale americana di accusare Fiat Chrysler Automotive di avere violato le leggi sulle emissioni «è stata presa indipendentemente dalla Casa Bianca». Come spiegato da Josh Earnest, portavoce di Barack Obama, un simile approccio fa parte di una tradizione in base alla quale un’amministrazione lascia che un’agenzia agisca in autonomia. Nel consueto incontro con la stampa americana, Earnest aveva dichiarato che «le decisioni dell’Epa sono prese dai funzionari dell’Epa e non sono a conoscenza di un coinvolgimento della Casa Bianca su questo caso specifico». Il portavoce ha però fatto capire che Obama «si aspetta che i funzionari all’Epa svolgano i loro compiti per fare rispettare la legge e mettere in atto regole che sono scritte; come lo facciano esattamente, sta a loro». La Ue preoccupata L’Unione europea, dal suo canto, è preoccupata per i possibili sviluppi della vicenda. Le accuse delle autorità Usa verso Fca — spiega Lucia Caudet, portavoce della Commissione europea, «sono preoccupanti». Bruxelles — dice — «è in contatto costante con le autorità americane» che hanno informato «ieri» l’esecutivo europeo di aver ricevuto «insufficienti informazioni» sul controllo delle emissioni. La Commissione, prendendo nota delle osservazioni, «lavora con l’Epa, le autorità nazionali e con Fca per verificare le implicazioni potenziali per i veicoli nella Ue», ha aggiunto la portavoce.