varie, 11 gennaio 2017
APPUNTI MALATTIE RARE PER LA VERITA’ – FIBROSI Il caso più emblematico forse è quello della fibrosi cistica, per la quale oggi esiste una molecola efficace, anche se è indicata solo per pazienti con specifiche mutazioni genetiche
APPUNTI MALATTIE RARE PER LA VERITA’ – FIBROSI Il caso più emblematico forse è quello della fibrosi cistica, per la quale oggi esiste una molecola efficace, anche se è indicata solo per pazienti con specifiche mutazioni genetiche. A sviluppare questa molecola è stata una piccola azienda statunitense, spinta e sostenuta dall’associazione che riuniva i genitori e i bambini colpiti da questa patologia. I ricercatori della Vertex Pharmaceuticals cominciarono a studiare questa condizione di nicchia quasi 20 anni fa, da allora gli investimenti sono stato molti – con raccolte fondi delle associazioni e sovvenzioni statali – e oggi l’azienda sta ottenendo l’autorizzazione per i suoi farmaci in tutto il mondo. ORPHA.NET 24/10/2012 – Che cos’è una malattia rara? Sono definite rare le malattie che colpiscono un numero ristretto di persone e di conseguenza generano problemi specifici legati alla loro rarità. Il limite stabilito in Europa è di una persona affetta ogni 2.000. Una malattia può essere rara in una regione, ma essere frequente in un’altra; ad esempio, la talassemia, un’anemia di origine genetica, è rara nel Nord Europa, ma è frequente nelle regioni del Mediterraneo. La “malattia periodica” è rara in Italia, ma è diffusa in Armenia. Allo stesso modo, esistono molte malattie che possiedono varianti rare. Quante sono le malattie rare? Esistono migliaia di malattie rare. Attualmente ne sono state calcolate 6.000-7.000 e ne vengono descritte di nuove regolarmente nelle pubblicazioni scientifiche. Il numero delle malattie rare dipende anche dal grado della specificità utilizzata nella classificazione delle diverse condizioni/malattie. Fino ad oggi, in medicina, una malattia è sempre stata definita come un’alterazione dello stato di salute, presentandosi con una configurazione unica di sintomi ed un’unica cura; questo dipende dal livello di definizione della nostra analisi: più è precisa, più si percepiscono le sfumature. Questa complessità si riflette sulla classificazione diversificata delle malattie rare presenti in Orphanet. Origine e caratteristiche delle malattie rare Se è vero che quasi tutte le malattie genetiche sono malattie rare, non è altrettanto vero che tutte le malattie rare abbiano un’origine genetica; ad esempio, esistono malattie infettive molto rare, così come malattie autoimmuni e carcinomi rari. La causa di molte malattie rare non è oggi ancora nota. Le malattie rare sono malattie gravi, spesso croniche e talvolta progressive. Possono presentarsi già dalla nascita o dall’infanzia, come nel caso dell’amiotrofia spinale infantile, della neurofibromatosi, dell’osteogenesi imperfetta, delle condrodisplasie o della sindrome di Rett oppure, come accade in più del 50% delle malattie rare, comparire nell’età adulta, come la malattia di Huntington, la malattia di Crohn, la malattia di Charcot-Marie-Tooth, la sclerosi laterale amiotrofica, il sarcoma di Kaposi o il cancro della tiroide. Conseguenze medico-sociali delle malattie rare Le conoscenze scientifiche e mediche sulle malattie rare sono scarse e non adeguate. Per molto tempo sono state ignorate dai medici, dai ricercatori e dalle istituzioni e non esistevano fino a pochi anni fa attività scientifiche e politiche finalizzate alla ricerca nel campo delle malattie rare. Per la maggior parte di queste malattie ancora oggi non è disponibile una cura efficace, ma numerosi trattamenti appropriati possono migliorare la qualità della vita e prolungarne la durata. In alcuni casi sono stati ottenuti progressi sostanziali, dimostrando che non bisogna arrendersi ma, al contrario, perseguire e intensificare gli sforzi nella ricerca e nella solidarietà sociale. Tutte le persone affette da queste malattie incontrano le stesse difficoltà nel raggiungere la diagnosi, nell’ottenere informazioni, nel venire orientati verso professionisti competenti. Sono ugualmente problematici l’accesso a cure di qualità, la presa in carico sociale e medica della malattia, il coordinamento tra le cure ospedaliere e le cure di base, l’autonomia e l’inserimento sociale, professionale e civico. Le persone affette dalle malattie rare sono più vulnerabili sul piano psicologico, sociale, economico e culturale. Queste difficoltà potrebbero essere raggirate attraverso interventi politici appropriati. A causa della mancanza di sufficienti conoscenze mediche e scientifiche, molti pazienti non vengono diagnosticati e le loro malattie non vengono riconosciute. Quindi, la presa in carico di questi pazienti è per lo più sintomatica. I pazienti sono le persone che soffrono