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 2017  gennaio 08 Domenica calendario

ALESSANDRO BENVENUTI: «ERO COMUNISTA, MI SALVO’ IL CINEMA COMMERCIALE» – Rivisitazioni: “Io e Athina Cenci – e la prego di scrivere enormi – eravamo due enormi rompicoglioni

ALESSANDRO BENVENUTI: «ERO COMUNISTA, MI SALVO’ IL CINEMA COMMERCIALE» – Rivisitazioni: “Io e Athina Cenci – e la prego di scrivere enormi – eravamo due enormi rompicoglioni. Due cerberi terrificanti. Pedanti, molto comunisti, abbastanza ideologici e anche un po’ ossessivi con quella storia dello studio, delle prove, dell’attenzione maniacale a quel che facevamo. Lo sapevamo e sapevamo anche che dopo l’iniziale innamoramento, gli attori che si avvicinavano fuggivano perché di noi non ne potevano più. Ci stava bene. Non ci importava perché – pensavamo – non saremmo cambiati. Non cercavamo il successo facile. Quando con I Giancattivi iniziammo a calcare il cabaret eravamo talmente alternativi che non ci volevano neanche gli alternativi”. A 20 giorni dai suoi 67 anni, Alessandro Benvenuti, regista, autore, interprete, decine di titoli al cinema, in teatro o in tv, sa che le stagioni non sono state tutte uguali. Tra i teatrini con i Giancattivi e I Delitti del BarLume di Roan Johnson (9 e 16 gennaio alle 21.15 su Sky Cinema Uno) hanno trovato posto quelle savie e quelle deliranti: “In un inverno di inizio Anni 80, a Roma, dovetti decidere se farmi tagliare la luce o il telefono. Scelsi la luce perché dalla cornetta poteva sempre arrivare un ingaggio e perché di tornare sconfitto al paesello non se ne parlava. Non ne sarei più uscito. Così tirai la cinghia e quando mi trovai allo stremo venni salvato dai film commerciali”. Gegia, Sabrina Salerno, Guido Nicheli. Professione vacanze di Vittorio De Sisti, 1985, è un caleidoscopio degli Anni 80. Avevo bisogno di soldi, ero veramente ridotto sul lastrico e quindi ripartii dal fondo. Da dove non sarei mai voluto andare. Fu una grande scuola quel tipo di cinema. Anche di sofferenza. Perché? Perché in qualche modo dovevo espiare. Avevo perso il successo proprio perché non ne avevo avuto coscienza. All’epoca mi costringevo a quotidiani esercizi volti a massacrarmi. Per 3 volte al giorno mi imponevo di comportarmi diversamente da come mi sarei comportato nella normalità. Una sorta di calvario a cui mi sottoponevo in maniera lucida e volontaria. Mi violentavo, ma non mi chiudevo nella torre. Mi facevo male, ma non mi ammazzavo. Volevo vivere e per vivere si fanno tante cose. Volevo lavorare e provavo a farlo in qualunque contesto con grandissimo impegno e dignità. Poche volte mi sono sentito veramente imbarazzato: una gliela racconto perché è bellina. Dica. Per Carabinieri si nasce mi vestirono da Rambo e mi misero tra i bagnanti di Forte dei Marmi. Era agosto, sulla spiaggia passava gente che conoscevo e per il ridicolo mi sentii morire. La regia era di Mariano Laurenti, aiuto di Risi e di Steno, poi caposcuola dei film con infermiere, liceali e ripetenti. Un uomo delizioso, anzi un gentiluomo. Alle ragazze, a fine scena, regalava sempre una rosa rossa. Quanto durò quel suo momento di difficoltà? Tra l’83 e l’86, l’anno in cui finalmente cominciai a rivedere un po’ di serenità. Ma alle difficoltà ero preparato. Venivo da una famiglia operaia e con l’idea di perdere tutto in fondo avevo sempre convissuto. Farsi strada da soli e non avere aiuti da parte di nessuno è una bella cosa. Ti dà equilibrio. Vedi le luci