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 2017  gennaio 03 Martedì calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - LE ULTIME DI GRILLO REPUBBLICA.IT ROMA - "Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media

APPUNTI PER GAZZETTA - LE ULTIME DI GRILLO REPUBBLICA.IT ROMA - "Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali". È la proposta avanzata da Beppe Grillo sul suo blog. Ma per questo suo post dal titolo "Una giuria popolare per le balle dei media" sarà querelato dal direttore del tg La7, Enrico Mentana. Critiche bipartisan dal mondo politici. Interviene l’Fnsi. Mentana: "Offesa non sanabile". "In attesa della giuria popolare - annuncia su Facebook il direttore del tg La7 - chiedo a Grillo di trovarsi intanto un avvocato. Fabbricatori di notizie false è un’offesa non sanabile a tutti i lavoratori del tg che dirigo, e a me che ne ho la responsabilità di legge. Ne risponderà in sede penale e civile". Sul blog beppegrillo.It l’accusa - generica - lanciata dal leader del M5s è accompagnata da un fotomontaggio di testate giornalistiche che comprende il logo del telegiornale diretto appunto da Mentana. Critiche bipartisan dalla politica. L’iniziativa di Grillo ha suscitato critiche bipartisan da parte del mondo della politica. Per il senatore di Forza Italia, Francesco Giro, "Grillo vuole imporre la mordacchia alla stampa e ai tg. Prima assolve tutti gli indagati del suo Movimento e ora vuole colpire i giornalisti: sembra terrorizzato dallo tsunami che presto si abbatterà sul Campidoglio". "Minculpop 2.0", dice il deputato forzista Luca Squeri. Per Stefano Pedica, deputato pd, il leader 5 Stelle "più tempo passa più somiglia a Paolini, il disturbatore televisivo. Ma i nuovi giudici dovranno prima giurare sul Codice comico del M5s o su quello del mago Otelma?". Vanna Iori, deputata dem: "Grillo censore, pericolosa deriva oscurantista". Arturo Scotto, capogruppo di Sinistra italiana alla Camera, chiede: "Grillo spieghi se suo modello è Erdogan". Fnsi: "Linciaggio mediatico". "Se fosse approvata la proposta di Grillo l’italia non occuperebbe più il 77°, ma il 154° posto nella classifica sulla libertà di stampa nel mondo". È il commento del segretario generale e del presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti. "Quello che il leader del M5s fa finta di non capire - aggiungono - lanciandosi in un linciaggio mediatico di stampo qualunquista contro tutti i giornalisti, è che sono le minacce e le intimidazioni, come quelle che lui velatamente lascia trasparire, a far precipitare il Paese nelle classifiche internazionali". L’allarme bufale o fake news. Dopo le elezioni americane e la vittoria di Donald Trump, il dibattito si è intensificato. Le false notizie sui social - fake news o bufale - sono trattate oggi alla stregua di una minaccia contro la democrazia. Nei giorni scorsi Grillo aveva attaccato il presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella che al Financial Times, a proposito delle bufale nel web, aveva parlato della necessità di "una rete di organismi nazionali indipendenti capace di identificare e rimuovere le notizie false". "Post verità nuova inquisizione", era la dura critica del leader 5 Stelle al quale il capo dell’Antitrust aveva replicato sostenendo: "Nessuna censura, la Rete deve essere credibile". Ora il cofondatore del Movimento, estremo difensore della Rete senza regole e della democrazia in Rete, torna sull’argomento rilanciando le accuse (di pubblicare bufale) a giornali e tv. Grillo: "Se notizia falsa direttore si scusi". Ecco i passi principali del post sul blog di Beppe Grillo dal titolo "Una giuria popolare per le balle dei media". "Se una notizia viene dichiarata falsa - si legge - il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo. Così