VARIE 7/1/2017, 7 gennaio 2017
APPUNTI PER GAZZETTA - GLI HACKER E TRUMP CORRIERE.IT Le donne hacker sono davvero poche. Ma esistono, questa è una certezza
APPUNTI PER GAZZETTA - GLI HACKER E TRUMP CORRIERE.IT Le donne hacker sono davvero poche. Ma esistono, questa è una certezza. Più complicato è capire se qualcuna di loro faccia parte degli hacker di Putin accusati di essere la longa manus del Cremlino nella rete, usata per influenzare le elezioni statunitensi e orientare l’opinione pubblica. Così mentre la tensione internazionale sulla cybersecurity sale, fioccano leggende e profili social. Il primo esempio di cui si discute in queste ore è Alisa Shevchenko. Presente su Twitter con il profilo @badd1e, a lei è riconducibile la Zorsecurity, una delle società di sicurezza informatica sanzionate da Obama perché considerate strumenti del Gru (l’intelligence militare russa). Ma non solo. Alisa è considerata dagli analisti un vero prodigio della cyberwar. Lei stessa però ha smentito in un’intervista al Guardian, concessa attraverso una mail protetta da un programma di crittografia, di agire per conto di Putin. Dopo aver spiegato di star scrivendo da «un posto in campagna a poche ore da Bangkok», Alisa ha commentato quanto la questione degli hackeraggi russi stia generando «un alto tasso di isteria nel mondo». Secondo la giovane donna, gli americani starebbero sbagliando interpretazione e starebbero gonfiando il ruolo degli hackeraggi russi in modo del tutto spropositato, posizione che in parte ricorda quella del presidente Trump. Tutte sbagliate dunque le supposizioni dell’intelligence Usa secondo il quale ad hackerare il comitato del Partito democratico è stato un gruppo di hacker russi, noti come Fancy Bear? Shevchenko dribbla la domanda e non risponde direttamente. Intanto su Twitter si bulla del giornale che la intervista e scrive: «Al Guardian che mi chiede quali siano i miei piani ora, rispondo: “Prendere dell’Lsd e camminare in un parco nazionale senza sicurezza”». A scorrere i suoi tweet viene alla mente Lisbeth Salander, protagonista della trilogia di Stieg Larsson dedicata ad una giovane hacker. Ma, al di là dell’immaginazione, di Alisa si conoscono davvero pochi dettagli Lei, sempre su Twitter, nel frattempo si definisce una «tipica geek introversa», una «Miss Robot» che ha frequentato tre diverse università e che nel 2004 è entrata alla Kaspery Lab, una società russa di cybersecurity, per poi mettersi in proprio e fondare la Zorsecurity sanzionata da Obama. Una black hat (hacker criminale) di alto profilo o una grey hat (una professionista dell’informatica prestata di volta in volta a diversi ambiti) che nulla ha a che fare con i servizi segreti dello zar Putin? Lei col Guardian nega: «Più volte sono stata avvicinata da persone che lavorano per il governo russo, è chiaro. Ma non ho mai accettato le loro proposte». Ma il dubbio che sia stata lei ad aiutare Putin nel suo tentativo di influenzare le elezioni americane rimane. LASTAMPA.IT Gli 007 Usa: Putin ordinò di influenzare il voto Mosca puntava ad aiutare il candidato repubblicano screditando la concorrente Hillary Clinton. Secca replica del presidente eletto: rispetto il loro lavoro, ma gli hacker non hanno avuto successo AP 282 1 Pubblicato il 07/01/2017 Ultima modifica il 07/01/2017 alle ore 15:47 paolo mastrolilli inviato a new york «Noi riteniamo che il presidente russo Vladimir Putin abbia ordinato una campagna nel 2016 finalizzata ad influenzare le elezioni americane. L’obiettivo era minare la fiducia del pubblico nel processo democratico degli Usa, denigrare il segretario Clinton, danneggiare la sua eleggibilità e potenziale presidenza. Inoltre, riteniamo che Putin e il governo russo avessero sviluppato una chiara preferenza per il presidente eletto Trump». Non si parla di manipolazione del voto ma l’obiettivo era screditare la Clinton È durissimo il rapporto congiunto che la comunità dell’intelligence americana, cioè Central Intelligence Agency, Federal Bureau of Investigation e National Security Agency, ha pubblicato ieri, per confermare che il Cremlino ha cercato di aiutare il candidato repubblicano a conquistare la Casa Bianca. Il documento di 25 pagine è stato diffuso proprio dopo il briefing che i capi delle tre agenzie, insieme al direttore nazionale dell’intelligence James Clapper, hanno tenuto a Trump. Dopo l’incontro Donald ha ancora negato che Mosca abbia influenzato il voto dell’8 novembre, creando così le condizioni per uno scontro aperto con i servizi segreti, di cui il 20 gennaio prossimo diventerà l’autorità suprema. In questa maniera si aprono due possibili scenari, entrambi preoccupanti. Il primo un braccio di ferro costante fra la comunità dell’intelligence