quando sono vero spirito, non lampadine per illuminare la stanza. Prima di allora, in tv con i Giancattivi, lei aveva raggiunto una popolarità notevole. Eravamo partiti come operatori culturali dell’Arci nel 1972 e aggregando realtà molto diverse tra loro, anche europee, avevamo creato una rete di realtà in cui tra satira e pantomima si sperimentava un teatro lontano dai circuiti ufficiali. Una sera venne a vederci Mario Luzzato Fegiz e scrisse un bellissimo pezzo sul Corriere. Le lodi attirarono le attenzioni di Bruno Voglino e di quel genio dimenticato di Enzo Trapani, il regista di Non Stop. Lui e il suo autore, Alberto Testa, vennero a cercarci. “Potreste essere la nuova smorfia – ci dicevano – fareste un provino?” “Non vogliamo”, “E perché?”, “Perché non ci interessa”. A quell’epoca io non possedevo neanche la tv. Oggi la fa con Roan Johnson ne I delitti del BarLume. Che dio lo benedica, Roan. Lui e le sue idee. Interpreto Emo, uno dei 4 vecchietti che nei romanzi di Malvaldi aiutano Filippo Timi, Massimo il barista, a indirizzare le sue indagini. Lavoriamo in estate, all’Elba, in una irripetibile atmosfera Anni 60. Sembra di tornare indietro nel tempo. Fino all’epoca in cui Voglino e Testa provavano a spiegarvi che la tv non è il demonio? Ci convinsero a partecipare a Non Stop dicendoci che ci sarebbe stato Massimo De Rossi. Lo stimavamo. Così andammo. Senza la tv il suo percorso sarebbe stato lo stesso? Non credo. Non Stop cambiò la comicità tv in Italia. Con il nostro circuito di cabaret d’autore eravamo apprezzati, ma penso che nessuno ci avrebbe riconosciuto il lavoro sotto traccia che facevamo da anni sul meglio della comicità. Una volta suggerimmo Roberto Benigni ai promotori di una festa dell’Unità. Lo presero. Lui cantava L’inno del corpo sciolto, in platea si guardavano perplessi. Alla fine si avvicinarono truci i promotori: “Ma chi ci avete mandato?”. “Questo farà strada” rispondemmo. Avevate ragione. Il Benigni degli inizi, quello non ancora istituzionalizzato che mi aveva folgorato con il Cioni Mario di Gaspare fu Giulia, rappresentò un punto di riferimento. L’ho rimesso in scena facendolo interpretare con la sua carica anarcoide a Bobo Rondelli. Per qualcuno è addirittura meglio di quello di Benigni. Chi non si istituzionalizzò mai fu Carlo Monni, il Bozzone di Berlinguer ti voglio bene. L’ho amato di un amore totale. Faceva parte di una genia di toscani ruspanti e sinceri che proprio come noi Giancattivi non erano mai stati schiavi del gusto del pubblico. A volte mi faceva arrabbiare perché buttava le battute e aveva la smemoratezza e il menefreghismo tipici di chi sa come dissipare il suo talento. Ceccherini sostiene che in preda alla rabbia, Monni gli avesse rotto un’asse di marmo davanti agli occhi. Durante le riprese di Ritorno in casa Gori, il sequel di Benvenuti in casa Gori, lo spettacolo che scrissi per scherzo con Ugo Chiti e che porto in giro da 30 anni, squillò improvvisamente un telefonino e Monni, che detestava l’oggetto, devastò l’anta di un armadio con un pugno bestemmiando. “Rifacciamone un’altra” dissi. Lui era perplesso: “Spacco un’altra anta?”, “Spaccala, spaccala”. Un passo indietro. Nel 78 Francesco Nuti si unì a I Giancattivi e partecipaste alla seconda stagione di Non Stop. Il terzo componente del gruppo, Antonio Catalano, in tv non voleva andare. Un funzionario dell’Arci ci segnalò un ragazzo: “Gli somiglia, andatelo a vedere”. Ci ritrovammo di fronte a Francesco. Aveva