forse abbandoneremo il 77mo posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa", spiega Grillo. Grillo: "Tutti contro Internet". "Prima Renzi, Gentiloni, Napolitano e Pitruzzella, poi il ministro della Giustizia Orlando e infine il presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno", prosegue Grillo nel suo blog. "Tutti puntano il dito sulle balle che girano sul web, sull’esigenza di ristabilire la verità tramite il nuovo tribunale dell’inquisizione proposto dal presidente dell’Antitrust. Così il governo decide cosa è vero e cosa è falso su Internet". Grillo: "Chi pensa alle balle di giornali e tv?". "E alle balle propinate ogni giorno da tv e giornali - continua il leader 5 Stelle - chi ci pensa? Il quotidiano La Stampa ha diffuso un articolo sulla fantomatica propaganda M5s capitanata da Beatrice Di Maio, notizia ripresa da tutti i giornali e i tg, poi si è scoperto che era tutto falso. La Stampa non ha chiesto neppure scusa - sottolinea il cofondatore del Movimento - e nessuna sanzione è stata applicata nei suoi confronti, nè degli altri giornali e telegiornali che hanno ripreso la bufala senza fare opportune verifiche. Grillo: "La bufala di oggi". "Poi fresca di oggi - continua Grillo - la bufala in prima pagina del Giornale di Berlusconi: ’Affari a 5 stelle. Grillo vuole una banca’. Una falsità totale che stravolge un fatto vero, ossia che Davide Casaleggio ha accettato di incontrare l’Ad di una banca online che ha ricevuto vari premi per l’innovazione tecnologica utilizzando il web per scambiare esperienze e idee sula Rete e sulle sue possibilità, così come incontra decine di aziende innovative. Capite come lavorano i media?" Insomma, conclude Grillo, "i giornali e i tg sono i primi fabbricatori di notizie false nel Paese con lo scopo di far mantenere il potere a chi lo detiene. Sono le loro notizie che devono essere controllate". Tribunale dei cittadini per decidere sulle balle dei giornali. Giusto. Poi tribunale del popolo per validare le diagnosi dei medici, per approvare i calcoli degli ingegneri, per confermare le scelte dei piloti. Poi estinzione e va bene così. ROBERTO BURIONI EMANUELE BUZZI MILANO Lo scudo di Beppe Grillo sul Movimento. Il blog, come già annunciato a dicembre, ha pubblicato ieri il codice etico «in caso di coinvolgimento in vicende giudiziarie» dei Cinque Stelle. Una gestazione lunga otto mesi, nata in contemporanea con l’avviso di garanzia inviato a maggio a Filippo Nogarin. Il testo, che oggi sarà votato sul sito per essere ratificato dagli iscritti, è una virata messa nero su bianco verso un garantismo tenue, una mossa però già definita nei fatti negli ultimi mesi. Una svolta necessaria dopo il caso delle firme a Palermo (con tre deputati indagati) e in vista di un eventuale (e discusso) avviso di garanzia a Virginia Raggi. Lo spartiacque Essere indagati non sarà più dirimente per sospensioni o autosospensioni (anche se quest’ultima verrà considerata come attenuante per la condotta del potenziale reo). Uno spartiacque rispetto a posizioni ipergiustizialiste sposate da alcuni eletti e dal blog in passato. Fondamentale rimane non avere condanne, nemmeno di primo grado per reati commessi «con dolo»: un modo per cercare di proteggere gli eletti da eventuali ingenuità. Un punto, quello del dolo, che potrebbe essere fondamentale in alcuni potenziali casi giudiziari. A decidere, in ogni caso, chi e come verrà sanzionato saranno Grillo e il collegio dei probiviri (a partire dai reati di opinione). I punti Leggere i punti del codice è come ripercorrere gli ultimi mesi di cronache politiche pentastellate: c’è l’obbligo di dare informazione «dell’esistenza di procedimenti penali in corso» quanto prima al «gestore del sito» (causa di una polemica con Federico