Malcom Pagani, il Fatto Quotidiano 11/1/2017, 11 gennaio 2017
ROCCHETTI, IL FINALE È UN TRUCCO INDELEBILE
Suo padre Silvano lo avrebbe voluto architetto. Manlio Rocchetti, nato nel 1943 a Roma e scomparso ieri all’età di 74 anni, lo accontentò per vie traverse e divenne restauratore dei volti degli attori più importanti del mondo e sommo disegnatore della trasformazione che ogni regista imponeva ai suoi stessi personaggi. Annaud, Cuaron, De Palma, Fellini, Howard, Lee, Leone, Rossellini, Salvatores, Scola, Scorsese. L’alfabeto di Manlio Rocchetti, Oscar per il miglior make-up nel 1990 con A Spasso con Daisy: “Ogni attore aveva sei parrucche e per ogni parrucca mi erano occorsi nove giorni di lavoro. I capelli venivano cuciti con l’uncinetto, uno alla volta” era stampato nel vocabolario alla voce talento e tradizione. Un bisnonno di Manlio, Giuseppe, aveva fondato a Roma nel 1874 le Parrucche Rocchetti.
Come sede aveva scelto Largo Pozzo delle Cornacchie, proprio nel quadrilatero ai confini con Piazza Navona che quasi un secolo dopo vedrà incontrarsi quotidianamente registi, impresari e attori nei bar in fronte alla fontana dei Quattro fiumi per far confluire le diverse esperienze. Tra chi offriva una parte e chi trovava un ingaggio, negli anni 60, con i suoi occhi azzurrissimi, c’era anche Manlio Rocchetti.
Esordì grazie all’aiuto dello zio con Le Streghe, il film collettivo prodotto da Dino De Laurentiis in cui dividendosi tra i desideri di Bolognini, quelli del Pasolini di La terra vista dalla luna e Visconti, Rocchetti truccò Alberto Sordi, Silvano Mangano, l’ultimissimo Totò, Annie Girardot e Clint Eastwood ed ebbe il proprio battesimo professionale con la protezione benevola di gente del valore di Garbuglia o di Pierino Tosi. Poi Rocchetti camminò con le sue gambe e macinò chilometri senza più fermarsi.
Lavorò moltissimo in Italia all’epoca bella di una Cinecittà forte e credibile: “C’era un’industria da 250-300 film l’anno” e poi – raccontò qualche anno fa – emigrò negli Usa e sbarcò a Hollywood: “Grazie a Leone e a C’era una volta in America. Invecchiai De Niro proprio come voleva Sergio e iniziai a lavorare con le grandi produzioni americane”. Gli attori più importanti del cinema internazionale, volevano farsi manipolare dal Sor Manlio, dall’artigiano, anzi dal maestro che come gli dissero: “Sapeva essere leggero e truccare senza dare l’impressione di essere mai intervenuto”.
Gli piaceva pensare di essere partito dall’ultimo gradino, gli piaceva l’idea della gavetta e a chi legava improvvidamente il suo mestiere alla bellezza fino a farne sinonimo, Rocchetti pazientemente spiegava che tutti gli attori intelligenti che aveva conosciuto una sola cosa gli avevano chiesto: “Trasformami in quello che vuole il regista”. Rocchetti eseguiva mettendoci invenzione e umanità: “Stando così a contatto con gli attori è fondamentale cercare di avere con loro un bel rapporto personale”. Laura Delli Colli, presidente dei giornalisti cinematografici, avrebbe voluto riunire Rocchetti e i tanti altri italiani che dal dopoguerra avevano conquistato un Oscar per i 70 anni dei Nastri d’Argento in un grande evento previsto per marzo in cui omaggiare Bertolucci, Sorrentino, Tornatore, Ennio Morricone e tutto il resto della valorosa brigata.
Manlio Rocchetti ha deposto le armi e purtroppo non ci sarà. A noi spettatori toccherà riconoscere il mestiere di un’eccellenza silenziosa nei pazienti trasfigurati di Shutter Island e in una smorfia di Robert De Niro, David “Noodles” Aaranson le verità della vita passate direttamente in cinemascope sul grande schermo. “Il tempo non può scalfire”, dice De Niro. E sembra di vedere tutti i film che si sono giovati della mano di Rocchetti, in un’unica sequenza, da quelli degli esordi agli ultimi. Tutti studiati, provati, sudati nel laboratorio di famiglia come ieri, come domani. Agli studenti che seguivano i suoi corsi, Rocchetti raccomandava di studiare: “Se non ti aggiorni risulti vecchio – diceva – se non ti evolvi sei perduto”.