fame, voglia di conquistarsi uno spazio, feroce volontà di successo, un volto che bucava lo schermo. Lo imbarcammo. Che comicità portavate in giro? Siamo nati in antitesi al mammismo, al buonismo e anche al vernacolo. Far ridere con le parolacce o con le macchiette regionali era troppo semplice. Sono sempre stato un toscano pentito, non perché non ami la mia terra, ma perché non apprezzo la mancanza di autoironia, il compiacimento, la prosopopea, quella orrenda frase idiomatica: “dillo a me” che sottintende “so già tutto”, “sono furbo”, “sono intelligente”. La negazione stessa dell’intelligenza. Io so talmente poche cose che sono felice anche se ne imparo una sola al giorno. Poco dopo Non Stop, lei firmò A Ovest di Paperino. Nel cast lei, Athina Cenci e Nuti. A un certo punto Francesco non sopportò più l’idea che io fossi l’autore. Voleva giustamente volare con le sue ali, ma scelse il momento sbagliato perché la sua insofferenza montò dopo 10 giorni di riprese. Era la mia prima volta alla regia, in mano non avevo preso mai neanche una Polaroid. Nuti voleva andarsene e se ne andò? Non ce la faceva più a stare in gruppo, voleva tentare la fuga e ci riuscì benissimo. A dirgli vattene a dire il vero fu Athina. Sul set, Francesco non si trovava mai. E tra una crisi di coscienza e un’assenza, la situazione si era fatta insostenibile. Ricordo quella lavorazione con grande sofferenza. I sorrisi forzati, i rospi da ingoiare, le scene da girare come se nulla fosse anche se l’incanto era finito da un pezzo. A ovest di Paperino– che poi non era un personaggio disneyano, ma una frazione di Prato – è considerato un cult. Era un buon film? Una volta a cena con Michelangelo Antonioni, in casa di amici, qualcuno ebbe la malaugurata idea di metterlo nel Vhs. Lui, dolcissimo, lo guardò dall’inizio alla fine senza neanche addormentarsi. Io mi vergognai e non osai domandargli nulla. Quindi per me no, non è un buon film, ma forse il mio ricordo è legato al dolore e alla sofferenza delle riprese. Più che i suoi pregi e una certa aria scanzonata di fondo infatti, ne vedo i difetti e avverto ancora le profonde ferite che c’erano tra noi. Per quel giocattolo meraviglioso che avevamo a disposizione, il cinema, avremmo dovuto sprizzare gioia e invece eravamo infelici e tesi. Fu terribile. Lei e Nuti faceste pace subito dopo? Per lui ho nutrito 3 anni di odio assoluto. Tre anni di odio vissuto bene, bene, bene. Poi dopo, nel momento in cui con tanta difficoltà e molto dolore ho compreso l’importanza di Francesco non solo dal punto di vista artistico, ho saputo ringraziarlo. Il suo atteggiamento e le sue decisioni mi costrinsero a fare una dolorosissima riflessione sui motivi per i quali avevo perso il successo popolare e l’autostima. Se sono quel che sono e sono riuscito a fuggire dal mio inferno senza bruciature lo devo anche a lui. Il nostro riavvicinamento fu dolce. Avevamo rialimentato i nostri sogni giovanili: portare in scena Aspettando Godot. È mancato il tempo. Ed è un grande dispiacere. Che risposte si è dato sul dolore di Nuti? Francesco è nato con un male oscuro. Qualcosa si è inceppato nell’infanzia e lui non ha mai superato quello scoglio. Il successo ha nascosto il malessere e al primo intoppo – il pericolosissimo Pinocchio – il male si è ripresentato in maniera devastante ed è venuto giù il cielo. Io non so se Francesco fosse predestinato, ma ho l’impressione che per la fortuna che ebbe, la sorte gli abbia presentato poi