Pizzarotti), c’è l’invito velato ad autosospendersi (come Marco Piazza a Bologna), c’è anche l’obbligo per i sindaci e i potenziali governatori pentastellati di usare la linea dura con eventuali assessori non Cinque Stelle (segno che il Movimento si sta aprendo a personalità della società civile). I piani La mossa di Grillo e Casaleggio di fatto pone gli eletti direttamente (e discrezionalmente) sotto l’egida del garante e dell’imprenditore. Che tracciano insieme l’orizzonte dei prossimi mesi. Non è un caso la tempistica del post: all’inizio del nuovo anno, prima di eventuali tempeste, proprio per tutelare il cammino pentastellato verso le prossime Politiche. Il leader non vuole che altri scandali e preferisce puntare su una nuova fase di «apertura», di «lavoro e scouting», come sostengono alcuni Cinque Stelle. Le tensioni L’ala ortodossa, in una riunione congiunta dei parlamentari poco prima di Natale, in realtà ha tentato di essere parte attiva nella stesura del codice, ma il garante ha preferito (come fatto sempre in precedenza) tracciare la linea con l’imprenditore. Ieri il post ha agitato proprio quella parte del Movimento. Riccardo Nuti — come ha rivelato l’ Adnkronos — nelle chat parlamentari commenta sarcastico: «Palermitani via in ogni caso». Michele Dell’Orco parla di codice «forse migliorabile». Ma deputati e, soprattutto, senatori si agitano lamentando dubbi sul potere di «discrezionalità» dei probiviri. Molto critico anche il Pd sulla mossa del Movimento. «La svolta garantista del M5S è la tomba del grillismo. Fine della loro pseudo onestà/diversità», dice Alessia Morani. BUCCINI SUL CDS Nel mondo di Beppe Grillo l’avviso di garanzia non è più automatico sinonimo di morte politica. Non lo era già da un pezzo, in verità. La gestione asimmetrica dei casi di Filippo Nogarin a Livorno e Federico Pizzarotti a Parma mostrava da tempo come la discrezionalità del capo assoluto fosse il vero discrimine nel destino di un sindaco pentastellato. E come la seduzione della parolina «dipende» si fosse già insinuata nella purezza primigenia. Ma ancora ci si muoveva a tentoni, in un’oscurità normativa nella quale risuonavano solenni le parole del giovane Di Maio che, in rampa di lancio da premier (e prima di prendere lucciole per lanterne su Quarto in Campania e l’assessora Muraro a Roma), tuonava in un’intervista a Libero : «Non sono a favore della presunzione d’innocenza per i politici. Se uno è indagato, deve lasciare. Glielo chiedono gli elettori!». Ancora un anno fa la pasionaria romana del movimento Roberta Lombardi invocava, per un avviso di garanzia, le dimissioni «immediate!» del sindaco Esterino Montino e dei consiglieri della maggioranza pd di Fiumicino. E il centauro Di Battista ammoniva che persino Nogarin si sarebbe dovuto dimettere a meno che l’avviso di garanzia non fosse «un atto dovuto» (lo è sempre, a date condizioni), rifugiandosi nella stessa tenebra giuridica che l’aveva spinto a dichiararsi difensore della Costituzione «approvata a suffragio universale nel ‘48» (com’è noto, la Carta fu approvata dall’Assemblea costituente: quella, sì, votata da tutti gli italiani, due anni prima...). Ora, con una capriola rispetto all’intransigenza verbale delle origini così plateale da meritarsi il plauso di Cirino Pomicino («benvenuto Grillo!»), Beppe e i suoi fedeli sembrano mettere nero su bianco l’addio al giustizialismo almeno di grana più grossa. Chi governa, talvolta, finisce per inzaccherarsi un po’ l’orlo della giacca, spesso suo malgrado e magari, chissà, persino per una buona causa: pare questa la scoperta straordinaria che sta dietro il «codice di comportamento» per gli amministratori grillini coinvolti in vicende giudiziarie; assieme a un lodevole tentativo di coerenza dopo mesi di doppiopesismo nei