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 2017  gennaio 08 Domenica calendario

FROSINONE, LA PIU’ INQUINATA PER LE TANGENTI DELL’INDUSTRIA

Il primo martedì del 2017 era una giornata come tante a Frosinone. Anzi, con le scuole chiuse il traffico in fondo era meno evidente. Ed era un giorno qualunque anche per le polveri sottili, quelle microscopiche particelle che si infilano nei bronchi, che passano le difese naturali. Pm 10: 137 microgrammi/m3; quasi dieci volte i valori registrati nel centro di Roma alla stessa ora. Cassino, stesso giorno, stessa ora, Pm 2,5, sottili e micidiali: 90 microgrammi/m3, mentre a via Arenula a pochi metri dal lungotevere le centraline Arpa segnavano 11 microgrammi/m3. Benvenuti in Ciociaria, la zona più inquinata d’Italia. Sono ormai anni che Frosinone, la provincia sud della regione Lazio, registra i valori d’inquinamento più elevati del paese. I record li ha battuti tutti, e ormai difficilmente le statistiche dei veleni fanno notizia sui giornali laziali. Una conca maledetta dal punto di vista geografico, circondata dalle montagne, ma anche da zone industriali cresciute senza molte regole con un fiume di soldi a perdere arrivati con la Cassa del mezzogiorno.

Due i momenti di svolta: l’apertura nel 1962 del tratto autostradale Roma-Napoli e l’avvio in quello stesso anno del Nucleo di industrializzazione della valle del Sacco. Un asse che partiva da Colleferro (città che è a sua volta in vetta alle classifiche della provincia di Roma per l’inquinamento dell’aria), il polo delle industrie di armamenti e chimiche, che arriva nel cuore della Ciociaria, seguendo la via Casilina. Il resto lo ha fatto la politica locale, stretta tra la tradizione democristiana di fede andreottiana (questo fu il collegio di ferro di Giulio Andreotti dal 1948 fino agli anni ‘90) e personaggi come Ciarrapico, l’imprenditore editore di stretta fede fascista.

L’aria tossica è come un simbolo a Frosinone. Le fabbriche e le multinazionali qui contano e non si toccano. Anche un solo posto di lavoro ha un peso sociale enorme, in una zona dove i sussidi di Stato sono finiti. C’è un’indagine del Corpo forestale dello Stato – oggi giunta al dibattimento in primo grado con una ventina di imputati – che racconta come nella città più inquinata d’Italia una “Autorizzazione integrata ambientale”– ovvero la procedura che verifica se uno stabilimento inquina o meno – può diventare un semplice proforma, una scocciatura da risolvere tra amici. Una storia che inizia nel 2013, quando alla Provincia di Frosinone arriva quasi per caso un nuovo funzionario.

Si chiama Angelo Fraioli e si era messo in testa di far rispettare la legge sulle emissioni. Proprio a Frosinone, dove le polveri sottili penetrano ovunque. “Il dirigente con competenza e rigore normativo ha rilevato anomalie tecniche – si legge nell’informativa finale del Nucleo investigativo di Polizia ambientale del CfS di Frosinone – prescritto adempimenti, revisionato procedure Aia”. Insomma, faceva il suo dovere di uomo dello Stato. Il 19 luglio 2013 Fraioli, dirigente non di ruolo, non veniva riconfermato dall’allora commissario straordinario della provincia Giuseppe Patrizi.

Un funzionario scomodo, da eliminare, come risulterà chiaro da alcune intercettazioni ambientali: “Ci sta questo De Falco, il procuratore, che è un pazzo scatenato – diceva il 13 marzo 2014 Eulalia Patini, funzionaria del settore ambiente della provincia, oggi imputata per reati contro la pubblica amministrazione – siccome c’ha avuto molto spago, con l’ultima dirigenza, a comincia’ da Fraioli… Stanno a fa’ gli sceriffi in tutta la provincia, hanno fatto solo chiude’ le aziende”.

La gestione delle autorizzazioni per gli scarichi – nelle acque e nell’aria – finirà in mano all’ingegnere Umberto Bertolla, anche lui oggi sotto processo, insieme a una ventina di altri imputati, tra i quali lo stesso ex commissario Patrizi, con l’ipotesi di corruzione e di traffico illecito di rifiuti. Secondo gli investigatori, dopo aver allontanato il dirigente troppo scrupoloso, la Provincia diventava fin troppo permeabile alle pressioni di Unindustria, accogliendo senza valutazioni indipendenti le richieste per gli scarichi delle fabbriche. Quei valori delle emissioni da paura che mettono Frosinone nella lista delle città più inquinate d’Europa contano meno delle pressioni degli imprenditori. Dalle cartiere delle multinazionali, alle industrie farmaceutiche, come la Dobfar, accusata di aver sversato illecitamente per anni nei campi delle zone agricole i fanghi derivati dalla produzione degli antibiotici. O come i vecchi camini a olio combustibile di una fabbrica di bitume di Veroli, lasciati in funzione nonostante evidenti violazioni delle norme ambientali. Veleni umani, molto umani.