maggiormente per queste difficoltà legate alla presa in carico. Progressi attesi nella diagnosi e nella cura di queste malattie Per tutte queste malattie, la scienza può dare delle risposte. Attualmente oltre un centinaio di malattie possono essere diagnosticate attraverso i test biologici. Le conoscenze sulla storia naturale di queste malattie sono in continuo progresso attraverso la creazione di un osservatorio ad esse dedicato. I ricercatori lavorano sempre più spesso in rete per condividere i risultati delle loro ricerche e per progredire più efficacemente. Stanno nascendo nuove speranze basate sulle prospettive offerte dalle politiche europee e dalle politiche di molti paesi membri. *** IL BUSINESS DELLE MALATTIE RARE – Un terzo dei farmaci autorizzati quest’anno dalla Fda, l’ente regolatorio americano, è stato studiato per combattere una malattia cosiddetta rara perché affligge poche persone. È un inedito assoluto. Che si conferma in Europa dove il 20 per cento dei medicinali ammessi al mercato risponde ai bisogni di persone fino a oggi immedicate perché colpite da sindromi pochissimo diffuse o da malattie per le quali non c’era terapia. Merito della genetica, che ha consentito di individuare le mutazioni all’origine di condizioni fino a qualche anno fa inspiegabili; e ha portato allo sviluppo di molecole in grado di colpire i meccanismi biologici che si scatenano a seguito di questi errori genetici. La storia emblematica è quella della fibrosi cistica per la quale oggi esiste una molecola efficace anche se è indicata solo per pazienti che hanno alcune specifiche mutazioni genetiche. A svilupparla è stata una piccola azienda biotech statunitense su impulso dell’associazione che riuniva i genitori e i bambini colpiti da questa patologia: sono passati quasi 20 anni da quando i ricercatori della Vertex Pharmaceuticals hanno cominciato a studiare questa condizione di nicchia, sono stati investiti molti soldi – in parte raccolti dalle associazioni di pazienti – e oggi l’azienda sta ottenendo l’autorizzazione per i suoi farmaci in tutto il mondo. Una storia di successo simile a quella dell’imiglucerasi, principio attivo per la malattia di Gaucher, che in Europa occidentale colpisce una persona su 100mila. Anche in questo caso a cominciare le ricerche, negli anni Ottanta, è stata una piccola realtà biotech, Genzyme, che nel corso degli anni è diventata un’azienda esperta nelle malattie rare, e per questo è stata acquisita dalla multinazionale Sanofi. Proprio per la vastità del business, non sorprende che dietro i farmaci orfani non ci siano più solo le piccole biotech – in alcuni casi cresciute proprio grazie a questi medicinali – ma anche le grandi aziende farmaceutiche. Perché se è vero che la popolazione di riferimento è esigua è altrettanto vero che il costo dei medicinali spesso è tale che può valere la pena di scommettere su un composto di nicchia: lo dimostra il fatto che, nel 2014, nella classifica dei medicinali che hanno fatturato di più al 48° posto figurava eculuzimab – usato nella terapia di due condizioni rare, la emiglobinuria parossistica e la sindrome emolitico-uremica –, specialità che secondo molti analisti nel 2020 sarà nella top ten. Ad attirare l’interesse di Big Pharma sulle patologie di nicchia, in realtà, è stato il combinato di informazioni genetiche risolutive e legislazioni favorevoli. Questi medicinali, infatti, godono sia negli Usa sia in Europa di facilitazioni che consentono, per esempio, di poter fare sperimentazioni più semplici e veloci. «Le facilitazioni date alle aziende – commenta Nicola Spinelli Casacchia, presidente dell’Unione delle associazioni di pazienti che si occupano di malattie rare – da un lato certamente vogliono venire incontro al bisogno del malato di poter accedere precocemente a una terapia nuova ed efficace. Dall’altro però la ricerca e la sperimentazione hanno bisogno di un loro tempo per poter dare ragione della reale efficacia di un nuovo medicinale rispetto ai suoi rischi di tossicità. È facile incorrere in abbagli, anche in buona fede, oppure in strumentalizzazioni». A complicare la scena c’è poi il fatto che la genetica non solo ha permesso di svelare le cause di malattie rare di cui non conoscevamo nulla, ma ha chiarito che anche le patologie che pensavamo di conoscere in realtà sono molto più complesse e variegate. Oggi anche molte forme di cancro, definite da specifiche mutazioni genetiche, sono annoverate fra le malattie rare perché effetti-vamente le mutazioni killer colpiscono molte poche persone. In questo modo però sono centinaia le molecole che ogni anno ricevono la designazione di farmaco orfano. Un trend che sta mettendo in crisi lo sforzo delle Agenzie di favorire la ricerca per malattie davvero rare che altrimenti non avrebbero attirato l’attenzione delle industrie. Letizia Gabaglio, la Repubblica 16/2/2016 *** LUCIO LUZZATTO, IL SOLE 24 ORE 30/3/2014 MALATTIE RARE. OPPURE ORFANE?