quali si invocavano dimissioni altrui (a gran voce, anche per avversari non inquisiti ma solo «toccati» da qualche intercettazione imbarazzante), sempre o quasi sempre cavillando giustificazioni per i propri guai e i propri scandali. Ci sono tuttavia due elementi politici che suggeriscono prudenza. Il primo è temporale. Il paragrafo sulla «presunzione di gravità» (e la sua esclusione, almeno in via automatica, in caso di avviso di garanzia) sembra scritto per Virginia Raggi e le prossime elezioni legislative forse anticipate a quest’anno. Nessuno, allo stato, può escludere il rischio che la sindaca di Roma finisca sul registro degli indagati per l’infelice gestione delle carriere e degli stipendi di Raffaele Marra (al momento in galera), di suo fratello Renato e di Salvatore Romeo, per i quali la Raggi ha deciso di esporsi in prima persona. Nell’ipotesi più infausta Grillo avrebbe dovuto condurre un’eventuale campagna politica scegliendo tra due opzioni ugualmente rovinose: mollare la sindaca certificando l’incapacità dei Cinque Stelle o sostenerla pur da indagata sotto il facile tiro degli avversari. La contraddizione è risolta perché il Garante (Grillo stesso) e i probiviri (nominati da Grillo e soltanto ratificati dal web) decideranno «in totale autonomia» il destino politico dell’indagato e solo alla condanna di primo grado scatterà la tagliola automatica. Opportunamente si sostiene che possono essere sanzionati anche comportamenti non oggetto di indagine (la famosa indipendenza della politica rispetto alle procure). Ma è difficile non vedere come — in assenza di parametri certi — si dilati a dismisura il potere del capo assoluto, che terrà in pugno persino più di prima i suoi eletti, essendo l’imperscrutabile scelta di sommersi e salvati addirittura norma del «codice penale» grillino: è questo il secondo elemento di perplessità, assai connesso al primo, soprattutto in un movimento che già presenta zone d’ombra nei suoi processi decisionali e nella selezione delle élite («uno vale uno» è una tenera fola smentita dalla quotidianità). Sostenere che le disavventure di Virginia Raggi abbiano spinto i Cinque Stelle su sponde garantiste potrebbe rivelarsi alla fine un errore di prospettiva. Il cambiamento è notevole, ma la sua direzione andrà letta tra qualche tempo. Per chi non ha pazienza, resta la faccia feroce: quella, in fondo, non si nega a nessuno. CESARE ZAPPERI SU CDS MILANO Non esistono le mezze misure. Il nuovo codice di comportamento del Movimento 5 Stelle è la trasposizione politica del bicchiere pieno o vuoto a seconda degli occhi di chi lo guarda. C’è chi lo considera una grande «prova di maturità». E chi invece oscilla tra il sarcasmo («É forse in arrivo un avviso di garanzia per la Raggi?») e la condanna senza appello («Statuto schifoso e contro i principi del Movimento»). Così è se vi pare, insomma. Quel che è sicuro è che anche stavolta il popolo a cinque stelle si spacca. Perché il cambio di rotta è tanto improvviso quanto radicale. Perché si riaprono vecchie ferite (il caso Pizzarotti, che infatti sulla pagina Facebook del sindaco di Parma scatena oltre 1.300 commenti). Perché anche chi trova positiva la svolta non esita a individuare criticità in questo o quell’aspetto. Il blog di Grillo è lo specchio fedele del confronto interno. A partire dalle critiche più puntute. «Ok a probiviri e garante, ma dov’è finita la democrazia diretta (consultazione degli iscritti)?», scrive Fabio Tercovich. «Ecco la deriva autoritaria del Movimento che prende forma. Dal Movimento del popolo al movimento di uno», sottolinea Alberto G. Palma. «Non si può cambiare adesso la politica del Movimento. Le regole devono rimanere come erano. Cambiare adesso sembra opportunismo», osserva Gianni Baglioni. Uno dei punti più