VARIE 9/1/2017, 9 gennaio 2017
APPUNTI PER GAZZETTA - GRILLO SALTA LA BARRICATA E SI FA EUROPEISTA ROMA - È durato solo un giorno
APPUNTI PER GAZZETTA - GRILLO SALTA LA BARRICATA E SI FA EUROPEISTA ROMA - È durato solo un giorno. Il 78,5% degli iscritti M5s ha detto Sì al passaggio del Movimento all’eurogruppo di Alde in Europa. Alle 12 si è chiusa la consultazione indetta ieri a sorpresa da Beppe Grillo per decidere se accettare di cambiare schieramento dentro il Parlamento europeo, passando dagli euroscettici di Efdd, gruppo del grande protagonista della Brexit Nigel Farage, all’Alde, gruppo a vocazione fortemente europeista, di centro, sostenuto in questi anni da figure come Romano Prodi e Mario Monti. Ma in serata il capogruppo dell’Alde, Guy Verhofstadt, ha annunciato la rinuncia all’alleanza con il M5S. "Sono arrivato alla conclusione che non ci sono sufficienti garanzie di portare avanti un’agenda comune per riformare l’Europa" ha dichiarato l’ex premier belga aggiungendo che "non c’è abbastanza terreno comune per procedere con la richiesta del Movimento 5 Stelle di unirsi al gruppo Alde". "Rimangono differenze fondamentali sulle questioni europee chiave". Poco dopo, sul blog di Beppe Grillo la prima reazione: "L’establishment ha deciso di fermare l’ingresso del MoVimento 5 Stelle nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo. Questa posizione ci avrebbe consentito di rendere molto più efficace la realizzazione del nostro programma. Tutte le forze possibili si sono mosse contro di noi. Abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima. Grazie a tutti coloro che ci hanno supportato e sono stati al nostro fianco", commenta il leader dei 5Stelle. L’accordo sembrava certo, anzi, addirittura sottoscritto già il 4 gennaio. Tra i temi principali, sottolineati ieri nel post di Beppe Grillo, c’erano la "riforma dell’eurozona" oltre che "i diritti e libertà". Anche i liberali francesi stavano remando contro. L’obiettivo, aveva spiegato la capo delegazione Marielle de Sarnez, era arrivare al voto di domani sera con almeno un terzo del gruppo contro l’intesa: 23 voti su 68 (per approvare la modifica del gruppo serve la maggioranza di due terzi). A essere contrari erano anche i tedeschi. "Molti di noi - ha spiegato de Sarnez - non possono concepire che un gruppo che ha sempre fatto della coerenza europeista la sua bandiera possa fare una scelta come quella di accogliere il movimento politico di Beppe Grillo". Che aveva già dato l’addio a Farage con una lettera aperta scritta sia in italiano sia in inglese e pubblicata sul suo blog. "Le nostre strade si sono divise" dice nel post dove sottolinea la decisione del M5S di andare in un nuovo gruppo politico nel Parlamento europeo da dove "poter affrontare con più concentrazione le prossime sfide". "’Alleanza empia’. Da liberali francesi e tedeschi sberle a grillo. Base m5s in subbuglio per la svolta europeista. Inversione a u riuscita male" scrive su Twitter Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati. Così su Twitter il professor Paolo Becchi, una volta considerato ideologo del Movimento 5 Stelle. All’interno del Movimento intanto Luigi Di Maio lasciava intravedere nella scelta del Movimento una mossa "tecnica". "Nell’Europarlamento la scelta del gruppo è una questione tecnica - afferma il vicepresidente della Camera - vedrete le nostre scelte quando voteremo. Se l’adesione a un gruppo fosse per affinità politica, allora avremmo sbagliato gruppo". Di Maio ribadisce il programma dei 5Stelle per l’Europa: "Siamo contrari agli Stati Uniti d’Europa nel lungo periodo e vogliamo subito un referendum sull’euro". La votazione. Sul blog di Grillo in mattinata si legge che "hanno partecipato alla votazione 40.654 iscritti certificati. Ha votato per il passaggio all’Alde il 78,5% dei votanti pari a 31.914 iscritti, 6.444 hanno votato per la permanenza nell’Efdd e 2.296 per confluire nei non iscritti". Il gruppo del Movimento 5 Stelle si iscriverà, dunque, ad Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa, presieduto dal belga Guy Verhofstadt nel Parlamento europeo, lasciando il gruppo creato a inizio mandato con l’Ukip di Nigel Farage e altri raggruppamenti minori. Giochi fatti. Beppe Grillo, arrivato ieri sera a Bruxelles, questa mattina ha incontrato con Verhofstadt. Il confronto si è tenuto alle 11 in punto nell’ufficio dell’esponente Alde in corsa per la presidenza dell’Europarlamento. La bozza. L’euro va mantenuto ma non basta, servono una nuova governance, si legge nella bozza. "Negli ultimi dieci anni - continua il testo - la nostra moneta unica ha dimostrato di essere stabile e resistente agli shock esterni, ma non è stata all’altezza nel rafforzare la nostra economia e il raggiungimento della convergenza tra le economie