e la Casa Bianca, che potrebbe andare avanti per i prossimi 4 anni, compromettendo la sicurezza degli Usa. Il secondo è che gli investigatori delle tre agenzie riescano a scoprire un legame diretto, un’intesa o una complicità, fra la campagna elettorale di Trump e gli hacker mobilitati dal Cremlino. Questo provocherebbe non solo la delegittimazione del presidente sul piano politico, ma anche una possibile incriminazione per gli eventuali responsabili. Ieri pomeriggio il direttore nazionale dell’intelligence Clapper, quello della Cia Brennan, quello dell’Fbi Comey, e quello della Nsa Rogers, sono andati alla Trump Tower di New York per presentare le prove delle incursioni russe nell’archivio digitale del Partito democratico. Una violazione simile a quella che gli uomini del Watergate avevano fatto nel 1972, ma con altri mezzi, e agli ordini dell’ex nemico della Guerra Fredda. L’incontro però non ha cambiato molto l’opinione di Donald, che alla fine ha dichiarato: «Nonostante la Russia, la Cina, altri Paesi e gruppi di persone cerchino costantemente di violare le nostre infrastrutture digitali, non c’è stato assolutamente alcun effetto sul risultato delle elezioni». Gli 007 Usa: “Influenza russa sulle elezioni” Pochi minuti dopo, allora, le tre agenzie hanno pubblicato il rapporto, in cui dicono che non sta a loro determinare l’impatto degli hacker sul voto di novembre, ma non c’è alcun dubbio che ci abbiano provato: «Putin e il governo russo aspiravano ad aiutare l’elezione di Trump, discreditando Clinton e presentandola pubblicamente in luce negativa rispetto a lui». Secondo Cia, Fbi e Nsa, questo è accaduto anche in reazione allo scandalo del doping russo alle Olimpiadi, e al fatto che Hillary era considerata ostile a Mosca. Gli attacchi sono stati gestiti dai servizi segreti militari Gru, e hanno cercato di colpire pure le commissioni elettorali locali, senza però riuscire a compromettere la conta dei voti. Il rapporto aggiunge che «Mosca applicherà le lezioni imparate per futuri sforzi di influenza a livello mondiale, anche contro gli alleati degli Stati Uniti e i loro processi elettorali». Un chiaro riferimento all’Europa, dove quest’anno si voterà in Olanda, Francia e Germania. Trump smentisce queste conclusioni perché delegittimano la sua elezione, ma alcuni collaboratori hanno anche motivi personali per opporsi, come il consigliere per la sicurezza nazionale Flynn, che era a capo dell’intelligence del Pentagono ma aveva litigato con i colleghi ed era stato allontanato. Brennan e Clapper ora lasceranno i loro posti con l’uscita di Obama, ma Comey e Rogers no. Gli agenti coinvolti nell’inchiesta poi si potrebbero sentire insultati e traditi dal nuovo Presidente, provocando un contrasto che rischia di compromettere la sicurezza degli Usa. REPUBBLICA.IT ALBERTO FLORES NEW YORK - L’accusa adesso è precisa: “Abbiamo determinato che il presidente russo Vladimir Putin ha ordinato nel 2016 una campagna per influenzare l’elezione presidenziale Usa”. Per l’Intelligence americana non ci sono più dubbi, c’è la longa manu del Cremlino dietro gli hacker che hanno violato i sistemi informativi Usa con l’obiettivo “di minare la fiducia dell’opinione pubblica americana nel processo elettorale democratico, denigrare Hillary Clinton e danneggiarla nel suo tentativo di essere eletta presidente degli stati Uniti”. Un atto di accusa gravissimo, scritto nero su bianco nel rapporto (cinquanta pagine) che i servizi di spionaggio Usa (è firmato dal direttore della National Intelligence James Clapper) hanno consegnato giovedì ad Obama e ieri al nuovo presidente (sarà in carica dal 20 gennaio) Donald Trump. Quando i particolari sulle accuse a Putin sono stati resi pubblici era passata solo un’ora dall’incontro che Clapper (insieme al capo della Cia John Brennan e al direttore del Fbi James Comey) aveva avuto proprio con The Donald per consegnargli il rapporto e nel tentativo di abbassare i toni di quella che è diventata una guerra aperta tra il prossimo presidente e i vertici dello spionaggio Usa (che Trump ha già deciso di sostituire praticamente in blocco). "È stato un incontro costruttivo", aveva detto Trump dopo quasi un’ora e mezzo di colloqui, gettando acqua sul fuoco di una polemica che pur tutta la giornata di venerdì aveva costretto tv e giornali online a una serie di ‘breaking news’ sull’argomento. Aveva chiesto che "entro 90 giorni" dal suo insediamento gli venisse presentato un piano “su come combattere e fermare i cyber-attacchi contro” gli Stati Uniti, aveva confermato quello che ripete da giorni (“gli hackeraggi non hanno avuto alcun impatto sulle elezioni”), aveva ammesso solo una generica colpa di Mosca (“Russia, Cina, altri paesi e gruppi hanno