varie, 7 gennaio 2017
NEVE PER SETTE - A
inventare la neve artificiale furono i fratelli Tropeano, originari di Avellino, più di 50 anni fa. Siccome il loro frutteto in Massachusetts rischiava di essere distrutto dal gelo, pensarono di difenderlo producendo con una macchina uno strato di nebbia, creando una specie di effetto serra. Da quei tubi, però, invece di vapore acqueo uscì neve. Quel prototipo involontario fu poi perfezionato e nacquero i cannoni sparaneve, importati in Italia nel ’74 (Massimo Spampani, Cds).
La neve artificiale, che gli addetti ai lavori preferiscono chiamare neve programmata (i componenti, acqua e aria, sono del tutto naturali) è prodotta con un processo che imita di fatto quello naturale. Il cannone sparaneve pompa e nebulizza l’acqua liquida in ingresso e questa poi, sotto forma di piccolissime goccioline, ghiaccia quasi subito al contatto con l’aria a temperature inferiori a 3 gradi sotto zero. Un cannone per la produzione di neve quindi non fa altro che ripetere più velocemente ciò che avviene in natura. Sul processo influisce sia la temperatura che l’umidità dell’aria: più bassa è l’umidità, maggiore sarà l’efficienza della trasformazione dell’acqua in neve (ibidem).
Il più grande cannone sparaneve è a Zermatt, 15 metri per 30 tonnellate (ibidem).
Con i nuovi cannoni automatici si possono programmare dieci tipi di neve. Si può scegliere se farla umida o secca e farinosa (ibidem)
Un team di linguisti dell’Università di Glasgow, lavorando al primo dizionario della lingua scozzese, ha scoperto che lo scots, lingua germanica del ramo anglo-frisone affine all’inglese parlata da un milione e mezzo di persone, ha 421 parole diverse per dire neve. Ad esempio flindrikin descrive una sottilissima pioggia di neve, skelf è un fiocco di neve grande e pesante, feefle descrive un piccolo turbinio di neve quando si libra in aria prima di posarsi a terra, eccetera. Finora si riteneva che fossero gli Inuit ad avere il maggior numero di parole (una trentina) per descrivere la neve. Nel loro caso, però, non si tratta di termini a sé, ma di locuzioni che si basano tutte su un nucleo di tre radici. Nello scots al contrario ogni parola viene da una radice diversa.
Quando abbandonano un igloo, gli Inuit ne tagliano un lato, in modo che possa riempirsi di neve. La pratica non avrebbe altro scopo che quello di rito magico.
Per costruire un igloo gli Inuit utilizzano cumuli di neve piuttosto alti, scavati in verticale per estrarre i blocchi. Gli igloo di ghiaccio, molto rari, vengono costruiti di solito per conservare la carne oppure, in mancanza di neve, durante la caccia.
I cinesi, migliaia di anni fa, avevano l’abitudine di mescolare alla neve pressata delle montagne riso, alghe e succhi di frutta per dissetarsi nei periodi più caldi.
I faraoni, soliti offrire agli ospiti calici d’argento colmi di succhi di frutta e neve conservata in appositi sotterranei.
Nella Bibbia, Isacco offre ad Abramo latte di capra raffreddato con la neve dicendogli: «Mangia e bevi, il sole è ardente e così puoi rinfrescarti».
La neve che veniva usata nell’antica Roma per la preparazione dell’antenato del gelato veniva portata dal Terminillo, oppure per nave dall’Etna e dal Vesuvio. Era venduta nelle thermopolia, chioschietti disseminati lungo le strade.
Al tempo dell’invasione araba, in Sicilia c’erano i nevaroli, dei montanari che scavavano fosse profonde, le riempivano di neve pulita, le tappavano accuratamente e poi, quando il caldo opprimeva, portavano in città carichi di neve da vendere, dalla quale si ottenevano acqua fresca e bevande ghiacciate. Gli arabi insaporirono la neve con il caffè, le mandorle, lo zucchero di canna, gli agrumi che loro stessi avevano importato in Sicilia, e nacque così il sorbetto, per primo quello al limone.