nazionali". Perciò, prosegue il documento, "abbiamo bisogno di costruire intorno alla moneta comune un sistema in grado di assorbire shock economici nella zona euro". Insomma niente cancellazione dell’euro, quando piuttosto un tagliando: "Abbiamo anche bisogno di rivedere - prosegue il testo - il modo in cui vengono monitorati i bilanci nazionali, e di introdurre un nuovo codice di convergenza che si concentri sulle riforme significative e garantisca il valore della moneta nella spesa dei servizi pubblici invece che sui numeri di bilancio". Malumori. A livello di gruppi parlamentari "romani" e di base militante stellata, malumori si erano manifestati già ieri, con alcuni eloquenti commenti di eletti 5 Stelle sui social. Chiaro il senatore piemontese Marco Scibona: "Meglio soli che male accompagnati", sulla stessa lunghezza d’onda il suo collega calabrese Nicola Morra, che su Facebook ammoniva: "Siamo nati per essere una rivoluzione culturale prima ancora che politica" e "la solitudine della marcia non ci spaventa!". Ancora più tranchant Carlo Sibilia, componente del defunto direttorio, che aveva lanciato su Fb un vero e proprio appello al dissenso: "Decidete se meglio soli o male accompagnati e un po’ ipocriti". Tra le curiosità, il commento di una attivista 5 stelle favorevole all’accordo con l’Alde, che nella bacheca di sibilia ha scritto: "Dobbiamo difenderci dal ttip", trascurando la questione non di dettaglio che l’Alde è favorevole al Ttip. Rinvii. In settimana potrebbero scendere a Roma Grillo e Davide Casaleggio (più probabile quest’ultimo): erano previste riunioni sul programma in vista delle prossime elezioni politiche, non esclusa anche un’assemblea congiunta. Tra l’altro perché resta da definire tutta la procedura sui candidati premier, alcuni dei quali, Luigi Di Maio e Roberto Fico, per ora si sono sfidati a colpi di dichiarazioni e di annunci di disponibilità a correre per la poltrona più ambita. Ma "col clima che c’è", dicono negli ambienti M5s, un rinvio non è escluso. DAI GIORNALI DI OGGI CORRIERE DELLA SERA Milano Lasciare gli euroscettici di Nigel Farage per entrare nel gruppo, di convinta fede europeista, dell’Alde. La proposta di far cambiare posto e alleanze ai 5 Stelle nel Parlamento Europeo l’ha lanciata ieri, sul blog, Beppe Grillo. L’ultima parola spetta adesso alla Rete: si chiude oggi il voto online tra gli iscritti al M5S, cominciato ieri. A sorpresa. Perché la svolta, sebbene di un divorzio dall’Ukip si parlasse da tempo, ha spiazzato anche gli stessi eurodeputati: «Eravamo tutti all’oscuro», ha spiegato uno di loro, Marco Affronte. E ha spaccato la base, divisa nei commenti sul blog. A far maturare la decisione di cambiare alleanza, spiega Grillo, è stata la Brexit: Farage ha lasciato la guida del partito e i suoi sono troppo impegnati sul futuro del Regno Unito. Pochi, poi, i voti su cui inglesi e Cinquestelle si sono trovati d’accordo. Molti invece, per il leader, i vantaggi del possibile accordo con l’Alleanza dei democratici e liberali guidata da Guy Verhofstadt, con la quale è aperto un negoziato: «L’Alde conta 68 eurodeputati e con la presenza del M5S diventerebbe la terza forza del Parlamento Ue». Aumenterebbe il «peso specifico» e «il Movimento manterrebbe piena autonomia», specifica Grillo, che elenca però possibili battaglie comuni: semplificazione, ricollocamenti per risolvere l’emergenza immigrazione, green economy e digitale. Ma il dibattito ieri, dentro il Movimento e tra gli avversari, si è concentrato invece sulle numerose battaglie su cui Alde e 5 Stelle sono su fronti opposti: euro, austerità, rapporti con Putin e Trump, il trattato di libero scambio Europa-Usa, il Ttip, che ha Alde tra i più accesi sostenitori e i grillini tra i più acerrimi nemici. E sono state citate le parole comparse sul blog dei 5 Stelle dove, nel 2015, Verhofstadt era definito «impresentabile» e «incarnazione dell’euroStatocentrismo». Accanto a quelle con cui l’Alde, nel 2014, giudicava il programma del Movimento «irrealistico e populista». «Come eurodeputato M5s non ne sapevo niente, ho appreso la notizia con sorpresa e sconcerto», ha scritto Marco Zanni su Facebook, che ha criticato un metodo che «non ha nulla a che fare con la democrazia diretta». Zanni, così come il collega Affronte, ha votato per non cambiare. Anche i parlamentari romani sono divisi. «Decidete se meglio soli o male accompagnati e un po’ ipocriti», ha scritto il deputato Carlo Sibilia, ex membro del direttorio, che nota come Alde «ha boicottato tutte le candidature del M5S alle commissioni». Danilo Toninelli sottolinea invece come «in Alde avremo nostra autonomia e comunque votiamo se entrarvi». Ma la base è spaccata: «Se è uno scherzo è divertente; si va a ingrossare il gruppo più ultraliberista della Ue. Grazie ma no», si