controversi è quello (il numero 5) che detta l’obbligo per l’iscritto di informare il gestore del sito dell’eventuale esistenza di procedimenti penali in corso. Franco Mas non è per nulla d’accordo: «Non si capisce il motivo per cui a ricevere l’informazione dei portavoce dovrebbe essere il “gestore del sito” e non piuttosto il garante del Movimento. Che la Casaleggio Associati si tenga fuori dalla politica». E Ottavio aggiunge una domanda retorica: «Io dovrei eleggere gente che dovrà dar conto a Casaleggio junior? E per quali meriti? Dinastici?». La maggioranza dei commenti postati sul blog esprime un giudizio positivo. C’è chi applaude senza se e senza ma. Come Davide Lak: «Bellissimo constatare che il Movimento cresce e si dà regole che lo rendono di un altro pianeta rispetto agli altri». Poi ci sono quelli che apprezzano pur avanzando qualche osservazione. Salvatore Leolangeli sostiene che «la svolta fa storcere il naso ma esprime maturità politica». Torquato Cardulli rileva, invece, che «non è il massimo di coerenza, di garanzie giuridiche, di trasparenza, ma è un buon inizio per dimostrare che il M5S appena si accorge di un’infezione al proprio interno la isola per evitare il contagio». Tocca ad Emanuele D. porre una questione che scatena un vero e proprio dibattito nel dibattito. «Questo codice andava definito subito dopo il caso Quarto». E infatti Mauro B. affonda il colpo: «A questo punto la riammissione del sindaco Pizzarotti dev’essere valutata. La questione è stata gestita con superficialità e infantilismo». Il sindaco di Parma coglie l’assist e ricorda che quando fu sospeso mancavano norme precise. «A distanza di sei mesi è arrivata la conferma di quanto ho sempre sostenuto», rimarca soprattutto il primo cittadino. Sulla sua bacheca di Facebook si scatena la discussione. Qualcuno gli obietta che doveva avere un po’ di pazienza e non lasciare i pentastellati. «Io ho sempre detto cose poi avverate — ribatte secco Federico Pizzarotti — ma darmi ragione evidentemente era difficile. Servono yes man...». CALABRESI SU REP MARIO CALABRESI NON ci può essere alcun automatismo tra un avviso di garanzia e le dimissioni e questo nemmeno può significare che sia certo un comportamento grave da parte di chi si trova al centro di un’indagine. A stabilirlo è il nuovo codice di comportamento del Movimento 5 Stelle diffuso ieri da Beppe Grillo. Una reazione istintiva ci spingerebbe a criticare questa svolta radicale sottolineando che suona opportunistica nella tempistica, visto che arriva quando appare imminente un coinvolgimento nelle inchieste romane di Virginia Raggi. Un atto che, proprio in base ai canoni sempre santificati dai Cinquestelle, avrebbe imposto le dimissioni della sindaca, come preteso un anno fa nel caso del primo cittadino di Parma, anche se in quel caso a sollevare la contestazione fu la mancata trasparenza sulla vicenda. SEGUE A PAGINA 25 INOLTRE colpisce che questo garantismo arrivi da parte di un uomo che ha usato gli avvisi di garanzia come una clava nella lotta politica e predicato la purezza come carattere distintivo del suo movimento. Un’obiezione che però sarebbe facile muovere anche al Partito Democratico che per anni ha usato inchieste, indagini e avvisi di garanzia nella sua battaglia contro Berlusconi e il centrodestra salvo poi trovarsi numerosi indagati e condannati in casa. Così ci sembra più corretto guardare alla sostanza per dire che l’intervento di Grillo è giusto per il principio che esprime e serve a ristabilire alcuni elementi di correttezza nel rapporto tra politica e magistratura. Le nuove linee guida dei 5 Stelle restituiscono all’iscrizione nel registro degli indagati il suo valore autentico: l’inizio di un procedimento in cui vengono raccolti e pesati gli elementi a sostegno