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 2017  gennaio 04 Mercoledì calendario

RENZI SUGLI SCI, PIÙ FANTOZZI CHE KENNEDY


Gli uomini riposano, lo storytelling no. Già teneva accesa la luce a Palazzo Chigi di notte mentre il Duce lavorava; oggi tesse i frame di un Renzi disoccupato e senza stipendio, col solo gruzzolo del Tfr di 48 mila euro maturato nell’azienda di famiglia, da cui si era fatto assumere alla vigilia della candidatura alla Provincia.
Eccolo allora, “Sci patriottici e caschetto”, in una galleria del corriere.it tra le foto dei vip al cenone e altre curiosità kitsch. Una carrellata imprescindibile per compatire, in senso etimologico, il premier emerito nella grande confusione che ha contagiato la sua narrazione, un tempo così salda e infallibile.
Padre di famiglia che fa la spesa alla Coop, no: meglio sciatore in posa con le ereditiere del vino; no, meglio padre di famiglia e sciatore. E, in sottofondo, una rivalsa epica pianificata tipo Conte di Montecristo, contro tutti, contro il Pd, contro gli italiani che non l’hanno compreso, contro il web che non l’ha facilitato come la Tv facilitava B. Mai pensato di ritirarsi in qualche convento del varesotto a studiare, dopo la bocciatura plebiscitaria alle bislacche riforme, come invece ha detto di voler fare Napolitano (non è mai troppo tardi). Chi si rivede non muore, e lui ha bisogno di restare vivo.
Il suo disturbo narcisistico che fa sì che come Zelig assuma i tratti dell’ambiente in cui di volta in volta si trova. Con la mimetica tra i militari, con la felpa di Amatrice ad Amatrice, pro-establishment coi banchieri e gli ambasciatori, anti-establishment se vince Trump, sulla neve Renzi diventa indistinto e sfocato, gli sparisce la faccia, il che non è detto sia un male, se intendiamo “faccia” in senso figurato.
Per questa sua camaleontica mancanza di personalità Renzi sembra sempre fuori posto, come fotomontato in contesti in cui al contrario vuole apparire disinvolto. Arcitaliano, ha con l’eleganza lo stesso rapporto che ha con la cultura: più se ne sente privo più ne fa sfoggio, e più ne fa sfoggio più se ne priva (epitome definitiva: uno dei due Rolex, il Daytona o l’altro, sotto la camicia bianca da start-upper).
Sulla neve in discesa tutto griffato “Italia” pare più Fantozzi o Christian De Sica che Kennedy ad Aspen. E siccome dal ’94 la politica è fatta più di estetica che di etica, Renzi, questo inedito mix di “giovane promessa” e “solito stronzo”, sta ancora e di nuovo cercando il suo stile, un ubi consistam per l’oltranza della sua lotta. Come essere per tornare a piacere, “chi” essere?
L’etica di Renzi la conosciamo, è quella di #enricostaisereno e del Jobs act; l’estetica oscilla tra leadership carismatica, ipercinetismo simulato (“Arrivo, arrivo!”, “una riforma al mese”), giovanilismo esibito, investitura messianica (“per i miei figli, per i nostri figli, non ci fermeremo”). E oggi che tutto questo ha fallito, l’estetica di Capodanno, un tempo trionfale, si attesta catastroficamente su quella del cinepanettone.
L’anno scorso, Chi titolava Renzi come Stallone in Rocky IV, e prometteva un “presidente del Consiglio come non lo avete mai visto”, e come non avremmo voluto vederlo, a dire il vero, cioè in bermuda e calzettoni sulle nevi di Courmayeur, che pareva appena uscito dalla ritirata. Avevamo un Andreotti “nonno-turista” a Cervinia; un Aldo Moro con bastone; un De Gasperi con pantaloni alla zuava in Valsugana (ma al chiuso); un Prodi berrettato a Campolongo. Ma uno ridotto così, davvero mai visto.
Due anni fa, l’Ansa diramava un comunicato stile Agenzia Stefani: “Vacanze di Capodanno in pieno relax sulle piste da sci di Courmayeur, per il premier che tuttavia non rinuncia a tenere un occhio puntato su Roma. Il pdC oggi ha sfoggiato una giacca della nazionale azzurra olimpica di Sochi 2014 e un’impeccabile attrezzatura tecnica… una parentesi famigliare senza però rinunciare al bagno di folla, tra gli increduli sciatori che non hanno potuto rinunciare al ‘Renzi-selfie’”; roba che il Duce a Campo Imperatore poteva solo sognarsi.
Oggi è tutto più malinconico, il “Renzi-selfie” è stranezza per miliardari e addirittura un ottico appende un cartello per dire che non ce lo vuole. Lo statista sembra non aver capito che il suo problema con l’Italia non è di comunicazione ma di politica, e che la repulsione per il suo stile, personale e di governo, è il più forte sentimento unitario che ha manifestato il Paese negli ultimi anni.
Daniela Ranieri, Il Fatto Quotidiano 4/1/2017