– Quando a Robin S, un bambino australiano di 3 anni, fu fatta diagnosi di sindrome emolitico-uremica (SEU), il giovane medico dell’Ospedale di Brisbane disse ai genitori che si trattava di una "malattia rara". Questi, superando l’immediato sgomento, risposero: «Per noi non è rara per nulla, abbiamo già perso una bambina con la stessa malattia». Questo aneddoto vero illustra un dramma che non di rado si associa a quelle che sono da anni riconosciute ufficialmente come malattie rare (definite dal limite arbitrario di meno di un caso su 2mila persone). In primo luogo, la rarità è statistica: in quella famiglia per sfortuna la SEU aveva colpito entrambi i figli (100%). In secondo luogo, la maggioranza delle malattie rare hanno una base genetica, sono in tutto il mondo ed alcune sono potenzialmente mortali. In terzo luogo, non è raro che sulla propria malattia rara i pazienti e i familiari ne sappiano più di molti medici. Su queste malattie si è tenuto il 25 marzo nella settecentesca Villa Camozzi (Istituto Mario Negri) a Ranica (Bergamo) una riunione internazionale presieduta da Silvio Garattini, Richard Horton e Giuseppe Remuzzi. Da tempo i malati di malattie rare si sono sentiti trascurati: in molti casi non si conosce un trattamento efficace, ed anche la diagnosi è spesso tardiva; tanto che è stato coniato il sinonimo di malattie orfane. Negli Stati Uniti sin dal 1983, anche grazie all’attivismo di alcune organizzazioni di pazienti, fu promulgata una legge chiamata Orphan Drugs Act (ODA), intesa a scuotere l’inerzia dell’industria farmaceutica, che non vedeva convenienza ad investire in un farmaco che servisse solo a pazienti rari. Uno degli incentivi più attraenti introdotti dall’ODA è stata la concessione dell’esclusività per 10 anni, adottata poi anche in Europa. L’ODA è stato un successo: nel solo periodo 2010-2013 sono stati approvati 85 farmaci orfani. In effetti, almeno per alcune (poche) malattie alcuni farmaci finalmente esistono: ma mentre all’inizio le industrie temevano che investimenti in questo settore fossero votati alla perdita, oggi i farmaci orfani sono, paradossalmente, tra i più dispendiosi del mondo. Un caso limite è l’eculizumab: un anticorpo monoclonale che blocca il complemento, un prodotto raccomandato per il trattamento di due malattie rare: l’emoglobinuria parossistica notturna (EPN), e da poco anche la SEU, quella di cui soffriva il bambino di Brisbane, che ha chiesto di venire a curarsi a Bergamo perché in Australia non riesce ad ottenere il farmaco. Un motivo c’è: il trattamento con eculizumab, che deve essere continuativo con una infusione ogni due settimane, costa circa € 330.000 l’anno. Secondo i dati del sito Orphanet le malattie rare sono 6.858; anche se 80% dei malati rientra nelle 400 meno rare tra le rare. Una questione che non sempre risulta nelle comunicazioni al pubblico è che queste malattie hanno sì affinità negli aspetti epidemiologici, legislativi e di salute pubblica, ma dal punto di vista scientifico e clinico sono quanto mai disparate. In altre parole, non esiste uno specialista in malattie rare ma sono il neurologo, il nefrologo, l’ematologo, e via dicendo, che devono conoscere, oltre alle malattie più comuni dei rispettivi settori, anche le più rare. Perciò la riunione di Bergamo non pretendeva di affrontare le malattie rare in genere, bensì il problema specifico (e difficile) di come evitare che terapie nuove siano economicamente proibitive; e di come rendere accessibili a tutti le terapie già oggi disponibili. Da questo punto di vista è stato notevole essere riusciti a riunire esperti di settore (malattie metaboliche, renali, del sangue) con economisti, farmaco-economisti, funzionari europei, e il presidente di Orphanet, Ségolène Aymé. La discussione è stata accesa, perché ad alcuni sembra che le cose vadano abbastanza bene. Ad altri sembra invece che stiamo testimoniando una contrapposizione tra industria farmaceutica privata che continuamente deve convincere i suoi azionisti ed investitori che sta realizzando il massimo del profitto, ed un sistema sanitario pubblico che deve pagare il conto. Per la prima i malati di malattie rare sono un mercato; per il secondo sono cittadini che hanno avuto un po’ di sfortuna in più, ed ai quali a maggior ragione dobbiamo un servizio efficace. La discussione è stata ben gestita dai moderatori, particolarmente da Richard Horton, direttore della prestigiosa rivista The Lancet. È emerso quanto sia necessario conciliare quella contrapposizione, o disinnescare i rischi dello scontro frontale muovendosi con immaginazione. Ad esempio, la gestione delle sperimentazioni cliniche dovrebbe spostarsi sul settore accademico-sanitario; inventare o