legge tra i commenti sul blog. Farage attacca: «È illogico per M5S unirsi agli eurofanatici di Alde». Gli avversari, in Italia, si scatenano. Matteo Salvini scrive su Twitter: «Incredibile il voltafaccia europeista di Grillo! Per qualche poltrona in più a Bruxelles, i 5stelle abbandonano un gruppo euroscettico per entrare nell’Alde». Per Gianluca Susta, del Pd, ex Alde, l’accordo «puzza di vecchia politica, il M5S appoggia l’elezione di Verhofstadt a presidente del Parlamento e quest’ultimo legittima il M5S». Oggi a mezzogiorno si chiude il voto. Tre le scelte: andare con Alde, restare nell’Ukip, o andare da soli, nel misto. Ma si perdono, avverte Grillo, «diritto di parola» e «fondi da spendere sul territori». Renato Benedetto INTERVISTA A UNA DELL’ALDE LUIGI OFFEDDU I Cinque Stelle sono pericolosi, come dice una parte dei loro oppositori? «Sono i nazionalismi ad essere pericolosi, chiunque se ne serva e in qualunque Paese. Vale anche per la Gran Bretagna, la Francia, la Germania. Non è un problema che riguardi solo Grillo o l’Italia. Ma sia chiaro, va ripetuto: i nazionalismi, tutti, sono pericolosi». Sylvie Goulard, eurodeputata dell’Alde e autrice di libri come «Goodbye Europe» o «La democrazia in Europa: guardare lontano» scritto con Mario Monti, conosce molto bene l’Italia e la sua politica interna. Che cosa risponderebbe alle «offerte» di Grillo, se confermate dal voto on line della base e se toccasse a lei rispondere a nome dell’Alde? «No. La mia risposta sarebbe: no». Eppure — c’è chi lo dice — Grillo molla Farage, che è un populista anti-europeista, dunque Grillo non è più un populista anti-europeista... «Bel sillogismo. Ma se ho letto bene le ultime dichiarazioni di Grillo, lui ha reso ancora omaggio a Farage per lo “straordinario successo”, che ha avuto con la Brexit e la disintegrazione della Ue. Quindi, nei principi, resta con lui». Non nei fatti, però: se tutto va come previsto, i Cinque Stelle escono davvero dal gruppone euroscettico Efdd. «Sì ma lo fanno non per motivi ideali, ma perché pensano che quel gruppo non abbia più abbastanza influenza o soldi, cioè lo fanno per interesse. E cercano qualcun altro che possa garantire gli stessi fondi, la stessa influenza. Mi sembra che questo venga detto abbastanza chiaramente». I temi che dividono voi liberaldemocratici da loro sono molti, lo avete ripetuto da entrambi i fronti. Ma qual è il contrasto insormontabile? «Questo: il fatto che l’Europa richiede uno spirito di compromesso tra frontiere. E i nazionalisti non lo hanno. Certo, in ogni Paese esiste la tentazione di dare la priorità alle esigenze interne, ma il concetto di Europa esige che l’interesse comune vada messo al di sopra di tutto. È molto facile per Roma o Madrid dar la colpa alla signora Merkel, o per la signora Merkel dar la colpa ai Paesi del Sud. Ma l’Ue, come venne immaginata e poi costruita, non è questo». E il referendum sull’euro? Ora qualcuno dice che Grillo potrebbe accettare di negoziare su questo... «Guardi, io non voglio entrare in nessun negoziato. La minaccia del referendum è un elemento importante. Ma anche senza quella, se la finanza globale europea deve avere solo regole nazionali, allora non funziona proprio più nulla». INTERVISTA CON GRILLINO CHE VUOLE RESTARE NEL MISTO Nel Movimento c’è chi sceglie anche la terza via. Né con Alde né con Efdd e rivendica una posizione di indipendenza. Tra questi anche Nicola Morra, che ricorda come la sua posizione di fatto non sia cambiata dal 2014 e sulla nuova possibile alleanza chiosa: «Io degli accordi con gli altri partiti non mi fido». Senatore come voterà? Lo può anticipare? «Per il gruppo misto o meglio dei non iscritti. Come ho fatto anche in passato. Meglio soli che male accompagnati, anche se il regolamento del Parlamento di fatto penalizza chi voglia mantenere la sua identità». Cosa non le piace del passaggio all’Alde? «Le loro posizioni fortemente a favore di quest’Europa, euriste e liberiste senza freni. Ovviamente anche Beppe la pensa così, ma si fida dell’accordo di indipendenza stipulato con Alde. Ma io degli accordi con gli altri non mi fido». Rimanere senza gruppo non potrebbe portare all’irrilevanza politica? «La coerenza conta più della rilevanza politica per il M5S. È mantenendola che vinceremo, essendo realmente rilevanti, perché la testimonianza che daremmo sarebbe straordinaria a livello simbolico». Come si era espresso nel 2014? «Per il misto». Non ha cambiato idea col tempo? «No, ripeterei la scelta». La scelta di un gruppo in un’Europa sempre più legata alle istituzioni Ue e alle scelte di Bruxelles non è fondamentale? «Incidere è importante, ma ricordiamoci che il Parlamento Ue non ha impulso legislativo; se i presupposti per un matrimonio non ci sono, non si può che accettare la condizione impressa nel