dell’accusa e non un indizio automatico di colpevolezza. Da quasi un quarto di secolo si ripete che l’avviso di garanzia è un atto dovuto, uno strumento difensivo che invece troppo spesso è stato impugnato come elemento offensivo. Oggi non si usa quasi più, perché le riforme alla procedura penale hanno imposto l’interrogatorio a chiusura indagini, che infatti assieme alle proroghe delle inchieste è diventato il momento giornalistico in cui si viene a conoscenza delle inchieste contro qualcuno. Ma ribadirlo oggi può aiutare a svelenire il clima politico e può servire a restituire un sano principio di responsabilità alla politica e al mondo dell’informazione. È l’occasione per una nuova grammatica, in cui si mettono da parte automatismi e riflessi pavloviani e si analizzano i casi nella loro specificità, valutandone gravità e responsabilità. Bisogna dire che nel corso degli anni il livello di tolleranza verso il comportamento dei politici è comunque cambiato, qualcosa che solo i 5stelle hanno ignorato. Due ministri — Maurizio Lupi e Federica Guidi — si sono dimessi senza che fossero state formalizzate ipotesi di reato nei loro confronti. Ci sono stati dibattiti parlamentari e una valutazione di quanto emergeva dagli atti delle procure che li hanno spinti a decidere: valutazioni etiche e politiche, che sono andate oltre il quadro giudiziario. Questo è il punto da sottolineare, che deve servire come stella polare anche per l’attività giornalistica: non limitarsi alla pubblicizzazione della mera posizione di indagato, ma insistere in un lavoro di approfondimento e analisi dei comportamenti, che offra al Parlamento e ai cittadini tutti gli elementi per decidere. Quello era il senso delle dieci domande di Giuseppe D’Avanzo nei confronti dell’allora premier Silvio Berlusconi: il giornalismo d’inchiesta. Lo stesso che ci ha portato a denunciare opacità e rischi nelle nomine e nella scelta dei collaboratori da parte di Virginia Raggi, un lavoro fatto ben prima che arrivassero avvisi di garanzia e arresti, che hanno solo confermato la bontà del lavoro di Repubblica. TOMMASO CIRIACO SU REP TOMMASO CIRIACO ROMA. «Vedrete le nuove regole, ci permetteranno di gestire la Raggi qualsiasi cosa accada. E noi potremo dividere la nostra strada dalla sua in qualsiasi momento ». La svolta era nell’aria, anticipata da Beppe Grillo ai big che l’avevano raggiunto al telefono per i tradizionali auguri di Natale. Un codice etico cucito su misura per la sindaca di Roma. O, meglio ancora, una camicia di forza in grado di soffocare ogni mossa autonoma di Virginia, soprattutto se la situazione dovesse sfuggire di mano. Da settimane, nella galassia cinquestelle si rincorrono voci non confermate su almeno un avviso di garanzia in arrivo a carico della sindaca. Forse già nei prossimi giorni, comunque prima dell’avvio della campagna elettorale per le politiche. Soltanto veleni o spettri in carne ed ossa? Comunque un incubo, per chi ambisce a issare la bandiera del Movimento su Palazzo Chigi. L’unica via d’uscita, allora, è quella che sfoggia il marchio della Casaleggio associati, dopo un puntiglioso check legale con un team di avvocati. Toccherà al comico decidere se lasciar correre un’indagine nei confronti di un grillino, se pretendere invece l’autosospensione o spingersi addirittura verso una clamorosa cacciata. Vale per tutti, anche per Raggi. «E d’altra parte – continua a ripetere in privato il leader – questa discrezionalità l’ho voluta io. La mia sarà una scelta morale e politica ». Di certo, regalerà ai cinquestelle tempo prezioso, mettendo in cassaforte due obiettivi vitali: non mostrarsi inerti di fronte alla inchieste e rimandare a dopo le elezioni la resa dei conti con l’avvocatessa che si è fatta le ossa nello studio Previti. E’ l’anno