produrre nuove molecole non solo migliorerebbe il destino dei pazienti ma potrebbe, attraverso la concorrenza, far diminuire i prezzi dei farmaci. Infine, molte della malattie rare su base genetica sono in linea di principio passibili di terapia genica (di cui si è parlato altre volte nel Domenicale): e quando questa ha successo il Paziente è finalmente progredito dalla somministrazione a vita di un farmaco ad una soluzione una tantum definitiva. *** PAGINA99 16/11/2016 – IL BUSINESS DELLE MALATTIE RARE – Nel 2020, i trattamenti per questo tipo di patologie con i cosiddetti farmaci orfani rappresenteranno oltre il 20% delle vendite delle medicine da prescrizione Se una malattia colpisce alcune persone al mondo, non c’è interesse delle aziende farmaceutiche a sviluppare farmaci e terapie perché, è facile intuirlo, pochi pazienti corrispondono a pochi guadagni. La realtà fino a qualche anno fa era esattamente questa, motivo per cui spesso ci si riferiva alle malattie rare come malattie “orfane”, orfane appunto di investimenti, ricerca e cure. L’unica strada percorribile era quindi creare condizioni favorevoli, a più livelli, perché le aziende potessero accettare la scommessa di imbarcarsi nel processo lungo e costoso dello sviluppo di un potenziale farmaco. La strada l’ha aperta il governo statunitense nel 1983 con l’Orphan Drugs Act, seguito poi negli anni successivi da leggi in tutto il mondo (per esempio nel 1993 in Giappone). In Europa a fine dicembre 1999 è stato promulgato il Regolamento europeo n.141/2000 sui prodotti medicinali orfani che, così come la legge americana, stabilisce criteri per la designazione di un farmaco orfano e i relativi incentivi di cui può beneficiare. Dall’entrata in vigore di queste leggi, il business attorno ai farmaci per malattie rare è cresciuto esponenzialmente. Un’analisi del 2012 di Thomson Reuters, intitolata The economic power of orphan drugs sottolineava che il mercato mondiale dei farmaci orfani alla fine del 2011 valeva circa 80 miliardi di dollari, pari quasi al 6% del mercato globale farmaceutico, stimato sugli 880 miliardi di dollari, con un trend di crescita continuo. Secondo una recente analisi, tra le più utilizzate nel settore, Orphan Drug Report 2015 di EvaluatePharma, il mercato totale dei farmaci orfani raggiungerà i 178 miliardi nel 2020, con un aumento dell’11,7% per anno dal 2015 al 2020 (quasi il doppio della previsione dell’aumento di mercato dei farmaci non orfani, previsto attorno al 5,9% per anno). E sempre nel 2020, i farmaci orfani rappresenteranno il 20,2% delle vendite di farmaci da prescrizione. Soprattutto negli ultimi anni e specialmente in Europa, le molecole che hanno ottenuto lo status di farmaco orfano hanno fatto un notevole balzo. Se nel 2014 negli Usa erano 291, mentre nell’anno precedente 260, è proprio l’Europa ad avere visto un incremento significativo (del 62%): 201 molecole designate “orfane” nel 2014, e “solo” 124 nel 2013. L’interesse delle aziende per questi farmaci è indissolubilmente legato alle agevolazioni introdotte dalle legislazioni locali, che spaziano da un iter di sperimentazione clinica – generalmente la parte più costosa di tutto il processo – più veloce, oltre ad alcuni incentivi post-marketing, come l’esclusività di mercato per diversi anni e vantaggi fiscali. Nello specifico, negli Usa a chi sviluppa una terapia per malattie rare sono garantiti sette anni di esclusività nel mercato a partire dall’immissione in commercio, che affianca la tutela brevettuale che è normalmente richiesta per qualunque tipologia di medicinale. Inoltre le aziende possono contare su un 50% di credito di imposta per i costi di ricerca e sviluppo e su supporti economici statali per le vere e proprie fasi di ricerca clinica. In Europa gli anni di esclusività arrivano a dieci, aumentando quindi il tempo di monopolio sul mercato. Inoltre, come lo stesso rapporto di EvaluatePharma dichiara con pochi giri di parole, il mercato delle cure per le malattie rare è interessante per una serie di fattori quali «la mancanza di alternative di cura per i pazienti» – che nella pratica azzera la concorrenza – «una popolazione di pazienti facilmente definibile, e prezzi» quasi sempre molto alti «che si possono facilmente imporre». Il trend di crescita dei numeri dei farmaci rari disponibili sul mercato potrebbe però servire da freno a questa escalation di costi, ricorda lo stesso report, perché la giustificazione di nessuna alternativa di cura potrebbe presto non reggere più, passati gli anni garantiti dal diritto di esclusività. I legislatori non si immaginavano che il mercato potesse sfruttare questa opportunità offerta così seriamente e con questi risvolti di tenuta dei servizi sanitari nazionali, né pensare di tornare alla situazione senza incentivi al settore è una strada percorribile