nostro dna: esser soli contro tutti a promuovere il cambiamento di un’Europa che sta franando sempre più». Affronterete anche la questione europa nel blitz imminente di Grillo e Casaleggio a Roma? «Non sarò a Roma perché sto seguendo questioni importanti sul territorio». E. Bu. MASSIMO GIANNINI SU REPUBBLICA NAZIONALE - 09 gennaio 2017 CERCA 1 di 44 9/1/2017 Prima QUAL È L’ANIMA PENTASTELLATA MASSIMO GIANNINI NATALE a Malindi non è un cinepanettone, ma la vacanza che ha galvanizzato Beppe Grillo. Non tanto per la sortita pauperistica non proprio coerente, quanto per le “svolte” che il leader dei Cinquestelle deve aver maturato laggiù, a bordo piscina con Flavio Briatore. Prima la “virata lepenista” sugli immigrati, che vanno espulsi “domattina” se irregolari. Poi la “sterzata garantista” sugli indagati, che non hanno più obbligo di dimettersi. Subito dopo la “sparata maoista” sui media, che vanno processati da una giuria popolare. Adesso arriva la “retromarcia europeista” sulle alleanze al Parlamento di Strasburgo: addio ai nazionalisti inglesi di Nigel Farage, che dopo Brexit non hanno più voce in capitolo, e gruppo unico con i liberali di Guy Verhofstadt, che invece sono giovani e forti. Cosa hanno in comune i pentastellati, finora nemici giurati dell’Europa matrigna e fautori del referendum per tornare alla lira, con i “lib-dem”, da sempre i più euro-entusiasti e federalisti dell’assemblea di Strasburgo? SEGUE A PAGINA 23 COSA lega Grillo, feroce castigamatti di euroburocrati e banchieri, e Verhofstadt, collega ed amico di Juncker e Mario Monti? Nulla, dal punto di vista politico e culturale. Fino a pochi mesi, nella galassia cinquestelle, i più moderati consideravano il presidente dei liberali europei una specie di Al Capone, coinvolto nei loschi traffici della Spectre finanziaria globale. E allora, che succede al Movimento? Perché questa ennesima svolta, per di più contro-natura, che spinge il capo supremo a una contaminazione così evidente e compromettente con un “diverso da sé”? Al di là della collaudata spregiudicatezza del comico genovese, la prima spiegazione, senz’altro la più semplice, è di natura tattica. Grillo capisce che a Roma Virginia Raggi sta perdendo la Guerra Capitale, e dunque servono continue armi di distrazione di massa che distolgano l’opinione pubblica dalla penosa “House of Cards de’ noantri” inscenata al Campidoglio. Ma sarebbe troppo facile liquidare così un testacoda identitario comunque traumatico, per una base grillina che già manifesta il suo malessere di fronte alla “verginità perduta”. C’è allora una seconda spiegazione, sicuramente più complessa, che è invece di natura strategica. Grillo sa che siamo ormai in pieno ciclo elettorale. In Europa: quest’anno voteranno gli olandesi, i francesi e i tedeschi. In Italia: urne anticipate o no, la Consulta a febbraio aprirà la strada a un proporzionale corretto, se i partiti non riusciranno a risuscitare il Mattarellum. I Cinquestelle non se la possono cavare riproponendo ai cittadini il loro “onesto dilettantismo”: può bastare se il tuo orizzonte è l’opposizione, non te ne fai nulla se ti candidi a guidare il Paese. Per questo il Movimento di lotta deve dare almeno qualche segnale di sapersi ripensare come forza di governo. L’alleanza con i liberali in Europa, con tutti i suoi limiti evidenti e le sue contraddizioni patenti, riflette questo tentativo. Il lessico usato da Grillo, nel post con il quale chiede agli elettori di votare la proposta sul web, è indicativo. Al di là di qualche evocazione onirica tratta direttamente dalle brochure della Casaleggio & Associati («dobbiamo dar vita a una nuova identità europea, il Direct Democracy Movement...») si parla molto più pragmaticamente della forza numerica di un gruppo che, unito, avrebbe quasi novanta eurodeputati, e che quindi «conterebbe molto». Si parla della volontà di acquisire «un peso specifico nelle scelte che si prendono» e di rappresentare «l’ago della bilancia su decisioni importanti». Si parla dell’opportunità di intervenire «nelle sessioni plenarie, nella conferenza dei presidenti» e di «seguire l’iter legislativo come autori dei regolamenti Ue» e di provvedimenti decisivi per l’establishment e per i cittadini europei. Si parla della necessità di non «occupare una poltrona con le mani legate ». Per la prima volta, verrebbe da dire, i grillini sembrano voler fare nel Parlamento di Strasburgo quello che non hanno mai voluto fare in quello di Roma: politica. I prossimi giorni diranno se questa presunta “rivoluzione liberale”, per Grillo, è davvero il primo atto di realismo o solo l’ultimo episodio di opportunismo. Vedremo. Ma senza nutrire troppe illusioni. E senza dimenticare ciò che insegnano i maggiori studiosi del fenomeno, da Pierre- André Taguieff a Paul Taggart: giudicato sul piano “tecnico” e spogliato da ogni criterio valutativo, il populismo ha da sempre «un’essenziale capacità camaleontica». Il populismo «è senz’anima». E dunque: qual è l’anima pentastellata? A quale diavolo sono disposti a venderla, per dimostrarsi pronti a governare? ©RIPRODUZIONE RISERVATA ANNALISA CUZZOCREA SU REPUBBLICA ANNALISA CUZZOCREA ROMA. La mossa di lasciare il partito euroscettico di Nigel Farage e cercare un’intesa con i liberali filoeuropeisti di Guy Verhofstadt è stata decisa a tavolino nella sede della Casaleggio Associati. E a farlo sono state tre persone: Davide Casaleggio e Beppe Grillo, ovviamente (che oggi saranno a Bruxelles). Insieme all’unico europarlamentare che fino a ieri ne era a conoscenza, David Borrelli, triumviro - insieme a Casaleggio e Max Bugani - dell’associazione Rousseau. La struttura che dalla morte di Gianroberto Casaleggio gestisce il cuore pulsante dei 5 stelle: la piattaforma software e il crowdfunding. È una mossa strategica che porterà al Movimento più fondi e peso all’interno del Parlamento europeo. O anche - malignano a Bruxelles - una vicepresidenza per la quale starebbe studiando l’eurodeputato romano Fabio Massimo Castaldo. Ma è soprattutto una decisione che sposta i 5 stelle dallo scacchiere dei movimenti di protesta a quello di chi si prepara a governare e cerca convergenze con mondi finora combattuti. La scelta di tenere all’oscuro gli altri europarlamentari è stata fatta per evitare fughe di notizie. Tutti erano al corrente delle trattative per lasciare Ukip, partite già a settembre dopo numerosi scontri interni. Nessuno sapeva della decisione di Grillo di andare in direzione opposta a quella dettata dai 7 punti del programma con cui i 5 stelle si erano candidati a Strasburgo. Così, si vota on line all’improvviso, tacendo informazioni che - per una volta rivelano i parlamentari più arrabbiati. Il primo a intervenire è l’ex esponente del direttorio Carlo Sibilia che - sui social - ricorda come l’Alde sia un partito che aveva definito il programma 5 stelle «profondamente anti europeo, irrealistico e populista». E non basta che Guy Verhofstadt cancelli - come ha fatto ieri - il post Facebook in cui diceva che nessun partito responsabile avrebbe dovuto accogliere la pattuglia grillina. Perché le posizioni dell’Alde, il Movimento, le conosce bene per averle sempre contrastate: a partire dall’appoggio al Ttip, il trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti. «Meglio preservare la nostra identità che andare in un gruppo che ci ha massacrato fino a ieri», spiega Sibilia. «E poi che scelta politica è? Farage vince con la Brexit e appoggiando Trump, e noi lo molliamo? Non capisco». Non capiscono in molti. Come il senatore Nicola Morra che twitta «meglio soli che male accompagnati, anche in Europa». Insieme a un altro senatore come Marco Scibona. E ai deputati Ivan Della Valle, Mirella Liuzzi, Tiziana Ciprini, Giuseppe Brescia, oltre ai palermitani “sospesi” Claudia Mannino e Riccardo Nuti. Non capiscono gli iscritti che riempiono di critiche il post sul blog e le pagine Facebook di chi lo rilancia, come il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio. Chi è vicino ai vertici prova a rassicurare: «È un’alleanza funzionale, non politica». «Non svenderemo i nostri valori», dice Manlio Di Stefano. «Manterremo la nostra libertà di voto», spiega l’europarlamentare Ignazio Corrao. Ma un altro eurodeputato, Marco Zanni, mette nero su bianco l’assurdità dell’essere stati tenuti all’oscuro. E nelle risposte a chi lo critica dice chiaro: «A parte quello di estremamente schifoso che rappresenta Alde, qui prima di tutto è il metodo che non va».«Questa non è democrazia». Una rivolta. Neanche silenziosa. «La verità - spiega l’ex capo comunicazione in Europa Claudio Messora - è che l’Alde non è come l’Ukip. Due anni fa erano stati chiari: se si sta insieme si condividono gli stessi valori, chi vota in dissenso è fuori. Ora l’M5S che farà? Non voterà alla presidenza il suo nuovo capogruppo Guy Verhofstadt? Questa svolta è stata preparata: prima gli incontri di Di Maio con i lobbisti, poi il pranzo all’Ispi con Monti, i complimenti in tv dell’ex premier a David Borrelli. E la modifica in una notte del post in cui definivano l’euro “il cappio al collo da cui liberarsi”. Cancellato. L’obiettivo - dice Messora - è diventare una nuova grande Dc». Il dissenso in realtà è ampio, ma per com’è fatto il post - con tre opzioni tra cui scegliere - è facile che gli oppositori si spacchino in due. E che prevalga la scelta dei vertici. NAZIONALE - 09 gennaio 2017 CERCA 2/3 di 44 9/1/2017 Le scelte dei partiti “Si allea con gli ultrà della Ue di certo perderà consensi” ENRICO FRANCESCHINI L’INTERVISTA.1 / NIGEL FARAGE, LEADER DELL’UKIP DAL NOSTRO CORRISPONDENTE