compiuto cyber-attacchi contro alcune strutture americane”) e si era scagliato nuovamente contro i media, accusati di scrivere “il falso”. Nel testo (ora reso pubblico) i capi delle agenzie di intelligence Usa dicono anche che “Putin e il governo russo hanno manifestato una chiare preferenza per il presidente eletto Trump”, ma che gli hackeraggi ordinati dal Cremlino “non hanno avuto alcun effetto sul risultato delle elezioni” e come non ci sia stata “alcuna alterazione delle macchine per votare”. C’è però la quasi certezza (il testo parla di “alto grado di fiducia”) sul fatto che “i tentativi russi di influenzare l’elezione presidenziale Usa nel 2016 rappresentino la più recente espressione del desiderio di lunga data di Mosca di minare l’ordine democratico liberale Usa” e come questi hackeraggi abbiano dimostrato “una significativa escalation nel livello di attività, scopi e sforzi rispetto a precedenti operazioni” del Cremlino: “Con operazioni ‘coperte’ (segrete) come i cyber-attacchi e anche con operazioni a volto scoperto da parte di agenzie governative russe, media finanziati da Mosca, intermediari di terze parti (Wikileaks, ndr) e attività a pagamento di troll”. Quanto basta e avanza per dare il via a una nuova guerra fredda “digitale” e per mettere in difficoltà Donald Trump, la sua dichiarata (ancora due giorni fa) amicizia con Putin e lo strano asse che lo ha visto difendere (su Twitter) Assange e Wikileaks. “È una caccia alle streghe” aveva detto il nuovo presidente al New York Times un paio d’ore prima dell’incontro con i capi dell’Intelligence e dopo che il Washington Post aveva pubblicato alcuni contenuti del rapporto con le intercettazioni di funzionari russi che “hanno esultato per la vittoria di Trump”, considerata un “successo geopolitico” per Putin e che hanno celebrato l’avvenimento “congratulandosi fra loro”. E dopo che erano stati identificati “gli intermediari grazie ai quali i russi hanno fornito a Wikileaks le email trafugate dagli hacker di Mosca al partito democratico”. Evocare gli spettri degli anni Cinquanta dopo aver chiesto che i media americani “vengano messi sotto inchiesta” per le rivelazioni sugli hacker russi al soldo del Cremlino, era sembrata la solita mossa imprevedibile di The Donald. Questa volta il rischio che sta correndo sembra però più alto del solito: perché se è vero che fra pochi giorni cambieranno tutti i vertici dell’Intelligence, lo scontro è ormai aperto anche con esponenti influenti del partito repubblicano. Il senatore John McCain ed altri membri del Congresso si sono schierati pubblicamente dalla parte dell’Intelligence e James Mattis, il generale (in pensione) da lui nominato capo del Pentagono e noto con il nomignolo di Mad Dog, cane pazzo, si è scontrato apertamente con il Transition Team di Trump su alcune nomine cruciali per la Difesa. Per quanto indeboliti, dopo la perdita della Casa Bianca e di un voto che ha dato una maggioranza considerevole ai repubblicani nel Congresso, i democratici sembrano decisi a fare di questa storia degli hackeraggi “ordinati da Putin” la prima vera battaglia di opposizione contro la Cada Bianca di Trump: “con tutti i mezzi possibili”. REPUBBLICA.IT DEL 15/12 NEW YORK - "Vendetta": la parola italiana che in inglese si usa anche per indicare una spedizione punitiva. La vendetta di Vladimir Putin, secondo l’intelligence americana descrive quel che è accaduto durante l’ultima campagna elettorale. Un regolamento di conti a cinque anni di distanza. Perché Putin non ha perdonato a Hillary Clinton quella che per il leader russo sarebbe stata l’ingerenza originaria: l’intervento dell’allora segretario di Stato Usa durante le elezioni del 2011 a Mosca, segnate da brogli, irregolarità, proteste di piazza. In quell’occasione la Clinton si schierò coi manifestanti anti-Putin, chiese pubblicamente che le elezioni russe fossero "libere, giuste e trasparenti". All’epoca Putin sentì minacciato il suo potere, temette che l’America stesse fomentando a casa sua un’altra "rivoluzione arancione" come quelle che avevano destabilizzato alcune repubbliche ex-sovietiche. Cominciarono allora i preparativi per la vendetta, seguiti personalmente da Putin nella ricostruzione che ne fa adesso l’intelligence Usa. In base a queste indagini il presidente russo avrebbe diretto personalmente gli attacchi degli hacker che hanno violato più volte i siti del partito democratico per danneggiarne la candidata alla Casa Bianca. Il tipo di attacco fu sperimentato prima in Ucraina e in alcuni paesi scandinavi: furti di informazioni, violazioni di siti governativi, diffusione di false notizie, disinformazione su vasta scala. Poi l’attacco al bersaglio più grosso, la campagna presidenziale americana. Ora