perché lascerebbe completamente scoperti quei pazienti che, dopo anni di lotte per il riconoscimento del diritto alla cura, si vedrebbero nuovamente negato l’accesso a delle speranze di terapia. Certamente il fattore costi è un nodo da sciogliere, per non doversi trovare nella spiacevole situazione di guerra tra pazienti su chi ha più diritto ad accedere alle cure o chi può permettersi di tasca propria una terapia dal prezzo a molti zeri. *** LIBERO 24/2/ 2016 QUEL MEZZO MILIONE DI MALATI INVISIBILI CHE HANNO PATOLOGIE COSÌ RARE CHE NON VENGONO RICONOSCIUTE – Centinaia di migliaia di pazienti in Italia di fatto “invisibili” agli occhi del sistema sanitario nazionale. E un rapporto con ministero della Salute e governo Renzi che, dopo due anni di promesse non rispettate, già nei prossimi giorni potrebbe esplodere in una denuncia nei confronti della presidenza del Consiglio e della Conferenza Stato-Regioni. È il quadro in cui i pazienti affetti da malattie rare, definite in Europa come quelle che colpiscono non più di 5 persone ogni 10 mila, si apprestano ad affrontare la nona Giornata mondiale dedicata a queste patologie, in programma lunedì 29 febbraio. Nonostante il piano nazionale 2013-2016, varato nell’ottobre 2014 (sic...) dal ministero guidato da Beatrice Lorenzin, oggi molti malati affetti da queste patologie che lo stesso ministero definisce «complesse, gravi, degenerative e cronicamente invalidanti» sono di fatto ridotti a essere per l’appunto invisibili. Per avere un’idea di quanto il quadro di riferimento ufficiale sia distante dalla realtà, basta guardare i numeri. I malati ufficialmente censiti dal Registro nazionale, istituito presso l’Istituto superiore di Sanità a partire dal 2001, sono 111mila. Quelli realmente esistenti in Italia, secondo il Rapporto sulla condizione delle persone con malattia rara pubblicato da Uniamo, la federazione che raccoglie oltre 100 associazioni di malati rari e familiari, sono invece almeno 670 mila. Ma enorme è anche la distanza tra l’elenco della patologie attualmente riconosciute dal ministero della Salute, per le quali i pazienti possono sperare di usufruire dell’esenzione dal ticket per le prestazioni mediche o della fornitura gratuita di dispositivi e protesi, e quelle realmente esistenti. Se la classificazione ufficiale, rimasta ferma al 2001, garantisce la tutela a 284 patologie e 47 gruppi di malattie rare, «negli ultimi 15 anni la ricerca scientifica ha portato all’individuazione di almeno altre 100 patologie che al momento non sono riconosciute», spiega il presidente di Uniamo, Nicola Spinelli Casacchia. Risultato di tutto è una risposta che lo stesso ministero della Salute ammette essere inadeguata. «Si può stimare che la prevalenza dei malati rari complessivamente considerati sia dal 50 al 100% superiore a quella stimata» attraverso il solo elenco delle malattie riconosciute, conferma il ministero nelle premesse al Piano per le malattie rare. Si stima che circa la metà dei 670mila pazienti affetti da malattie rare soffra di una patologia attualmente non presente nella classificazione ufficiale. E le conseguenze sono tutt’altro che irrilevanti. Tanto più che «circa un terzo delle malattie rare riduce le attese di vita a meno di 5 anni». Eppure, perché il diritto costituzionale alla tutela della salute fosse riconosciuto a tutti, basterebbe applicare norme che già esistono. Invece «finora con il governo Renzi è rimasto tutto lettera morta», spiega il presidente di Uniamo. Dal Piano nazionale malattie rare, «un documento strategico voluto anche dall’Unione Europea per sviluppare una strategia condivisa, all’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) che prevede l’inserimento di oltre 100 nuove malattie rare, fino alla costituzione di una cabina di regia che segua lo sviluppo delle Rete nazionale malattie rare». Tra gli scandali più grandi, quello del Nomenclatore tariffario. «Per legge questo documento, che stabilisce tipo e modalità di fornitura di protesi e ausili a carico del servizio sanitario nazionale, dovrebbe essere aggiornato ogni tre anni» spiega Marco Cappato, dell’Associazione Luca Coscioni. Invece «non viene aggiornato dal 1999, con la conseguenza che i pazienti possono scegliere solo tra strumenti vecchi di diciassette anni». Come se nel frattempo non ci fosse stata alcuna innovazione in termini di materiali e ausili. «Noi su questo abbiamo già fatto una diffida al governo: se a marzo non ci sarà stato un aggiornamento del Nomenclatore, denunceremo il governo e la Conferenza Stato-Regioni» annuncia Cappato. «In questo caso, infatti, collegato alla prestazione sanitaria c’è il diritto costituzionale non solo alla salute, ma anche alla libertà di espressione, perché se non ho l’ausilio magari non sono nemmeno in grado di parlare e di esprimermi». Poi è vero, ci