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 2017  gennaio 11 Mercoledì calendario

GRUPPI PARLAMENTARI, UN’ACCOZZAGLIA DA 17,5 MILIONI

Se il progetto di alleanza tra il capo di un partito che vuole uscire dall’euro (Beppe Grillo) e quello di un movimento europeista (Guy Verhofstadt) vi sembra inspiegabile, è solo perché non siete avvezzi alle contorsioni che dominano il Parlamento europeo. Ultimo esempio di cronaca: all’indomani del fallimento dell’alleanza tra M5S e Alde, il Partito popolare europeo ha cercato subito di approfittare del momento di confusione.
Il capogruppo Manfred Weber, tedesco, ha pubblicato il testo del contratto segreto firmato a inizio legislatura tra i capi dei Popolari (Weber) e dei Socialisti (Martin Schulz) per spartirsi la presidenza del Parlamento, la prima metà di legislatura al centrosinistra, la seconda al centrodestra. I due partiti concorrenti fanno un accordo di cartello per governare e un altro, con i liberali di Alde, per tenere i movimenti anti-sistema e i radicali di destra e sinistra “non possono essere autorizzati ad avere influenza sulle decisioni del Parlamento”. Quindi Verhofstadt avrebbe tradito il patto, ma pure Gianni Pittella che si è candidato per i socialisti invece che lasciare la presidenza del Parlamento al popolare Antonio Tajani.
La politica nazionale è complicata, ma a Bruxelles e Strasburgo alle differenze di partito si sommano quelle nazionali. Però tutto l’Europarlamento è organizzato su gruppi parlamentari che, dovendo contare almeno 25 deputati di sette Paesi diversi, generano spesso compagini eterogenee e ingovernabili. E ora che si è incrinata la grande coalizione tra socialisti e popolari, il caos sembra l’unico orizzonte rimasto.
Il mandante dell’opposizione interna ad Alde che ha fatto fallire il piano di Verhofstadt, per esempio, pare essere il politico centrista francese François Bayrou. Dentro Alde però non ci sono solo i post-democristiani, ma anche il movimento euroscettico ceco Ano 2011 (Azione dei cittadini insoddisfatti) il cui fondatore Andrej Babiš è contro l’euro.
Finché le elezioni saranno europee ma su base nazionale, la scarsa omogeneità ideologica condannerà il Parlamento europeo a sembrare un collage mal riuscito. Nel 1979, alle prime elezioni dirette, Marco Pannella ha provato a ribellarsi a questa logica. Il leader radicale ha promosso il “Gruppo tecnico di coordinamento e difesa dei membri e dei gruppi indipendenti”, ne faceva parte anche Altiero Spinelli. Ma è durato una sola legislatura. E quando nel 1999 i Radicali tentarono l’esperimento di un “gruppo tecnico” tra lista Bonino, Lega Nord e Front National di Jean Marie Le Pen, il Parlamento europeo lo sciolse. I gruppi devono essere politici, non possono essere accozzaglie. Un principio poi sempre tradito. Perché il gruppo serve, poco importa quanto pasticciata è la sua composizione. Non solo per avere tempo di parola in aula, per seguire almeno con relatori “ombra” i dossier e per puntare alle cariche istituzionali, in commissione o del Parlamento (tipo le vicepresidenze). Ci sono molti soldi: secondo la stima del think tank OpenEurope, un gruppo parlamentare vale 17,5 milioni di euro in una legislatura. E poi ci sono le risorse per le fondazioni affiliate ai partiti. Perdere posizioni e risorse può compromettere il senso di un’elezione a Bruxelles (e Strasburgo, la doppia sede rimane). E tutto è valido per raggiungere l’obiettivo. A cominciare dalla più italica delle tecniche parlamentari, il trasformismo.
Due giorni dopo la sua elezione nel 2014, per esempio, Joëlle Bergeron è passata dal Front National dove militava da 40 anni e che l’aveva eletta al gruppo Efdd di Nigel Farage e dei 5Stelle. Un pentimento politico? Forse, ma ha dato un aiuto a raggiungere la rappresentanza di sette Paesi necessaria alla formazione del gruppo. Un anno dopo le elezioni, invece, Marine Le Pen è finalmente riuscita a formare il proprio gruppo parlamentare, quello degli anti-europei più radicali, “Europa delle nazioni e libertà”. L’aiuto decisivo è arrivato dall’adesione di Janice Atkinson, una deputata che era stata sospesa dallo Ukip per uno scandalo di spese pazze. I due nemici dell’Europa si sono scambiati un parlamentare per attingere ai fondi europei. Sintesi perfetta della distanza tra la forma e la sostanza nelle istituzioni europee.
La confusione aumenta poi quando si guarda ai partiti europei dal lato dei capi di governo che si riuniscono nel Consiglio europeo: nel Ppe sono affiliati tanto la cancelliera Angela Merkel quanto il presidente autocrate dell’Ungheria Viktor Orbàn, imbarazzante vicino di tavolo ai summit almeno quanto lo era Silvio Berlusconi, altro “popolare”. Alle ultime elezioni del 2014 il sistema degli spitzenkandidaten, cioè di candidati alla presidenza della Commissione scelti dai partiti (sottoposti poi agli elettori) e non dai capi di governo, avrebbe dovuto segnare la nascita di una vera politica europea. Con schemi e regole simili a quelle nazionali, dunque più facile da comprendere. Ma resta ancora parecchio da fare.