tutto ciò ha un interesse storico. Lunedì si riuniscono i grandi elettori per l’ultimo atto formale previsto dalle regole elettorali, perché Trump sia a tutti gli effetti il presidente. I democratici ci provano, a fare una pressione in extremis perché alcuni dei grandi elettori neghino il loro voto a Trump, dissociandosi dal mandato della base: è possibile in teoria, la legge lo consente, ma è a dir poco improbabile. Quand’anche ci fosse qualche defezione, il margine di vantaggio di Trump fra i grandi elettori è notevole e dovrebbe metterlo al riparo da sorprese. Resterà quella macchia sulla sua elezione, a futura memoria: il "Manchurian Candidate", l’uomo diventato presidente forse anche grazie all’aiuto di una potenza straniera. Donald Trump affida la sua reazione a Twitter: "Se la Russia, o qualche altra entità, ha compiuto atti di hackeraggio, perché la Casa Bianca ha aspettato così tanto per agire? Perché si sono lamentati soltanto dopo che Hillary ha perso?". Una risposta la fornisce un retroscena del New York Times: fu Obama ad autocensurarsi sull’ingerenza della Russia in campagna elettorale. Secondo il quotidiano il presidente uscente evitò di dire tutta la verità sulle indagini dell’intelligence, per paura di essere accusato di strumentalizzazioni. Per Mosca è tutto "ridicolo". "Una sciocchezza ridicola" che "non può avere nessun fondamento". Così il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, ha definito la notizia secondo cui le prove raccolte dall’intelligence Usa confermerebbero il coinvolgimento diretto di Putin per interferire nelle elezioni americane. LASTAMPA.IT francesco semprini «Donald Trump ha accolto con interesse l’esito del referendum in cui vede un’opportunità di rinnovamento positivo della leadership del Paese. E in questa ottica è alla ricerca di un interlocutore preferenziale in seno alla compagine politica per rilanciare la partnership tra Stati Uniti e Italia, in particolare nell’ambito della comune lotta al terrorismo». E’ questo il messaggio che emerge dall’entourage del presidente eletto secondo quanto riferito da Guido George Lombardi e dal generale Paul Vallely, due amici e collaboratori di Trump, i quali spiegano a La Stampa la visione del prossimo inquilino della Casa Bianca nelle relazioni con l’Europa e con la stessa Italia. Una nuova Italia in una rinnovata Europa «E’ chiaro che Trump sia contento del risultato referendario alla luce dei discorsi e delle dichiarazioni fatte in passato non solo sull’Italia ma anche in merito alla Brexit», spiega Lombardi. «Tutti i suoi consiglieri, a partire da Steve Bannon che è molto vicino alla politica europea, consideravano il “no” come un primo passo verso un processo di ricollocazione dell’Italia, una sorta di distacco, non nel senso di uscita dall’Unione europea, ma di presa di distanza dagli schemi conformisti di un certa politica e di una certa Europa. Un passaggio verso la strada del popolarismo che privilegia l’economia reale, il lavoro, la real politik e l’allontanamento dall’ideologia conformista che sta decretando il fallimento del progetto europeo così com’è». Trump cerca un interlocutore Secondo il clan Trump - insiste Lombardi - questo è un «no» che rende l’Italia più forte, anche se a questo punto occorre attendere nuove elezioni per capire che piega prenderà il Paese e «per individuare il giusto interlocutore con cui l’amministrazione americana dovrà interloquire per rilanciare i rapporti con lo storico alleato». E anche di questo si è parlato a margine dei lavori di un recente forum del Endowment for Middle East Truth (EMET), osservatorio con sede a Washington fortemente pro-Usa e pro-Israele. Ed è proprio nel corso del forum che raggiungiamo telefonicamente Lombardi. «Qui a DC, in questa conferenza, ci sono diverse persone molto vicine al team presidenziali, tra cui ex militari, - prosegue l’amico italiano del presidente eletto - ed è un’opportunità per affrontare temi importanti come i rapporti con Israele, la lotta al terrorismo e il futuro delle relazioni con l’Europa». I generali puntano sull’Italia Tra loro c’è Paul Vallely, generale pluristellato, veterano di guerra, commentatore politico e militare, e amico del generale Michael Flynn fedelissimo di Trump e prossimo numero uno della Defense Intelligence Agency. Generale, come vede la situazione in Italia? «Alcune settimane fa ho incontrato Farrage e abbiamo discusso della situazione in atto, quello che sta avvenendo in Europa è un processo storico, il baricentro si sta spostando dalla parte della gente, in Italia, in Francia e in Germania». Secondo Vallely il popolo sta prendendo coscienza della propria sovranità, di essere la spina dorsale di nazioni indipendenti che non devono per