zero del grillismo, necessario dopo il caso Quarto e l’inciampo del livornese Filippo Nogarin. Un frullato di garantismo e giustizialismo in cui l’unico punto fermo si chiama Grillo: decide tutto lui. «Dovevamo essere più chiari dall’inizio sugli avvisi di garanzia», è stato il ragionamento del Fondatore. Lo stesso condensato in un recente post voluto da Davide Casaleggio, in cui si affermava clamorosamente: «Ci stanno combattendo con tutte le armi, comprese le denunce facili che comunque comportano atti dovuti come l’iscrizione nel registro degli indagati o gli avvisi di garanzia. Nessuno pensi di poterci fermare così». Il vero motore dell’accelerazione è però Luigi Di Maio. Fu il primo a intuire la portata del problema, profetizzando davanti al suo studio di Montecitorio: «Siamo a un passo dal conquistare Roma e vicini al governo del Paese. Diciamo che esiste una questione di garantismo che dobbiamo affrontare. L’obiettivo è trovare le soluzioni migliori, caso per caso ». Ecco, qual è la via d’uscita meno impervia per un eventuale caso Raggi? Grillo pretende mani libere, innanzitutto. Per questo si attribuisce un potere pressoché assoluto. E intanto elabora la strategia: non muoverà un dito contro la sindaca di fronte a eventuali accuse legate a vicende minori, a meno che una feroce campagna mediatica non la travolga. Ma non si accontenterà dell’autosospensione di fronte a circostanze inopportune o, peggio, gravi. Basterà questo prontuario a fronteggiare d’ora in avanti avvisi di garanzia e prescrizioni? Forse. I grillini, intanto, devono fare i conti con le accuse degli avversari. Per uscire dall’angolo, allora, studiano una campagna anti dem. L’idea è di rilanciare la foto di un indagato pd per gravi reati, accompagnata da uno slogan che suona più o meno così: «Con noi sarebbe già stato espulso». E già, perché proprio l’accusa di mostrarsi cedevoli rispetto ai fasti giustizialisti del passato tiene in allarme il quartier generale milanese. Non a caso, dopo essersi consultati Grillo e Di Maio hanno deciso di mettere in votazione il codice proprio durante la pausa festiva, in modo da aggirare i mal di pancia degli ortodossi meno inclini al garantismo. Indietro non si torna, questo è certo. Lo si intuisce scorrendo i commenti sul blog e le feroci accuse di chi già domanda preoccupato: «E adesso se arriva un avviso di garanzia a uno del Pd non possiamo più chiamarlo ladro?». A ben guardare, però, la direzione era già chiara alcuni mesi fa. Fu quando Gino Paoli, amico personale del comico, si ritrovò indagato per evasione fiscale. Grillo prese subito le sue difese, pubblicamente. «Sbatti il mostro in prima pagina», denunciò. In privato, riferiscono, fu ancora più esplicito: «Non staremo sbagliando, a cavalcare questi avvisi di garanzia?». LIANAMILELLA ROMA. Antonio Di Pietro sul codice M5S è netto: «Il mio giudizio è positivo, meglio farlo che non farlo». Non è troppo poco e con contraddizioni rispetto alla storia di M5S? «Patti chiari, amicizia lunga. Aver messo per scritto un codice di comportamento è di per sé una scelta saggia che gli altri partiti farebbero bene a fare anziché limitarsi a criticare». Quindi lei condivide il testo? «Ne condivido la funzione e sostanzialmente anche il contenuto. Per gli stessi amici di M5S è un’occasione per rimettere i piedi per terra». Per terra? Che vuol dire? «È ovvio che un’informazione di garanzia di per sé non poteva, né può significare l’automatica colpevolezza di una persona. E quindi la presunzione originaria di M5S di doversi dimettere ogni volta che se ne riceve una non poteva stare in piedi, ma va valutata caso per caso, com’è scritto nel codice». Un momento, sulla gravità di un avviso di garanzia M5S ha fatto battaglie dure, anche con accuse e richieste pesanti