Eliogabalo, in estate, esigeva per rinfrescarsi una montagna di neve in cortile.
Un’antica leggenda narra che sul colle Esquilino di Roma, il 5 agosto del 355, sia nevicato per indicare il luogo dove la Madonna desiderava una chiesa. Il piccolo edificio divenne Santa Maria Maggiore: in una delle cappelle si vede un bassorilievo che rappresenta la prodigiosa nevicata.
Chinofobia, la fobia della neve.
Premura di Nietzsche di non arrivare mai in vacanza a Sils, in Svizzera, se prima non aveva ricevuto un telegramma che lo assicurava che la neve si era completamente sciolta.
Si chiama albedo la capacità di una superficie di riflettere le radiazioni solari ricevute: per la neve fresca arriva al 95%, per il mare è inferiore al 10%.
Nell’inverno del 1784, particolarmente freddo, a Berna la neve rimase al suolo per 154 giorni.
Nel marzo 2015 Capracotta, un paesino in provincia di Isernia, è entrato nel Guinness dei primati perché una incredibile nevicata ha ricoperto le facciate delle case fino al secondo piano: oltre due metri in 17 ore. Il record precedente apparteneva a Silverlake in Colorado, dove nel 1921 caddero 193 centimetri di neve in 24 ore.
Il record della massima caduta di neve in una singola stagione spetta al Monte Rainier, negli Usa, dove tra il 1971 e il 1972 caddero 28.5 metri.
Nel Libro dei Guinness dei primati si legge che i più grandi fiocchi di neve sono caduti nel gennaio 1887 a Fort Keogh, nel Montana: pare che il proprietario di un ranch ne abbia visti alcuni «più grandi delle scodelle del latte» e li abbia misurati stabilendo che avevano un diametro di 38 centimetri.
Lo strato di neve al suolo più spesso fu registrato a Tamarack, California, l’11 marzo 1911: 11,455 metri
Il fiocco di neve nasce dalla cristallizzazione dell’acqua in forme esagonali e simmetriche. A studiare i fiocchi di neve e la loro formazione sono i cristallografi, che si occupano di classificare i cristalli di ghiaccio in funzione della loro forma. Le forme dipendono dalla temperatura e dall’umidità: più è semplice la forma, più è bassa l’umidità in cui il cristallo si forma. I cristalli più complessi invece si formano in ambienti dove l’umidità è maggiore.
I fenomeni responsabili dei cristalli di neve sono molto complessi e non ancora dei tutto chiari, e vi sono ricercatori che ne studiano le proprietà in laboratorio.
La formazione di un fiocco di neve avviene in pochi secondi. La forma che assumono le particelle di acqua ghiacciata dipende dai livelli di umidità e di temperatura dell’ambiente in cui si trovano. Solitamente tutto inizia da un esagono, sul quale avviene un progressivo accrescimento con forme simmetriche costituite da minuscoli aghi, placche e colonne di ghiaccio. Il processo di formazione è influenzato da molte variabili, a partire da quelle ambientali, e questo fa sì che ci siano fiocchi di neve di svariate forme, quelle che ricordano una stella sono le più conosciute. In queste, il cristallo inizialmente esagonale si accresce lungo sei diramazioni (corrispondenti ai suoi raggi) sulle quali si congelano altre particelle d’acqua, portando in alcuni casi alla creazione di fiocchi grandi fino a quasi mezzo centimetro.