forza essere parte di un movimento globalista e globalizzante. «E questa è un ottima cosa, per l’Italia ad esempio si è compiuto un passo nella direzione che favorisce la gente. Siamo contenti». Secondo il veterano allo stato attuale le nazioni europe non hanno l’obbligo di essere parte di una entità sovranazionale come la Ue che ha dimostrato - specie in alcuni specifici casi come l’Italia - «di esigere più di quanto offra». «Non mi sembra che Bruxelles abbia fatto molto per i popoli europei fuorché creare una burocrazia pesante comandata dai soliti noti. Sta emergendo una nuova visione dell’Europa e con questo passo ci saranno interessanti scenari di cooperazione con l’America di Trump». Quindi non ci sono dubbi sulle relazioni tra Italia ed Usa? «Italia e Usa - prosegue il generale - saranno parte di un’alleanza forte ma soprattutto rinnovata fatta da governi che difendono le rispettive sovranità e si impegnano sul piano della cooperazione». Ciò indipendentemente da chi sarà il prossimo ambasciatore a Roma («c’è una lista di una decina di persona in ballo», rivela Lombardi). Rifugiati e lotta al terrorismo E proprio sul piano della cooperazione italo-americana, secondo Vallely, con l’Italia sarà cruciale affrontare il problema dei rifugiati, lavorando al contempo sulla situazione nel Mediterraneo, in Siria, Iraq e Libia. «Occorre raggiungere una stabilizzazione della regione e di Paesi come la Siria, per consentire a chi è stato costretto a lasciarla di ritornavi a vivere anziché rifarsi una vita fuori. Il problema dei rifugiati è molto serie perché è legato in diversi suoi aspetti al rischio di terrorismo ed è il veicolo utilizzato dall’Isis per entrare in Europa». E questo secondo la cerchia di Trump è un problema che deve essere affrontato e risolto con la collaborazione della Russia: «Loro hanno lo stesso problema col rischio di spinte terroristiche dal Caucaso, pertanto bisogna trovare soluzioni condivise», afferma il generale che sottoliena le sue origini itali-irlandesi. La nuova resistenza E proprio sulla questione del terrorismo torna Lombardi con una teoria che «sta prendendo piede» in seno all’entourage di Trump. «Oggi c’è in una situazione simile a quella del 1939, l’Europa è invasa da truppe islamiste così come accadde allora con i nazisti. Non parlo delle persone in fuga dalla fame o dalla guerra che entrano in Europa per trovare lavoro, ma di personaggi aderenti all’Isis o che si ispirano ad esso sul Web, e che poco hanno a che fare con i valori reali della religione musulmana. Anzi usano la religione per attuare i loro piani espansionistici totalitari o terroristici». Gente che come attitudine è simile ai nazisti, «per questo parliamo di una sorta di “nazislamizzazione” che vuole divorare l’Europa con la Sharia». Secondo Lombardi i vari governi Renzi, Merkel e Hollande sono i Vichy di oggi, «i governicchi che si sono arresi all’arroganza e alla minaccia del terrorismo». La Brexit, l’America di Trump, l’Italia del «no» sono invece forze positive come allora lo furono Churchill, Roosvelt e lo sbarco in Sicilia. «In questo contesto occorre individuare alleati tra i movimenti conservatori e popolaristici, per rafforzare la resistenza al terrorismo. Molte persone vicine al presidente sono d’accordo - conclude Lombardi - persone vicine al presidente, da lui indicate o nominate in posti chiavi della prossima amministrazione Usa». PAOLO MASTROLILLI paolo mastrolilli inviato a new york Prima o poi qualcuno dovrà raccogliere gli oltre 34.200 tweet di Donald Trump in un’antologia, non solo per la loro originalità stilistica, ma anche per il cambiamento radicale che hanno introdotto nella comunicazione politica. Nel frattempo, tutto il mondo li segue con attenzione e apprensione, perché sono diventati lo strumento primario con cui detta la sua linea. Trump non usa le e-mail perché «nessun computer è sicuro», e una volta alla Casa Bianca userà i corrieri per le comunicazioni importanti. Però ama Twitter, perché gli consente di parlare direttamente alla gente. Questa passione si è manifestata dall’inizio della sua campagna elettorale, anche perché durante le primarie non aveva a disposizione l’apparato dei suoi avversari come Jeb Bush, e quindi doveva trovare una strategia originale per farsi notare. Quella dei tweet ha funzionato subito, perché erano veri pugni nello stomaco. Li mandava a tutte le ore del giorno, e soprattutto della notte, perché per abitudine dorme poco e quindi aveva tempo per fare campagna. Questa comunicazione, seguita oggi da 18,8 milioni di persone, aveva avuto larga parte nel successo alle primarie, ma dopo la nomination i suoi consiglieri avevano promesso di sequestrargli l’account, perché doveva diventare più