agli altri partiti. Lei stesso, da politico, ne ha parlato in decine di interventi. Il codice non segna un arretramento? «Diciamo che riporta i grillini con i piedi per terra. Entrando nelle istituzioni e assumendo ruoli di governo, si sono resi conto che un’informazione di garanzia non comporta una condanna automatica, ma va valutata caso per caso. Resta nella discrezionalità di ogni interessato se l’informazione debba necessariamente comportare le dimissioni». Però quando la cosa capitò a lei trasse altre conclusioni… «Io mi sono dimesso da ministro appena ho ricevuto l’avviso, anche se sapevo di essere innocente, tant’è vero che la denuncia a fine indagini è stata archiviata. E da pm ho lasciato la toga al solo sentore di un problema». Quanto ha inciso sulla prudenza del codice il caso Raggi e il rischio che anche lei finisca indagata? «Mi rifiuto di credere che la previsione di un futuribile avviso alla Raggi possa aver provocato il ripensamento di M5S sulla sospensione e sulle dimissioni rispetto ai suoi iscritti. Francamente criminalizzare Raggi ancor prima che l’autorità giudiziaria abbia emesso un avviso di garanzia mi pare fuori luogo, un’illazione ingiusta e ingiustificata». Di un avviso però si parla… «Non può esistere la presunzione dell’avviso di garanzia». Cedere sulle conseguenze di un avviso non contrasta con l’obbligo, previsto nello stesso codice, di «tenere comportamenti eticamente ineccepibili a prescindere dalla rilevanza penale»? «Invece mi pare corretto, perché l’assioma della gravità di un comportamento rispetto all’esistenza di un procedimento penale allo stesso tempo dice troppo e troppo poco. Troppo perché potrebbero esserci reati di opinione o colposi che seppur comportano un procedimento penale possono non essere gravi. Troppo poco perché possono esserci all’opposto comportamenti non rilevanti penalmente ma che screditano comunque l’azione politica di M5S». Tutti contro Internet. Prima Renzi, Gentiloni, Napolitano e Pitruzzella, poi il ministro della Giustizia Orlando e infine il Presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno. Tutti puntano il dito sulle balle che girano sul web, sull’esigenza di ristabilire la verità tramite il nuovo tribunale dell’inquisizione proposto dal presidente dell’Antitrust. Così il governo decide cosa è vero e cosa è falso su internet. E alle balle propinate ogni giorno da tv e giornali chi ci pensa? Il quotidiano La Stampa ha diffuso un articolo sulla fantomatica propaganda M5S capitanata da Beatrice Di Maio, notizia ripresa da tutti i giornali e i tg, poi si è scoperto che era tutto falso. La Stampa non ha chiesto neppure scusa e nessuna sanzione è stata applicata nei suoi confronti, nè degli altri giornali e telegiornali che hanno ripreso la bufala senza fare opportune verifiche. Poi fresca di oggi la bufala in prima pagina del Giornale di Berlusconi: "AFFARI A 5 STELLE. Grillo vuole una banca". Una falsità totale che stravolge un fatto vero, ossia che Davide Casaleggio ha accettato di incontrare l’AD di una banca online che ha ricevuto vari premi per l’innovazione tecnologica utilizzando il web per scambiare esperienze e idee sula Rete e sulle sue possibilità, così come incontra decine di aziende innovative. Capite come lavorano i media? I giornali e i tg sono i primi fabbricatori di notizie false nel Paese con lo scopo di far mantenere il potere a chi lo detiene. Sono le loro notizie che devono essere controllate. Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali. Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo. Così forse abbandoneremo il 77° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa. Ps: Aspettiamo ancora le scuse del direttore de La Stampa e di tutti coloro che hanno ripreso acriticamente un articolo provato falso