un conto salatissimo. Lei ha girato 10 film dirigendo molti comici della sua generazione tra cui Montesano ed è stato a sua volta diretto da Verdone in Compagni di Scuola. Cominciamo con le cose belle. Carlo fu meraviglioso e stabilì un rapporto stupendo con tutta la troupe. Anni fa vidi una scritta sul muro: “Santolamazza, laziale”. Per me vale più di un David. E Montesano diretto in Caino e Caino? Montesano è una persona che ha tanti problemi. Problemi seri. È un infelicitatore, uno che porta infelicità sul lavoro. Io avrei voluto Pieraccioni che avevo fatto esordire in Zitti e Mosca, ma Mario Cecchi Gori che mi amava e mi trattava come uno di famiglia, mi disse: “Ti faccio un regalo”. Il regalo era Montesano? Sa quando esistono due personalità, il bianco e il nero, e nessuno vuole mediare per arrivare al grigio? È un casino. Montesano non capì la parte drammatica e Caino e Caino si rivelò un’occasione persa. Lavorai al montaggio come un pazzo, ma non riuscii a raddrizzare il film che quando uscì andò malissimo. Cecchi Gori perse un sacco di soldi e io che non consideravo etica la situazione e non volevo essere complice di uno sperpero insensato, lasciai il suo gruppo. Fu una scelta difficile che non rinnego. Per I miei più cari amici però alla Cecchi Gori tornò. Vittorio sapeva della stima di suo padre per me e mi richiamò. Accettai e feci un errore perché la signora Rita Rusic considerò da subito l’operazione maledetta e mi rese la vita difficile. Nonostante l’avessi scritto con il mio carissimo amico Alberto Ongaro, il film aveva un problema: io ed Eva Robin’s, confermati dopo Belle al bar, non eravamo la coppia giusta per la storia. A fine lavorazione, lasciai di nuovo la Cecchi Gori con brusca eleganza. Pensare che nel film c’era l’embrione dell’idea del Truman Show. Oltre il danno anche la beffa: una lontana parente che scrive per Repubblica mi avvertì: “Ma sai che in America Peter Weir sta facendo una cosa simile alla tua?”. Oltre alla Cecchi Gori lasciò in 5 giorni anche Striscia la Notizia dopo aver constatato “l’impossibilità di stabilire un qualsiasi rapporto di solidarietà umana e professionale con il collega Luca Laurenti”. Ricci era in difficoltà perché – come dicono i commentatori dell’Nba – Bonolis lo asfaltava ogni sera. Mi propose di fare una rivoluzione e dissi: “eccomi”. Mi ritrovai invece con Anna Maria Barbera della cui presenza non avevo mai sentito parlare a rifare – male – il verso a Iacchetti. Dopo 2 giorni di tormenti scrissi un piano di ristrutturazione che presentai alla redazione. Prevedevo, come accade in teatro, di lavorare provando dalle 9 del mattino. Mi guardarono tutti come un pazzo e Laurenti venne da me quasi strattonandomi: “Mi danno non so quanto al giorno per fare il mio doppiaggio e poi tornare a casa, ho mia figlia, mia moglie e il mio cane, io alle 9 qui non vengo”. Capii, salutai e salii in taxi. Da lì scrissi il comunicato e lo mandai all’Ansa prima di vedere la marea montare. Ricci si congratulò: “Sei stato ganzo, mi hai fregato sul tempo”. Non replicò? Non chiesi neanche i soldi delle puntate. Non mi piace essere pagato per quello che non faccio, qualcuno sa apprezzare. I soldi sono importanti? Basta non essere ipocriti. Sa come si intitolava l’ultimo spettacolo con il meglio dei nostri sketch che scrissi prima dello scioglimento de I Giancattivi? Business is business. Ci stavamo per dividere, volevamo raccattare un po’ di soldi e lo dichiaravamo. Con onestà.