sono Regioni più virtuose, nelle quali l’organizzazione del sistema sanitario garantisce buoni livelli di assistenza, rimborsando anche le protesi e gli ausili non previsti dal Nomenclatore. Ma la latitanza del governo fa sì che non tutti i malati in Italia abbiano gli stessi diritti. Con conseguenze particolarmente gravi nelle otto regioni sottoposte al Piano di rientro dal disavanzo della spesa sanitaria (Abruzzo, Campania, Lazio, Molise, Sicilia, Calabria, Piemonte e Puglia), dove «le capacità di assistenza sulle malattie rare, già non straordinarie, subiscono ulteriori restrizioni», spiega Spinelli Casacchia. Nel frattempo, anche i malati rari devono fare i conti con gli aumenti dei ticket per le prestazioni sanitarie e l’allungamento delle liste di attesa nella sanità pubblica, frutto dei tagli alle Regioni e della riduzione, rispetto a quanto previsto, delle risorse destinate al Fondo sanitario nazionale. E poi c’è la tegola del Decreto per l’appropriatezza prescrittiva. «Ci sono farmaci che si sono rivelati molto utili al di fuori delle loro indicazioni, e il cui utilizzo off-label (non conforme a quello per cui il prodotto è autorizzato, ndr) ha dato risultati importanti per patologie complesse come quelle di cui stiamo parlando» spiega Spinelli Casacchia. «La criminalizzazione di questo tipo di utilizzo rischia di privare i pazienti del diritto all’esenzione», già non riconosciuto in tutte le Regioni, «mentre la stretta sugli esami rende più difficile, talvolta quasi impossibile, la diagnosi». *** STEFANO FILIPPI, IL GIORNALE 3/10/2016 PERCHÉ È COSÌ DIFFICILE SCOPRIRE I FARMACI CHE SALVANO LA VITA – Chi viveva nel secolo scorso campava meno di noi, e viveva peggio. Oggi esistono biomedicina, farmaci innovativi, apparecchiature avveniristiche, mille business attorno alla qualità della vita. Eppure il diritto alla salute non è assicurato. La sanità calabrese, per esempio, non garantisce l’aspettativa di vita della Lombardia. Nel Terzo mondo un servizio sanitario pubblico semplicemente non esiste. Chi soffre di una malattia rara dispone di pochissimi medicinali a prescindere dalla latitudine. E a un indiano malato di epatite C la cura innovativa costa 200 dollari contro i 700 addebitati a un egiziano e i 45mila euro pagati dal Ssn italiano (Iva esclusa) indipendentemente dal conto in banca del paziente, mentre negli Stati Uniti per lo stesso ciclo terapeutico (12 settimane) bisogna sborsare oltre 80mila dollari. Il diritto alla salute sancito dalla Costituzione assomiglia all’eguaglianza che vigeva nella Fattoria degli animali orwelliana: ha due velocità. Soltanto sulla carta quel diritto è identico per tutti. C’è chi può (...) (...) curarsi e chi no. Dunque, c’è qualcuno o qualcosa che decide chi è condannato e chi invece può salvarsi. Un «signore della vita» che stabilisce chi vive e chi muore. IL BUSINESS DELL’EPATITE Si chiama sofosbuvir il costosissimo principio attivo che ha rivoluzionato la cura dell’epatite C portando le guarigioni dal 60 al 95 per cento dei casi: è stato messo a punto da una piccola azienda, la Pharmasset, poi acquisita per 11 miliardi di dollari dal colosso Gilead Sciences. Il quale il primo anno di commercializzazione ha guadagnato 16 miliardi e il secondo 19 avendo venduto la terapia a peso d’oro. Racconta il professor Luca Pani, direttore (in scadenza) dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa): «Dai bilanci di Pharmasset i costi triennali di ricerca e sviluppo non hanno superato i 180 milioni di dollari, di cui appena un terzo per il sofosbuvir. Gli scopritori prevedevano di vendere il trattamento a 36mila dollari ma dopo il subentro di Gilead il prezzo è schizzato, almeno in Occidente». Il caso è riesploso in questi giorni con interrogazioni parlamentari, ma tiene banco da due anni. Il procuratore Raffaele Guariniello aveva aperto un’inchiesta sui ritardi con cui le regioni rendevano disponibile il farmaco. Motivo semplice: il costo proibitivo. Il prezzo dei farmaci è determinato da una trattativa tra il produttore e l’Aifa, e Gilead propone il sofosbuvir a prezzi differenziati, più bassi nel Terzo mondo e iperbolici per chi se lo può permettere. In questo modo riesce a piazzare il suo farmaco ovunque. L’Aifa era riuscita a strappare condizioni di relativo favore (se paragonate agli Usa) e poi ha aperto la procedura di rinegoziazione visto che stanno arrivando altri farmaci a cifre inferiori: la concorrenza infatti si è subito tuffata in questo promettentissimo settore. I SALVAVITA PER I TUMORI «Meglio spendere meno e a lungo per curare un paziente cronicizzato, oppure 45mila euro subito per un farmaco che eradica il male?», si chiede Pani. È un dilemma drammatico. Non si può chiudere la porta all’innovazione e alle speranze dei malati ma neppure mettere a repentaglio il Servizio