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 2017  gennaio 13 Venerdì calendario

ER GORDO E ARP, BRACCONIERI DI STORIE

Il 10 dicembre 1987, sbarcato all’aeroporto di Roma dopo un volo di dodici ore da Buenos Aires, Osvaldo Soriano seppe che Giovanni Arpino detto “Arp”, classe 1927, era appena morto a Torino, all’ospedale delle Molinette. Glielo fece sapere lo scrittore e giornalista Bruno Arpaia. Soriano “era stanco, sfinito”, scrisse Arpaia su Repubblica. Quando “gli comunicai la notizia, mentre stavamo entrando in città, la sua faccia si fece ancora più pallida. ‘L’ho conosciuto bene, Giovanni’, disse abbassando lo sguardo. ‘Abbiamo bevuto insieme, siamo anche andati a vedere una partita’. Restai zitto per qualche minuto, poi arrivammo in albergo”. Dieci anni dopo, in un altro inverno, il 29 gennaio 1997, anche Soriano detto “El Gordo”, Il Grasso, classe 1944, se ne andò. Morì pure lui in un anno con il sette finale. Se “Arp” fosse stato ancora vivo, avrebbe “cabalizzato”, un verbo che usava molto nei suoi romanzi, su quella coincidenza del numero sette “triste, solitario y final”.
Vent’anni senza Soriano, trenta senza Arpino. Due grandi narratori, due amici che amavano raccontare storie picaresche e il gioco del pallone; due uomini liberi che pensavano, come annotò Arpino in una lettera a Soriano del 14 aprile 1977, che “il mondo morirà, la scrittura morirà, ma dobbiamo resistere e fare”.
La corrispondenza citata fa parte del carteggio tra i due, dal titolo Bracconieri di storie, che la casa editrice torinese Spoon River-Graphot rimanda ora in libreria, dopo l’uscita nel 2007 che era stata resa possibile dalle due Caterine, tanto per restare in tema di cabala: Caterina Arpino, moglie di Giovanni, e Catherine Brucher, moglie di Osvaldo.
La stessa circostanza del primo contatto epistolare fra “El Gordo” e Arp”, risalente al 3 aprile 1977 (di nuovo un sette di mezzo…), è romanzesca, un po’ comica, un po’ surreale. Con quasi tre anni di ritardo, spiegabili con il fatto che, dopo il golpe nel suo Paese di Jorge Rafael Videla, era andato in esilio in Europa, il narratore argentino riesce a leggere, a Bruxelles, la recensione felicissima (una “storia eccezionale”) di Triste, solitario y final che “Arp” aveva pubblicato su La Stampa nel novembre del 1974. Gli scrisse: “Gentilissimo signor Arpino, con notevole ritardo mi è pervenuto l’articolo che lei ha scritto su La Stampa del 29 novembre 1974. Desidero dirle, innanzitutto, che nessuna recensione fra quelle apparse sinora nei Paesi in cui è stato pubblicato Triste, solitario y final mi ha commosso così tanto. Perché proviene da lei, l’articolo mi sembra eccessivo e immeritato: lei, uno degli scrittori più straordinari che abbia conosciuto, ha l’ardire di apprezzare il mio primo romanzo”.
L’autore di Una nuvola d’ira e La suora giovane gli rispose il 14 aprile. Lo ringraziò per la lettera, ma soprattutto comprese le difficile situazione in cui si trovava Soriano: “Credo di poter capire bene le sua attuali condizioni e ragioni di vita. (…) Se lei ha voglia e intenzione di scrivere un raccontino spiritoso, da pubblicare su una rivista satirica italiana (“Il quaderno del sale”) potrei farglielo ospitare e pagare anche abbastanza bene”.
Ne nacque una bella amicizia. Un anno dopo, l’“Estimado” signor Arpino era diventato un “Querido Giovanni”, e il “Carissimo Amico” di Giovanni si era trasformato in un “Carissimo Osvaldo”. La corrispondenza ritrovata, dunque non necessariamente tutta quella che si scambiarono, va dall’aprile 1977 al 24 dicembre 1984, data dell’ultima lettera di Soriano; mentre l’ultima di Arpino è del febbraio 1980. Diciassette lettere furono inviate dal “fratello argentino” al “fratello italiano”, per parafrasare il titolo di un romanzo di “Arp”; otto vennero mandate allo scrittore sudamericano, oltre a un breve biglietto e a un telegramma.
Parlarono di tutto. Discutevano di letteratura e della dittatura argentina, così come della sua fine e del ritorno di “El Gordo” a casa; degli editori e dei giornali, della politica e del loro lavoro, delle gioie e delle amarezze della vita. E, naturalmente, parlarono dell’amato fùtbol. Il 7 maggio del ’79, per dirne una, Soriano scrive ad Arpino, tifoso della Juventus ma innamorato anche del vecchio Toro: “Mi raccontano gli amici che in un piccolo club di Buenos Aires, Argentinos Juniors, si trova la salvezza del Torino. Si chiama Diego Armando Maradona. (…) Certo tutte le grandi squadre, e il Barcellona, lo vogliono comprare; costa, credo, 5 milioni di dollari. Se il Torino possiede questa cifra di denaro, è salvo”. Come si sa, le cose non andarono in quella maniera auspicata da Soriano.
La corrispondenza conosciuta di Arpino con Soriano, si è detto, si interrompe il primo febbraio del 1980, con parole che vale la pena di rammentare: “Ti abbraccio. Sta bene. Lavora. Sii felice, anche se il mondo non vuole permetterlo”.
Il 4 agosto del medesimo anno, Soriano gli avrebbe detto: “La felicità? Una mascherata. Uno scrittore, quando non scrive, si sente come un gatto che non può saltare i muri, né salire sugli alberi”.