Uno dei primi a studiare i cristalli di neve in modo scientifico fu Keplero, conosciuto da tutti per le sue tre leggi sul moto dei pianeti. Nel 1611 pubblicò un trattato sui fiocchi di neve, nel quale egli cercava di fornire una spiegazione alla loro simmetria esagonale. L’astronomo austriaco suggerì che la forma dei cristalli potesse essere legata all’impacchettamento di piccole sfere di ghiaccio. Keplero infatti non conosceva ancora la reale struttura atomica dei cristalli, che fu osservata per la prima volta solo 300 anni dopo grazie alla cristallografia a raggi X. Non molti anni dopo Keplero, anche Cartesio si occupò di studiare la natura dei fiocchi di neve, componendo una raccolta di disegni di come apparivano i cristalli ad occhio nudo. Per avere le prime immagini microscopiche dettagliata fu necessario attendere l’opera di Robert Hooke, che nella seconda metà del Seicento realizzò moltissime osservazioni al microscopi. La sua opera Micrographia, una grande raccolta di disegni realizzati al microscopio, contiene molte raffigurazioni dei cristalli di neve e della loro intricata struttura.
Gli scienziati hanno messo a punto un sistema di classificazione pubblicato nel 1951 dalla Commissione Internazionale per la neve e il ghiaccio. In base a questa classificazione, i cristalli di neve sono suddivisi in sette classi principali, fra cui quelli piani, quelli a forma di stella, di colonna o di ago.
Non esistono due fiocchi di neve uguali. Un cristallo di neve contiene in media un miliardo di miliardi di molecole, ed è quindi altamente improbabile che questo enorme ammasso di molecole produca due disposizioni esattamente identiche. Naturalmente se consideriamo la struttura globale di un cristallo di neve, è invece possibile che per i cristalli più semplici esistano casi di somiglianza. Se invece pensiamo ai cristalli più complessi, la situazione si complica parecchio. Se consideriamo un cristallo che contiene circa 100 strutture ramificate, il numero di possibili disposizioni di questi rami è molto più grande degli atomi nell’intero Universo.
In passato c’è stato chi ha provato a verificare l’esistenza di cristalli di neve identici. Come Wilson Bentley, un contadino americano vissuto fra l’Ottocento e il Novecento, che per tutta la vita fotografò migliaia di cristalli di neve. Si stima che ne abbia fotografati circa 5 mila, e duemila vennero pubblicati nel 1931 nella raccolta "Snow Crystals", ancora oggi in stampa. Esiste un sito web che raccoglie alcune delle immagini più belle raccolte da Bentley.
La neve artificiale non contiene cristalli, ma solo agglomerati di gocce congelate. Ciascun fiocco di neve è invece una raccolta di cristalli cresciuti lentamente sotto particolari condizioni di temperatura e umidità. Crescendo sempre più questi cristalli si aggregano in fiocchi di neve che, diventando più pesanti, scendono sotto l’azione della gravità.
Ogni anno cadono sulla Terra oltre un milione di miliardi di miliardi di cristalli di neve.
Per la neve “asciutta” si può stimare una velocità di caduta che va da circa 0,7 m/s (ovvero circa 2,5 Km/h) per neve fine o neve grossa e farinosa, a 2 m/s (circa 7,2 Km/h) per una neve dal fiocco medio e pastoso e 3 m/s (10,8 Km/h) per un tipo di neve pastosa dal fiocco grosso.
L’acqua è trasparente, incolore, mentre la neve, pur essendo fatta di acqua, è bianca. Perché? Ogni raggio di luce attraversa il primo cristallo di neve che incontra (il singolo cristallo è ancora trasparente) venendo leggermente deviato, e, di cristallo in cristallo, continua a deviare fino a riemergere, tornando all’osservatore. Ai nostri occhi arrivano così tutti i colori di partenza, e di conseguenza percepiamo il colore bianco che ne è la somma. Inoltre, poiché quasi tutta la luce che entra viene restituita, il manto nevoso appare spesso abbagliante.
