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 2017  gennaio 04 Mercoledì calendario

BUFFALO BILL

Caro Buffalo Bill, papà del nostro immaginario
Gentile William Frederick Cody,
mi permetto di darti del tu nel giorno in cui si celebrano i cento anni della tua morte. Dato che i morti non si possono difendere da soli, ma non si può beatificarli di diritto, vorrei fare un po’ d’ordine sui meriti che è giusto tu abbia, ma anche sulle colpe che ti si attribuiscono. Inutile fare i misteriosi, in moltissimi ti conoscono soltanto con il soprannome che hai rubato a William Cockstom dopo una caccia al bisonte. Da allora sei diventato Buffalo Bill, l’uomo che nel giro di cinque anni sterminò più di quattromila bisonti.
Ecco, in questo modo non ti sei certo guadagnato le simpatie degli animalisti, ma erano altri tempi, e quella caccia non era solo un gioco, come sostiene Francesco De Gregori in una canzone che porta il tuo nome. Quella caccia era sfida di frontiera, come ci racconta John Williams in Butcher’s Crossing, e sconfinare il limite è stata sempre una tua passione-ossessione, una mania che sei poi riuscito a limitare soltanto attraverso il racconto di te stesso.
La tua fortuna è legata alla capacità di narrare le proprie imprese, anche quelle mai compiute, senza risultare mai (troppo) sbruffone. Quelle imprese raramente avevano un taglio personale, non dicevi di essere diventato orfano da ragazzino perché tuo padre fu pugnalato a morte a causa delle sue posizioni antischiaviste durante gli anni della guerra di secessione, del presidente Lincoln.
Dopo la morte di tua madre, tu stesso prendesti parte al conflitto, nel Settimo Cavalleggeri Kansas e a Saint Louise incontrasti Louisa Frederici, che poi diventò tua moglie e la madre dei tuoi quattro figli, nonché uno dei tanti punti di contatto con l’Italia.
Sei stato un buon soldato, come tanti. Sei stato un ottimo cacciatore, come pochi. Ma a renderti un mito è stata l’autorappresentazione che sei riuscito a fare del tuo ruolo nel West, come se fossi l’onda più importante di tutta una marea.
In quel periodo di diligenze che andavano protette dagli assalti degli indiani, in quel mondo che stava scoprendo il telefono e la ferrovia, tu hai modificato la storia in leggenda mettendo in scena te stesso come rappresentate dei cowboy buoni, bianchi, salvifici, contro un manipolo di nativi, criminali, predatori, cattivissimi.
Raccontando di aver fatto fuori un Cheyenne e di averne preso lo scalpo per onorare la memoria del generale Custer, sei riuscito a creare un’ulteriore propaganda di te stesso. C’era gente disposta a giurare che se avessi guidato tu i militari a Little Bighorn le cose sarebbero andate diversamente per i Sioux.
A 37 anni, nel 1883 hai inventato uno show, dal titolo Buffalo Bill’s Wild West, che è diventato una serie live di grande successo, con le comparsate di Toro Seduto e Calamity Jane, anche loro figure a cavallo fra la storia e la leggenda, personaggi storici diventati poi simboli se non addirittura stereotipi.
Con quel circo itinerante hai girato l’Europa, sei stato in varie città italiane, Salgari ti ha voluto conoscere. Pare che verso la fine del XIX secolo tu ti sia convertito al cattolicesimo, che tu abbia incontrato papa Leone XIII, che gli indiani che facevano la parte degli indiani nel tuo show fossero convertiti alla scuola dei gesuiti. Sei stato pure massone.
Insomma, hai costruito la tua fama sparandola grossa e vendendoti al miglior offerente. Il problema è che la rappresentazione che hai dato di uno spazio e di un tempo, con la visione revisionista e manichea della storia, tracciando un solcato fra la bontà dei bianchi e la malvagità dei nativi, è ancora quasi inscalfibile. Un pregiudizio che ha accompagnato molta filmografia, da John Ford a Sergio Leone. Anche il mondo del fumetto western ne è stato permeato.
E i tentativi di portare un po’ di verità su questa inesistente differenza etica dettata dal dna non sono sempre andati a buon fine, per quanto impegno ci abbiano messo Quentin Tarantino nel suo Django o Oaklay Hall nel suo Warlock.
Quindi quel mito malato del West in buona parte è colpa tua. E in fondo se in America, le elezioni le ha vinte Trump, anche quella, in parte, è una tua responsabilità.
Però, c’è un però… bisogna riconoscere che su alcune cose eri un tipo emancipato, per esempio ritenevi che bisognasse dare più libertà alle donne, e concedere loro la possibilità di fare qualsiasi lavoro volessero fare ricevendo la stessa paga degli uomini.
Caro Buffalo Bill, sei in effetti un mito che non ha subito grandi cali di fama, con questa volontà di rendere l’America great. Persino durante il fascismo in Italia sono continuate le pubblicazioni su di te, nonostante gli Stati Uniti fossero nemici giurati del Duce. E lo sai perché? Il tuo editore Nerbini aveva messo in giro la voce che fossi un emigrato romagnolo.
Anche di recente nel suo romanzo Stirpe selvaggia Eraldo Baldini ti ricollega all’Italia, dove dovresti aver lasciato un figlio illegittimo. E sicuramente hai affascinato Pier Luigi Gaspa che nel suo Buffalo Bill, della frontiera, della conquista, appena pubblicato da Imprimatur, racconta con grande precisione la tua vicenda come quella di un eroe dei suoi tempi. E dei nostri, anche dopo un secolo.
Per questo nonostante tutte le tue bischerate, non te lo meritavi che ne Il silenzio degli innocenti il serial killer dovesse prendersi il tuo di soprannome, quella sì, che è stata un’ingiustizia.
Vins Gallico, Il Fatto Quotidiano 4/1/2017