LONDRA. «Con scelte simili, sono pronto a scommettere che il Movimento 5 Stelle perderà consensi». È la reazione di Nigel Farage alla decisione di Beppe Grillo di mettere fine all’alleanza tra il Movimento 5 Stelle e lo United Kingdom Independence Party (Ukip) al parlamento europeo. Un’unione che in Italia ad alcuni era sembrata subito una sorta di patto col diavolo: formare un gruppo parlamentare con un partito britannico che è stato spesso accusato di xenofobia e ultra nazionalismo, pur di contare di più a Strasburgo. Ma per più di due anni l’alleanza aveva funzionato senza problemi. Adesso chiaramente qualcosa è cambiato, anche se il capo dell’Ukip non riesce a spiegarsene il motivo. Ha sentito il leader del Movimento 5 Stelle? «Sono stato in contatto con Beppe Grillo e mi sono assai complimentato con lui sulla linea sempre più dura presa dal suo Movimento sull’euro e sulle questioni dell’immigrazione». Come valuta la dichiarata intenzione di rompere l’alleanza con voi e di unirsi a un altro gruppo al parlamento europeo, come l’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa? «Da un punto di vista politico, sarebbe completamente illogico per il Movimento 5 Stelle scegliere di unirsi al gruppo più fanaticamente filo-europeo del parlamento di Strasburgo. L’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa non appoggia l’uso dei referendum, né il fondamentale principio della democrazia diretta. E l’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa è anche la voce più forte all’interno del parlamento europeo a favore della creazione di un esercito della Ue. Tutte posizioni in contrasto con quelle del Movimento 5 Stelle, mi pare». Se effettivamente il Movimento 5 Stelle romperà con l’Ukip e si unirà all’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa, che cosa prevede per il partito di Grillo? «Ho il sospetto che, se il Movimento 5 Stelle entrerà a far parte dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa, il consenso per il partito di Grillo non durerà a lungo». E l’Ukip come reagirà? «Sia l’Ukip che il Movimento 5 Stelle, naturalmente, sono liberi di scegliere di rimanere parte di un’alleanza politica o di lasciarla. Certo è curioso che alcuni parlamentari europei del partito di Grillo, da quanto ci risulta, vorrebbero categoricamente restare nel gruppo Europe of Freedom and Direct Democracy, cioè insieme a noi. Ma siamo persone adulte e facciamo loro i migliori auguri». Avevate avuto avvisaglie dal Movimento 5 Stelle di quello che stava per succedere? «L’Ukip non è stato contattato preventivamente dal Movimento 5 Stelle, non sapevamo niente di questo voto indetto da Grillo per decidere con chi allearsi a Strasburgo. E per la verità non ne sapevano niente nemmeno molti parlamentari europei dello stesso Movimento». Grillo afferma, come motivazione del cambiamento, che la politica dell’Ukip è cambiata dopo la vittoria della Brexit nel referendum sull’Unione Europa del giugno scorso: è così? «Dopo il referendum, la nostra politica non è cambiata di un millimetro». IACOBONI SULLA STAMPA Ieri Nigel Farage ha contattato Beppe Grillo. Un colloquio, ha poi raccontato, nel quale si è complimentato per le recenti prese di posizione del leader M5S iper euroscettiche e molto dure sui migranti. Da quello che ha riferito - Farage ha detto di aver capito che «l’alleanza del M5S con l’Alde non durerà a lungo». Il colloquio con «Beppe» è stato totalmente amichevole, il che appare bizzarro, nel giorno di uno dei più clamorosi, ma anche intelligenti cambi di idea politici della stagione recente: il gruppo grillino passa dall’alleanza con uno dei più feroci euroscettici, il leader della Brexit, all’alleanza con un «eurofanatico», come proprio Farage definisce Verhofstadt. Ma perché avviene proprio adesso, questa svolta a trecentossessanta gradi? E poi: chi l’ha decisa, e attuata? Adesso perché la Casaleggio ha bisogno di cambiare totalmente il frame dell’informazione, che da oggi sarà centrato sui guai di Virginia Raggi (da stamattina ogni giorno potrebbe essere quello buono perché i pm interroghino la sindaca di Roma). La tragedia politica che sarebbe stato un avviso di garanzia, che poteva essere dirompente nella logica forcaiola «indagine uguale dimissioni», è stata attutita col nuovo codice etico grillino: le dimissioni non ci saranno più, per un eventuale avviso di garanzia. Senonché, rivela una fonte che ha accesso alla discussioni importanti nel Movimento, è sorto un altro problema grosso nel quale Raggi s’è infilata da sola, e che spiega quanto sia necessario ancora - per Grillo e Davide Casaleggio - coprire mediaticamente questa vicenda: Raggi potrebbe aver mentito. «Il 16 dicembre, dopo l’arresto di Marra, la sindaca, nella famosa conferenza stampa con accanto Daniele Frongia, disse