La neve non cade solo a 0 gradi, il fiocco però cambia in base alle temperature e al contenuto di umidità dell’aria. Possiamo dunque avere una nevicata molto “bagnata” anche con temperature di qualche grado superiori allo zero oppure con temperature molto basse i fiocchi assumono la forma di piccoli aghi che non riescono a legarsi perché l’acqua sulla superficie è già gelata. I fiocchi di neve classici cadono con temperature intorno allo zero e sono i più soffici, con una densità pari a 1/5-1/10 di quella dell’acqua.
Secondo la Fisi, la Federazione italiana sport invernali, sono circa 1,85 milioni gli italiani che praticano lo sci alpino, cioè il 9,1% degli sportivi.
Nello studio di AcNielsen per la Fisi, la loro passione genera una spesa di circa un miliardo a stagione, con una spesa media pro capite di 250 euro per abbigliamento e attrezzatura, alla quale aggiungere corsi e impianti per una spesa pro capite totale di 519 euro all’anno. L’appassionato di sci alpino in Italia è, in genere, un maschio (61%) tra i 30 e i 45 anni, che viene dalle regioni del Nord-Ovest, con un reddito medio di 2mila euro al mese, mentre – se si considerano i praticanti – vi è maggiore equilibrio (59% di maschi e 41% di donne).
L’Ice Hotel di Jukkasjavi (Svezia), tutto in neve e ghiaccio, ricostruito ogni dicembre, ha una superficie di cinquemila metri quadri, può ospitare centocinquanta persone a notte, ha all’interno cinema, bar, cappella e saune. Fu costruito la prima volta nel 1989.
Di recente ha aperto a Livigno (Sondrio) Snow Suite, il primo chalet di ghiaccio e neve in Italia. Realizzato nella parte esterna del Lac Salin Hotel a 1816 metri di altitudine, ha una temperatura costante di zero gradi. Gli arredi sono tutti in neve. Gli ospiti dormono in speciali sacchi a pelo termici.
Qualche anno fa Bob Eckstein ha scritto un libro, «The History of the Snowman», in cui racconta attraverso un gran numero d’immagini le origini del pupazzo di neve. Il primo ritratto dell’omino di ghiaccio si trova in un «Libro d’ore» del 1380, custodito in una biblioteca dell’Aia: assiso su un sedile, sotto le sontuose decorazioni di un amanuense, si gira verso il lettore. Eckstein è andato a scovare in disegni, xilografie, incisioni, pubblicità, fotografie, la presenza dell’uomo di neve, e lo ha trovato anche nelle stampe del Cinquecento. In questo modo ha sfatato la tesi assai diffusa secondo cui il primo pupazzo sarebbe stato eretto all’inizio dell’Ottocento.
Il pupazzo di neve non è una creazione occidentale, ma si trova anche in Paesi orientali come il Giappone.
Il pupazzo di neve più grande del mondo, opera nel 2008 dei cittadini di Bethel, piccola comunità di 2.400 anime del Maine, negli Stati. Si trattava di una pupazza battezzata Olimpya, alta più di 37 metri, l’equivalente di un edificio di 12 piani, visibile da chilometri di distanza, con sci al posto delle ciglia, pneumatici dipinti di rosso come labbra e alberi di Natale come braccia.
In vendita su Internet Sno-Baller, un utensile per fare palle di neve perfette: di plastica rosso, simile a quello per che fa palline di gelato, ma più grande, costa 10 dollari.
«Guai a voi se nelle palle di neve ci mettete i sassi, piuttosto picchiatevi a sangue, neh!» (la mamma di Busi al figlio).
Perché c’è silenzio dopo una nevicata? I piccoli spazi d’aria che si creano tra i fiocchi di neve assorbono il suono, esattamente come i pannelli fonoassorbenti negli edifici. Con il passare del tempo la neve si comprime e gli spazi tra un fiocco e l’altro si riducono; diminuisce così anche l’assorbimento dei suoni.
«La neve e il suo magnifico silenzio. Non ce n’è un altro che valga il nome di silenzio, oltre quello della neve sul tetto e sulla terra» (Erri De Luca)