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 2017  gennaio 06 Venerdì calendario

LA POST RAI

Nel suo ultimo film Oliver Stone racconta la storia di Edward Snowden, il giovane analista della Cia che rinuncia a tutto – vita, affetti, lavoro e stipendio – per svelare agli americani e al mondo una notizia vitale per la democrazia: il governo degli Stati Uniti calpesta scientemente la Costituzione e fa spiare centinaia di milioni di persone, non solo americane, con la scusa del terrorismo. Ora vive, si fa per dire, a Mosca perché, quando fece scalo in Russia da Hong Kong (dove s’era rifugiato) per raggiungere il Sudamerica, il governo Obama gli levò il passaporto e lo rese apolide. Pronto a incriminarlo per reati gravissimi in caso di ritorno in patria. Vedere quel film e leggere le storie di ordinaria miseria in casa Rai fa un certo effetto, anche perché il caso Snowden e il caso Rai – almeno sulla carta – appartengono alla stessa famiglia: l’informazione. Solo che Snowden, pur non essendo un giornalista o forse proprio per questo, ha sacrificato tutto pur di dare notizie vere. La Rai sacrifica tutto pur di dare notizie false. Ieri ne abbiamo raccolto una miniantologia, ma ce n’è da riempire una Treccani.

Intanto, tutt’intorno, si dibatte sulle fake news o post-verità che, secondo la propaganda di regime, sarebbero un’esclusiva del Web e richiederebbero il pronto intervento delle “autorità pubbliche”, cioè di un orwelliano Ministero della Verità, secondo gli auspici del capo dello Stato Mattarella e del presidente dell’Antitrust Pitruzzella, nonché dei sottostanti giornaloni e telegiornaloni che riprendono compunti e riverenti i loro moniti. Qualcuno, anche sul Fatto, si sorprende perché la grande stampa s’indigna per la belinata grillesca della “giuria popolare” anti-bufale, mentre tutti trovano normale il bavaglio di Stato benedetto dal Colle e dall’Authority. Ma c’è poco da stupirsi: giornaloni e telegiornaloni non hanno nulla da temere dalla censura dei partiti, perché la praticano già quotidianamente sotto forma di autocensura. Quanto alla “giuria popolare” di Grillo, sanno benissimo che non vedrà mai la luce: infatti non è la parola “giuria” che li terrorizza, ma la parola “popolo”, unica vera ossessione dei politici senza elettori, dei giornalisti senza lettori e dei telegiornalisti senza spettatori. Fateci caso: Carlo Verdelli si è dimesso da direttore editoriale delle news Rai. Ma non perché, nell’ultimo anno, la Rai abbia stracciato il record (da essa stessa detenuto) di balle raccontate ai telespettatori a reti unificate: perché il Cda ha bocciato il suo piano organizzativo che spostava il Tg2 a Milano, creava un TgSud e accorpava le Tgr a Rainews24.

L’attendibilità delle news non era proprio all’ordine del giorno. E comunque il direttore delle news non aveva alcun potere sui tg e sui talk show che le diffondono: quelli li ha sempre gestiti l’onnipotente ad-dg Campo Dall’Orto, cioè Renzi che l’ha nominato. Quindi sarebbe ingeneroso mettere in conto a Verdelli il Premiato Bufalificio di Viale Renzini, che ormai opera a reti unificate dopo la renzizzazione di tutti e tre i canali e tutti e tre i tg. Roba da far impallidire persino la Rai berlusconiana, che almeno Rai3 e il Tg3 li lasciava alla sinistra. Verdelli, galantuomo e professionista coi fiocchi, è uomo di carta stampata e sa poco di tv. E ancor meno ne sapeva il suo vice Francesco Merlo, ingaggiato per la modica cifra di 240 mila euro l’anno per fare non si sa bene cosa e fuggito il giorno prima del referendum fiutando la mala parata. Ma soprattutto Verdelli non è uomo di mondo, non frequenta i corridoi, le terrazze e i palazzi romani: gli avevano garantito che avrebbe lavorato senza rendere conto ai partiti e ci aveva creduto: naturalmente non gli han fatto toccare palla e, appena il padrone della Rai è uscito da Palazzo Chigi per andare a sciare a Ortisei, l’hanno fatto fuori. Ora Campo Dall’Orto comunica bel bello che non lo sostituirà, ammettendo così che la Direzione News era una foglia di fico totalmente inutile (tanto la paghiamo noi: la Corte dei conti non ha nulla da dire?). Poi annuncia al Corriere: “Completerò io il piano di Verdelli”. Con le sue manine. E via di supercazzole: “Abbiamo compiuto un lungo percorso”, bisogna “raccontare il Paese al di là dei suoi confini” (oddio, andrà in Africa con Cuffaro e al posto di Veltroni?), “l’unificazione delle testate chiede quotidianamente una prospettiva diversa, sempre innovativa, nel lavoro” (qualunque cosa voglia dire).

Di togliere il disturbo manco a parlarne. Del resto, il suo anno e mezzo in Viale Mazzini è lastricato di trionfi. Ha chiuso due programmi di successo come Ballarò e Virus per rimpiazzarli con due flop epocali (il samiszdat Politics del fantasma Semprini è scomparso così com’era nato: senza che nessuno se ne accorgesse), ha cacciato la Berlinguer dal Tg3 per relegarla alle 18.30 e ora la richiama in prima serata come se niente fosse. Ha assunto 21 esterni a peso d’oro, di cui 11 con contratti illegittimi secondo l’Anac, e non ne ha sciolto neanche uno, nemmeno quello del mitico Génseric Cantournet, detto Ispettore Clouseau, selezionato come capo della Security da una società super partes: quella del padre. Ha accumulato 70 milioni di perdite, a fronte di 200 milioni di introiti in più grazie al canone in bolletta. Ha promesso una Rai indipendente dai partiti e ne ha fatto un organo di partito che batte in servilismo persino quella di Masi e Minzolini. E ora dichiara, restando serio: “Io ho ricevuto un mandato legato all’innovazione della Rai da Matteo Renzi. Ed è un impegno che intendo continuare a svolgere anche con il governo Gentiloni”. È la declinazione 2.0 dell’antico “Franza o Spagna purché se magna”. Perché lui è renziano come Campo e gentiloniano come Dall’Orto.
Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano 6/1/2017