presidenziale ed evitare uscite imbarazzanti, tipo la disputa con la ex Miss Universo accusata di essere grassa. Come sempre lui non li aveva ascoltati, e ha avuto ragione, perché i tweet hanno contribuito alla sua sorprendente vittoria di novembre. Uno si sarebbe aspettato che una volta eletto avrebbe cambiato abitudine, e invece niente. Il diluvio dei tweet non solo è continuato, ma è diventato lo strumento principale della sua politica: «La Cina ci ha forse chiesto se fosse ok svalutare la sua moneta (rendendo difficile per le nostre imprese competere), tassare pesantemente i nostri prodotti nel loro Paese (gli Usa non tassano i suoi), o costruire un grande complesso militare nel mezzo del Mar cinese meridionale? Non credo!». Oppure: «Gli Usa devono rinforzare e ampliare il proprio potenziale nucleare finché il mondo non rinsavisce». E ancora: «Le aziende che costruiscono i loro prodotti in Messico per poi rivenderli negli Usa pagheranno una tassa del 35%». Nello stesso modo ha gelato i costruttori del nuovo Air Force One e del caccia F35. Quanto al clima, «questa bufala ci costa cara e deve finire». Sempre via Twitter aveva chiesto il veto alla risoluzione Onu contro gli insediamenti israeliani, rincuorando poi lo Stato ebraico: «Tieni duro, il 20 gennaio si avvicina». Quindi aveva colpito le Nazioni Unite: «Avrebbero grandi potenzialità, ma ora sono soltanto un club dove la gente si ritrova a fare chiacchiere e divertirsi». Trump ha usato i messaggi in 140 caratteri anche per attaccare l’intelligence sugli hacker russi, ed elogiare Putin quando non ha risposto alle espulsioni dei diplomatici decise da Obama: «Ho sempre saputo che era intelligente». Ieri poi ha difeso così la proposta chiave della sua campagna: «I media disonesti non riferiscono che il Messico ci rimborserà per la costruzione del Muro». Twitter però è diventato la sua arma favorita anche per saldare i conti personali, da quello col New York Times, che «perde migliaia di abbonati per la copertura molto scadente del fenomeno Trump», a quello con la trasmissione satirica Saturday Night Live, per il modo in cui Alec Baldwin fa la sua imitazione. L’uso dei social a scopo politico non l’ha inventato Trump, ma lo ha sublimato. E lui stesso ha avvertito che continuerà anche alla Casa Bianca, per un motivo preciso: «Se la stampa mi seguisse in maniera accurata e onorevole, avrei meno ragioni per tweettare. Tristemente, non so se ciò avverrà mai!». GAGGI SUL CORRIERE DI STAMATTINA Sabato 7 Gennaio, 2017 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA «Putin cercò di far vincere Trump» Il presidente russo Vladimir Putin in persona ha ordinato nel 2016 «una campagna per influenzare le elezioni presidenziali Usa»: è questa la conclusione alla quale sono giunti i servizi segreti americani nel rapporto, in gran parte segreto, consegnato ieri dai loro capi a Donald Trump. Nella parte desecretata del documento si legge che l’obiettivo del Cremlino era quello di «minare la fiducia dell’opinione pubblica nel processo elettorale democratico, denigrare l’ex Segretario di Stato, Hillary Clinton, danneggiando la sua possibilità di essere eletta alla Casa Bianca». Secondo i servizi, nella loro azione i russi hanno manifestato una chiara preferenza per l’elezione di Trump. Un’azione, quella del Cremlino, giudicata una «significativa escalation» dei tentativi di indebolire le istituzioni democratiche occidentali che il regime russo ha fatto ripetutamente per molti anni. Il presidente eletto Donald Trump, che anche a poche ore dall’incontro di ieri nella Trump Tower di New York con i capi della Cia, dell’Fbi e della National Intelligence, aveva continuato ad attaccare i servizi segreti giudicandoli politicizzati e accusandoli di aver imbastito, sul coinvolgimento del Cremlino, una sorta di caccia alle streghe, dopo il summit ha corretto la rotta ma di poco: ha implicitamente ammesso che dietro l’«hackeraggio» possono esserci stati i russi, circostanza prima negata, ma ha aggiunto che il risultato elettorale non è stato falsato, anche perche le macchine elettroniche usate per votare non sono state manomesse. E poi ha insinuato che i documenti del partito democratico siano stati trafugati elettronicamente perché quell’organizzazione politica non aveva predisposto difese informatiche adeguate, mentre i repubblicani non sarebbero stati colpiti dai russi non per scelta politica, ma perché dotati di migliori protezioni elettroniche. Trump ha poi lamentato di nuovo l’uso di due pesi e due misure (scalpore per l’interferenza russa, mentre il massiccio «hackeraggio» cinese di un anno fa è stato presto dimenticato), ma ha ammesso che gli attacchi di «hacker» stranieri vanno comunque arrestati: presenterà