che “Marra era solo uno dei 23 mila dipendenti del Comune”. È stato un grave errore non comunicativo, politico». Anche al grillino più impermeabile ai fatti risulterebbe difficile credere alla sincerità di questa affermazione della sindaca se - come sembra probabile - dalle chat tra lei e l’ex vicecapo di gabinetto venisse fuori un rapporto politico-amministrativo preferenziale tra i due. «Se Raggi avesse mentito che si fa?». Il fronte Fico-Lombardi (personaggi diversissimi, ma gli unici - per antica militanza uno, per astuzia e, a modo suo, coraggio politico l’altra) potrebbe chiedere la testa della sindaca, a quel punto proprio usando il nuovo codice: che protegge dall’avviso di garanzia, ma spiega che le dimissioni possono esser decise (fu in sostanza il caso di Pizzarotti) quando l’eletto M5S non si comporta in maniera trasparente, o peggio, mente ai «cittadini». I suoi elettori. Ossia: al popolo cinque stelle. In quest’ottica sollevare proprio oggi la questione europea è arma di distrazione di massa (dopo la storia del tribunale popolare sulle fake news). Chi ha deciso, comunque, tempistica e contenuto della svolta sull’Alde? Le impronte di Davide Casaleggio, attraverso il suo fedelissimo David Borrelli, sono ovunque. Di Maio era di certo uno dei pochi a sapere. Come probabilmente il primo capogruppo M5S in Europa, Ignazio Corrao. Borrelli ha sondato le varie opzioni di alleanza; certo è uno non amato dagli ortodossi, perché considerato troppo poco anti-europeista (in tv da Mentana disse «io ho 45 anni, sono nato e cresciuto con il sogno europeo. Il mio primo viaggio è stato un interrail in giro per l’Europa. Credo fortemente in quello che era l’Europa all’epoca»). L’obiettivo di questa mossa di Casaleggio jr è rassicurare le cancellerie europee - a Milano hanno alfin notato che, per gli osservatori stranieri, il M5S sta finendo in un ghetto, quello dei partiti xenofobi, anti-euro e filorussi. «Vogliono giocarsi il tutto per tutto alle prossime politiche, che per loro sono un “o la va o la spacca”». Il Movimento è talmente diviso, e deve tenere insieme talmente tante cose disparate che, paradossalmente, ha una sola chance: vincere a breve, costi quel che costi. Pazienza per la base, il mito delle origini, le contraddizioni e le giravolte. MARCO ZATTERIN Se la base grillina dirà «Alde», Guy Verhofstadt invierà subito il suo gruppo a valutare con spirito costruttivo le condizioni per dare il «Benvenuto» alle genti delle Cinque Stelle. Raccontano a Bruxelles che il presidente dell’Alleanza liberaldemocratica s’è persuaso che l’affare vada concluso. Sono settimane che ci lavora con David Borrelli, negoziatore di casa M5s. Pensa che sia un passo giusto e fattibile. E vorrebbe chiudere. Non sarà semplice. Già ieri numerose voci di casa «Libdem» hanno tuonato contro gli aspiranti soci italiani. Un tradimento, assicurano. Eppure l’ex premier belga è convinto che la politica resti l’arte del possibile e ha un piano preciso: rompere il fronte populista e rafforzare quello riformista. Gli piace la democrazia diretta e non teme la deriva antisistema. E se il «sistema» europeo è quello di popolari e socialisti, in effetti, è «antisistema» da che si riesce a ricordare. Potrebbe essere la partita della vita, per Verhofstadt, che il 17 corre per la guida dell’Europarlamento (con chance relative, va detto). Dopo le due grandi famiglie tradizionali e i conservatori, l’Alde è il numero quattro dell’assemblea. Coraggioso nei proclami sociali come nella voglia di rimettere in sesto l’Ue per evitarne l’archiviazione a suffragio universale, il fiammingo si misura col futuro incerto di un gruppo schiacciato fra i Big e in discesa quanto a consensi elettorali nei ventotto stati dell’Unione. Al punto in cui siamo la prospettiva di sdoganare Grillo e tagliare il fronte populista in chiave riformista gli pare una strada da tentare. Sarebbe la mossa che farebbe saltare il gruppo del nazionalista britannico Nigel Farage, quella che attirerebbe in un nuovo mondo la sinistra della destra scettica e, in buona misura, populista. Una rivoluzione: rifare l’Europa per salvare l’Europa; ridisegnare l’Unione per avvicinarla ai cittadini. Non risulta spaventare Verhofstadt nemmeno il proclama grillino di un referendum sull’euro, da un lato perché non crede che ci si arrivi davvero, dall’altro perché ha spesso concesso che l’intera struttura che governa la moneta unica andrebbe ripensata. «Non serve un patto di Stablità che nessuno rispetta - è una sua frase tipica -, inutile un’unione monetaria priva di un bilancio comune di cui possano beneficiare tutti i cittadini». Grillo gli suggerisce una nuova identità europea da chiamare Ddm, il movimento della democrazia diretta. Verhofstadt ne è incuriosito. Non solo. Il comico genovese porta in dote 