sanitario nazionale. I dati dell’ultimo monitoraggio della Ragioneria dello stato sul Ssn certificano 1,2 miliardi di disavanzo nei bilanci regionali soprattutto per la spesa farmaceutica ospedaliera, dove pesano appunto le specialità per l’epatite C. Se tale assistenza dovesse essere estesa a tutti gli italiani affetti (si calcola siano un milione) sarebbe la bancarotta. Dai laboratori escono farmaci sempre più personalizzati e costosi. Vale anche per le terapie anticancro. Secondo la Federazione delle associazioni di volontariato oncologico (Favo) oggi sono disponibili 132 farmaci antitumorali di cui 63 immessi sul mercato negli ultimi 15 anni. Il costo medio di una terapia complessiva è passato da 3.853 euro nel 1995-1999 a 44.900 euro nel 2010-2014. «Conosco oncologie mediche racconta l’ex ministro Francesco De Lorenzo, presidente della Favo che esauriscono i fondi già a settembre-ottobre. I nuovi pazienti devono attendere il budget dell’anno successivo». ALZHEIMER AL PALO Aggiunge il professor Pani: «I costi di ricerca sono tali che il 40 per cento degli sviluppi non hanno motivi scientifici, ma commerciali e di sfruttamento dei brevetti. Non si trovano nuove molecole ma si modificano quelle esistenti, per esempio con nuovi dosaggi. Il ritorno medio dell’investimento è pari al 4-4,5 per cento netto con grande variabilità: nella cura dell’Alzheimer oggi si sta ancora sotto lo 0,3 mentre nelle ricerche oncologiche o sull’epatite si raggiunge anche il 10-15 per cento. Ditemi voi dove preferisce investire l’industria. Nella mia vita professionale mi è capitato di imbattermi in case farmaceutiche che, particolarmente negli ultimi anni, ragionavano come fondi di investimento». Ma la ricerca è solo business? Non si dovrebbe investire sulle malattie rare o incurabili più che su quelle redditizie? «Numerosi medicinali spiega il professor Silvio Garattini, direttore dell’istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri – sono stati scoperti grazie a eventi casuali illuminati dal genio dello scienziato. Pensiamo alla scoperta della penicillina, il primo antibiotico: Fleming capì che quella formazione di muffa non era un esperimento fallito». La ricerca farmacologica dev’essere accompagnata da quella medica: «Senza sapere le origini del male non si possono trovare rimedi adeguati sintetizza Garattini, in ogni caso conoscere le ragioni non significa avere le cure». Se la ricerca è duplice (cause e terapie), il costo è astronomico. Chiarisce Pani: «Portare un nuovo farmaco in commercio richiede almeno un miliardo di euro. Solo 5 su 10mila potenziali farmaci studiati raggiungono la sperimentazione clinica e appena uno viene messo in vendita. Si devono investire somme pazzesche senza garanzia di coprire le spese né di restare sul mercato. Questo è un settore ad altissima remunerazione ma con un’altissima probabilità di fallimenti». L’INVESTIMENTO NELLA RICERCA Il fattore economico oggi è l’elemento chiave delle cure. Più si investe più cresce la possibilità di trovare la novità terapeutica. «In realtà precisa Garattini – le Big Pharma destinano alla ricerca soltanto il 7 per cento del fatturato: la gran parte dei fondi è assorbita dallo sviluppo. Oggi la ricerca è prerogativa soprattutto di piccole start-up biotecnologiche come Pharmasset che approfondiscono pochissimi progetti per rivenderli a chi può svilupparli». Chi indirizza i ricercatori? È tutto regolato solo dal parametro del profitto? «Patologie come la Sla o molti tumori spiega il direttore del Mario Negri – hanno tante cause diverse e ancora sconosciute. Certe ricerche sono complicate dal fatto che gli animali non offrono riscontri adeguati, anche se le sperimentazioni sulle cavie vanno fatte, con buona pace degli animalisti: per gli studi sugli animali occorre superare quattro livelli autorizzativi mentre per quelli sugli uomini basta il consenso del Comitato etico. E poi c’è tutta la ricerca farmaceutica, i dosaggi, l’assorbimento, le possibili complicazioni. Il viaggio dal principio attivo al prodotto sul banco è lunghissimo. E c’è bisogno di molta ricerca indipendente dall’industria per evitare conflitti d’interessi». *** OSSERBATORIOMALATTIERARE.IT - Una malattia si definisce rara quando la sua prevalenza, intesa come il numero di caso presenti su una data popolazione, non supera una soglia stabilita. In UE la soglia è fissata a allo 0,05 per cento della popolazione, ossia 5 casi su 10.000 persone. Il numero di malattie rare conosciute e diagnosticate oscilla tra le 7.000 e le 8.000, ma è una cifra che cresce con l’avanzare della scienza e in particolare con i progressi della ricerca genetica. Stiamo dunque parlando non di pochi malati ma di milioni di persone in Italia e addirittura decine di milioni in tutta Europa. Secondo la rete Orphanet Italia nel nostro paese sono 