un piano per la «cybersicurezza» entro 90 giorni. Il leader che sostituirà Obama alla Casa Bianca ha continuato ad attaccare il lavoro degli organi di sicurezza Usa anche nell’immediata vigilia del vertice: prima nuove raffiche di «tweet» pieni di insinuazione nei confronti dell’«intelligence» e di attacchi alla stampa accusata di dire il falso quanto presenta un Trump d’accordo con Assange, il regista di Wikileaks. E ancora, tre ore prima di ricevere il rapporto dei capi della Cia, dell’Fbi e del direttore della National Intelligence, James Clapper, Trump ha sparato di nuovo a zero sui rilievi dei servizi segreti in un’intervista al «New York Times». La ricostruzione dei tentativi di Mosca di influenzare il voto Usa liquidata come «una caccia alle streghe politica»: Trump ancora all’attacco delle sue strutture di «intelligence» (delle quali si accinge a cambiare i vertici), nonostante le critiche ricevute da un fronte molto ampio di parlamentari «bipartisan» e di «officials» di tutti i servizi di «intelligence». L’altra sera, alla vigilia del summit Trump-servizi, un primo dibattito si è svolto davanti alla Commissione Forze Armate del Senato: ne è emersa una generale preoccupazione (anche repubblicana) per la gravità delle interferenze russe e per il rischio che le critiche del neopresidente allo spionaggio Usa indeboliscano e demoralizzino una struttura essenziale per la sicurezza. James Clapper, ascoltato durante lo «hearing», ha riconosciuto che i servizi possono sbagliare come chiunque altro e che, quindi, le critiche sono legittime, ma poi ha sottolineato, con evidente riferimento a Trump, che «c’è una differenza tra scetticismo e denigrazione». Il miliardario che l’8 novembre scorso ha battuto Hillary Clinton non ha battuto ciglio nemmeno davanti allo «scoop» del «Washington Post» che ha dato notizia delle intercettazioni, da parte dell’«intelligence» Usa, di conversazioni tra alti dirigenti del governo russo che esultavano e si congratulavano reciprocamente per la vittoria di Trump alle presidenziali. Nè il nuovo leader è parso scosso dalle dimissioni dell’ex capo della Cia James Woolsey, un conservatore che aveva accettato di far parte del suo comitato per la transizione, l’organismo che prepara la presidenza Trump. Massimo Gaggi SARCINA SUL CORRIERE DAL NOSTRO CORRISPONDENTE NEW YORK Il senatore repubblicano Lindsey Graham vorrebbe «tirare un masso» contro gli hacker russi e «non il sassolino» lanciato da Barack Obama, con le sanzioni sui 35 diplomatici di Mosca. Ma nella politica americana non c’è accordo su che cosa debba essere questo «masso», ammesso, e finora non concesso, che il nuovo presidente Donald Trump sia d’accordo. Gli esperti della Cia e delle altre agenzie per la sicurezza stanno ragionando su tre opzioni. La prima: sottrarre informazioni riservate sul presidente Vladimir Putin. Per esempio eventuali movimenti sospetti di capitale, coinvolgimento personale negli affari di Stato, in particolare nelle forniture di gas e petrolio. Ma non è una missione facile. Gli investigatori americani stanno setacciando, per esempio, i «Panama Papers», i documenti dello studio legale Mossack & Fonseca, specializzato nella costituzione di società schermo. Per il momento l’unica notizia concreta, resa pubblica, è la scoperta di un tesoretto di 2 miliardi di dollari, intestato a un amico di Putin, il violoncellista Serghey Roldughin. «Sono soldi che ha usato per comprare strumenti antichi, io non ne so nulla», aveva commentato il 14 aprile scorso Putin che aveva aggiunto, irridente: «Da questi documenti vedo spuntare le orecchie degli americani». Il problema, dunque, non è solo trovare i file giusti, ma le prove che possano inchiodare il capo di Stato russo e la sua cerchia di collaboratori più ristretta. Si è anche pensato di provare a intercettare le comunicazioni private di Putin e poi a diffonderle. Ma Barack Obama, finora, non ha scelto alcuna di queste opzioni, «perché — ha spiegato — il leader russo non si preoccupa della sua reputazione internazionale». Le altre possibilità di «cyber war» all’esame avrebbero un impatto enorme sul rapporto tra Russia e Stati Uniti. Lo stesso Obama, a settembre, aveva avvisato Putin a margine del vertice G-20 in Cina: attenzione perché siamo in grado di agire con durezza. In teoria i servizi segreti potrebbero organizzare incursioni informatiche nelle centrali elettriche, nei sistemi che controllano il traffico aereo e ferroviario, mettendo fuori uso le infrastrutture vitali del Paese. Gli americani sostengono, pubblicamente, di essere più forti di tutti, dei russi come dei cinesi, «sia in attacco che in difesa». Ma è sufficiente per garantire la sicurezza degli Stati Uniti? L’esperienza dimostra