17 deputati, così l’Alde salirebbe a quota 85, scavalcando i conservatori e imponendosi come terza forza di Strasburgo, potenziale ago della bilancia anche nel voto per il rinnovo della presidenza. Farage rimarrebbe senza squadra e senza contributi, ai margini dell’assemblea, magari costretto a fondersi con l’ultradestra della Le Pen, nella quale milita la Lega, prospettiva che dopo il voto del 2014 si sforzò di evitare. L’indipendentista inglese era stato ammaliato dal leader pentastellato quando nel novembre 2013 lo incontrò a Londra per «mangiare roastbeef, bere birra inglese e parlare della vita». Nel maggio successivo si videro a Bruxelles e il patto fu sugellato, entrambi convinti di poter spaccare l’Europa «come una scatola di biscotti». Il guru grillino sapeva che sarebbe stato una relazione potenzialmente velenosa. Costretto dall’esigenza di far gruppo per ottenere i soldi e le poltrone dell’euroassemblea, costrinse Farage a una «loose association», un’alleanza aperta. Significava stare insieme per quello in cui si crede (ad esempio, le energie rinnovabili), ma autonomi sul resto (vedi il nucleare). La formula si riproporrebbe anche ora, visto che l’Alde - per dirne una - vuole il trattato di libero scambio con l’America e il M5s proprio no. I dettagli saranno oggetto di discussione, semmai. Come metterla col liberoscambio e come col federalismo di cui Verhofstadt è un profeta? A metà della legislatura europea, Grillo pensa che con Farage «non ci sia un obiettivo comune» e prova a cambiare cavallo. Come per la consultazione del 2014, l’invito a esprimersi su Internet è pilotato con motivazioni che rendono preferibile l’Alde. Acronimo cruciale, questo. L’«antisistema» con la barba diventerebbe liberale e democratico, «libdem» per dirla in modo chic. Come un tempo a Strasburgo furono Letta e Rutelli. Chi l’avrebbe mai detto? Verhofstadt attende l’esito della democrazia diretta. Se sarà il caso, nel pomeriggio potrebbe affrontare i suoi che brontolano parecchio. Cercherà di convincerli in fretta. Grillo è pronto a salire stasera con Casaleggio Jr. nell’odiata capitale europea. La francese Goulard ha già detto che è una follia. Non è solitaria. Ci sarà battaglia nel gruppo. Chi conosce il fiammingo lo dipinge disposto ad andare in fondo. E’ una partita pericolosa. Ma non giocarla, è la sua convinzione, potrebbe essere molto peggio. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI BRESOLIN Marginalizzati con l’Ukip Ora qualche poltrona possibile Marco Bresolin Molto attivi, sempre presenti, ma assolutamente ininfluenti. Non si potrebbero definire diversamente i 17 eurodeputati del Movimento 5 Stelle tra i banchi del Parlamento Europeo. Un’avventura iniziata nell’estate del 2014 con il discusso matrimonio con lo Ukip di Nigel Farage che ha portato alla nascita del gruppo Efdd (con cui i grillini hanno condiviso il 50% delle votazioni: un dato a dire il vero molto basso, ma certamente superiore al 20% di cui parla Beppe Grillo nel suo post di ieri). Quell’alleanza - fortemente voluta dai due leader e un po’ meno da deputati e militanti - è stata pagata a caro prezzo sin da subito, creando non pochi imbarazzi in casa M5S. Già nella prima seduta dell’europarlamento i Cinque Stelle si erano dovuti dissociare dalla protesta dei britannici, che durante l’esecuzione dell’Inno alla Gioia nell’aula di Strasburgo si erano voltati di spalle. Prendere le distanze non è bastato, visto che gli altri partiti hanno subito marginalizzato tutto il gruppo Efdd, tenendolo lontano dalle presidenze di commissione e dalla vice-presidenza del Parlamento. Anche quando ha presentato candidati M5S. Rimasti senza cariche, i grillini si sono scagliati contro “la Triplice, che ha usato un metodo consociativo per occupare tutte le poltrone”. La Triplice sarebbe la coalizione formata da Socialisti, Popolari e Liberali. Gli stessi Liberali con cui ora Grillo vorrebbe allearsi. Oggi siamo infatti a metà legislatura e nelle prossime settimane è previsto il rinnovo delle presidenze: il M5S ha capito che l’alleanza con Farage vuol dire marginalizzazione, per questo la mano tesa all’Alde sembra anche un tentativo per occupare qualche casella di rilievo. I Cinque Stelle sono ai primi posti nelle classiche degli eurodeputati più dinamici nelle attività parlamentari, con una partecipazione alle votazioni che varia tra l’88% e il 97%. Ma, secondo VoteWatch, tra i 70 eurodeputati più influenti non c’è neanche un grillino. Del resto non c’è nemmeno un esponente dello Ukip, ma la partecipazione alla vita parlamentare dei britannici è decisamente inferiore: Nigel Farage - per esempio - è al penultimo posto nella classifica generale delle presenze alle votazioni con un misero 40%. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI pag. 2 di 2