2 milioni le persone affette da malattie rare e il 70 per cento sono bambini in età pediatrica. Vista la mancanza di un’univoca definizione esauriente a livello internazionale ci sono diverse liste di malattie rare: National Organization for Rare Disorder (NORD) Office of Rare Diseases Orphanet propone una lista di circa 5.000 nomi, sinonimi compresi, di patologie rare in ordine alfabetico. In Italia l’Istituto Superiore della Sanità ha individuato un elenco di malattie rare esenti-ticket. L’elenco comprende attualmente 583 patologie. Alcune Regioni Italiane hanno deliberato esenzioni per patologie ulteriori da quelle previste dal decreto 279/2001. *** Malattie rare e farmaci orfani, l’identikit dei pazienti tracciato da OSSFOR 24 Novembre 2016 Barbara Polistena, Responsabile Farmacoeconomia e Statistica Medica CREA Sanità, traccia ad AdnKronos l’identikit dei malati rari: sono circa lo 0,46% della popolazione, cioè meno di 45 malati ogni 10 mila abitanti, sono più femmine che maschi, con una prevalenza dello 0,53% contro lo 0,36% e si concentrano principalmente in due fasce d’età, giovanissimi e giovani adulti, dai 40 ai 49 anni. *** SPORTELLODEIDIRITTI.ORG 05/05/2015 Il business delle cause farmaceutiche sulle malattie rare. In altri paesi si discute del problema mentre in Italia i nostri ammalati subiscono il silenzio delle istituzioni. L’opinione pubblica è da sempre convinta che le malattie rare fossero patologie sulle quali l’industria farmaceutica facesse pochi affari per la ridotta produzione e vendita di farmaci nel settore. Proprio però da una ricerca apparsa in Svizzera domenica scorsa arriva una smentita categorica che rivela un giro d’affari inaspettato per le multinazionali che si occupano del settore: la sola Novartis, infatti, risulta essere il principale beneficiario della vendita di medicinali per le malattie rare a livello mondiale con 11,3 miliardi di franchi di fatturato. Alla luce di tali dati, il governo confederale elvetico ha al vaglio una disciplina al fine di concedere al settore farmaceutico degli incentivi affinché porti avanti la ricerca sulle malattie meno conosciute. Incentivi concretizzati in una protezione dalla concorrenza sul mercato svizzero per un periodo di almeno 12 anni. Sempre al di là delle Alpi, alcune associazioni si sono opposte a queste forme di protezionismo mettendo in guardia sulle conseguenze di queste decisioni visto che si è assistito a un’esplosione dei costi delle terapie basate su questo tipo di farmaci. Un dato importante che emerge, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, è che almeno in altri paesi la politica e le istituzioni portino avanti battaglie contro le patologie rare, mentre in Italia non esiste una seria e approfondita discussione e gli ammalati sono relegati a subire un isolamento che gli esclude dalle cure che meritano, con una ricerca costretta a fare ormai il "fai da te". *** INTELLEGONEWS 16/11/2016 – Malattie rare, cresce il mercato e arrivano i farmaci. Più colpite le donne L’equazione è fin troppo semplice per le aziende farmaceutiche: pochi pazienti, pochi guadagni. Per questo non c’è interesse a sviluppare farmaci e terapie per le malattie rare. Dal 1999 però è stato promulgato il Regolamento europeo n.141/2000 sui prodotti medicinali orfani che stabilisce gli incentivi di cui possono beneficiare questi farmaci. Dall’entrata in vigore di queste leggi, il business attorno ai farmaci per malattie rare è cresciuto esponenzialmente. Secondo una recente analisi, tra le più utilizzate nel settore, Orphan Drug Report 2015 di EvaluatePharma, il mercato totale dei farmaci orfani raggiungerà i 178 miliardi nel 2020, con un aumento dell’11,7% per anno dal 2015 al 2020 (quasi il doppio della previsione dell’aumento di mercato dei farmaci non orfani, previsto attorno al 5,9% per anno). Questa mattina L’Ossfor, l’Osservatorio farmaci orfani nato da una iniziativa congiunta del centro di ricerca Crea Sanità (Consorzio per la ricerca economica applicata in sanità) e della testata Osservatorio malattie rare ha presentato i primi dati secondo i 270 mila malati rari italiani costano complessivamente 1,36 miliardi l’anno, solo l’1,2% della spesa sanitaria. “I malati rari – ha sottolineato Barbara Polistena, responsabile Farmacoeconomia e Statistica sanitaria di Crea Sanità – sono circa lo 0,46% della popolazione, cioè meno di 45 malati ogni 10 mila abitanti. Sono più femmine che maschi, con una prevalenza delle dello 0,53% contro lo 0,36%. Si concentrano principalmente in due fasce d’età: giovanissimi e giovani adulti, dai 40 ai 49 anni. In totale i nostri malati sono circa 270 mila, ma si tratta di una chiara sottostima perché il numero si riferisce solo alle persone esenti, che rappresentano solo una parte di questi malati: in molti non hanno ancora l’esenzione”.