che «essere i più forti» non significa disporre di protezioni impenetrabili. Lo spazio informatico americano è già stato violato più volte. Nel 2011 hacker iraniani cercarono di controllare a distanza la diga di Rye, nello Stato di New York. L’incursione fallì per un errore commesso dai pirati non per l’efficacia delle contromisure. Nel 2015 l’amministrazione Obama varò un piano per potenziare lo scudo informatico. Ma il 21 ottobre 2016 un attacco massiccio sulla costa Est mise fuori uso per ore decine di siti e piattaforme, da Twitter a Spotify , dalla Cnn al New York Times . Al di là dei proclami, dunque, gli analisti sanno che il sistema americano è ancora vulnerabile. E Obama teme la contro-rappresaglia di Putin. Il leader russo ha già dimostrato di non avere problemi a ordinare azioni di vero sabotaggio. Nel dicembre 2015 gli hacker al servizio di Mosca si sono impadroniti di alcune centraline delle dorsali elettriche delle Ucraina, lasciando al buio circa 80 mila cittadini ucraini. Anche per vincere la «cyber war» bisogna mettere in conto perdite e sofferenze. Ma né la vecchia America di Obama, né quella nuova di Trump sembrano disposte ad accettarlo . Giuseppe Sarcina SARCINA INTERVISTA IAN BREMMER DAL NOSTRO CORRISPONDENTE a NEW YORK «Non ci sarà alcuna cyber war tra Stati Uniti e Russia. Barack Obama non ha voluto decidere; Donald Trump non la prenderà neanche in considerazione». Ian Bremmer, 46 anni, fondatore e presidente del centro studi Eurasia group, con sede principale a New York, sostiene che «almeno per ora, Vladimir Putin ha vinto su tutti i tavoli». Ieri Donald Trump, per la prima volta, ha riconosciuto che gli hacker russi «potrebbero» aver attaccato il partito democratico. Ma si capisce se e come voglia reagire ? «No, non è chiaro. Trump parte da una posizione di oggettivo vantaggio rispetto a Obama: la strategia del presidente in carica nei confronti della Russia non ha funzionato. Non c’è stato alcun azzeramento delle tensioni. Anzi, Putin ha guadagnato spazi di manovra in Ucraina, in Siria, pur guidando un Paese che ha un’economia più piccola di quella del Canada». E Trump come potrebbe capitalizzare politicamente questa situazione? «Ha gioco facile: metterà in scena l’incontro tra due “uomini forti”. Lui e Putin che insieme sono in grado di trovare un accordo, dopo anni di pericolose incomprensioni». E gli hacker russi? Tutto dimenticato? «I servizi segreti hanno presentato diverse opzioni a Obama, suggerendo, per esempio, di congelare i conti e gli asset finanziari all’estero riconducibili a Putin e ai suoi collaboratori. Altra ipotesi: impadronirsi di informazioni riservate che possano mostrare il livello di corruzione dei vertici russi e divulgarle nel mondo. Ma il presidente non ha accolto alcuna di queste e altre idee. Nel corso della campagna elettorale non ha voluto usare i suoi poteri per compiere una mossa che sarebbe potuta apparire come un’azione a favore di Hillary Clinton, colpita dagli hacker». Ha agito dopo le elezioni, in effetti … «Ed è stato un grave errore. Se il presidente ritiene che ci sia una minaccia alla sicurezza nazionale, deve intervenire immediatamente, senza preoccuparsi delle conseguenze sulla campagna elettorale. Trovo orribile la decisione di imporre sanzioni su 35 diplomatici di Mosca. È nulla rispetto all’accusa rivolta a Putin di aver interferito nelle elezioni americane». L’impressione è che Trump ritirerà anche questo provvedimento. Putin vince su tutti i tavoli? «Sì, è così. Almeno in questa fase Putin vince su tutti i tavoli. Obama è stato marginalizzato sia negli Stati Uniti che all’estero. Trump sta tenendo un comportamento inimmaginabile per un presidente eletto. Il fatto più grave: se pensi che qualcosa non funzioni nell’opera dei servizi segreti, l’ultima cosa che devi fare è sbeffeggiarli pubblicamente. Così non fai altro che indebolirli. Trump dovrebbe preoccuparsi di sistemare ciò che non va in modo riservato, perché qui stiamo parlando della sicurezza del Paese. E invece che cosa fa? Elogia Julian Assange, una figura vicina alla Russia». Come spiega l’atteggiamento di Trump? «Non riesco a spiegarmelo fino in fondo. Non so se è qualcosa che ha a che fare con i legami finanziari tra alcuni collaboratori di Trump e la Russia, oppure con gli affari privati del neopresidente. O se Trump pensi davvero che Putin sia un modello da imitare». La sua conclusione, dunque, è che non ci sarà alcuna «cyber war» «Sì. Obama non ha voluto o saputo decidere e per lui è tardi. Trump non la prenderà neanche in considerazione, almeno per i primi mesi. Poi si vedrà se il rapporto con Putin reggerà davvero alla prova. Stati Uniti e Russia hanno interessi opposti in diverse aree del mondo». G. Sar.