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 2017  gennaio 03 Martedì calendario

APPUNTI COREA DEL NORD PER LA VERITA’ – LA COREA DEL NORD INIZIA IL 2017 CON NUOVE INTERNAZIONALE - LE MONDE 3/1/2017 – Come a ogni inizio anno, il leader nordcoreano Kim Jong-un si è lasciato andare a dichiarazioni bellicose

APPUNTI COREA DEL NORD PER LA VERITA’ – LA COREA DEL NORD INIZIA IL 2017 CON NUOVE INTERNAZIONALE - LE MONDE 3/1/2017 – Come a ogni inizio anno, il leader nordcoreano Kim Jong-un si è lasciato andare a dichiarazioni bellicose. In un discorso pronunciato il 1 gennaio, Kim ha annunciato che il suo paese “sta finalizzando i preparativi per il test di un missile balistico intercontinentale”. Anche se Pyongyang ha realizzato cinque test nucleari negli ultimi dieci anni (ottobre 2006, maggio 2009, febbraio 2013, gennaio e settembre 2016) e più di venti test di missili balistici solo nel 2016, finora non è mai riuscita a lanciare un missile di gittata superiore a 5.500 chilometri. Non tenendo conto delle risoluzioni dell’organizzazione delle Nazioni Unite, che in molte occasioni ha imposto alla Corea del Nord di rinunciare al suo programma nucleare, Kim Jong-un, al potere dal dicembre del 2011, ha affermato che la Corea del Nord è ormai “una potenza militare in Oriente e che neanche il più potente dei suoi nemici può toccarla”. Il leader di Pyongyang ha anche insistito sul fatto che continuerà a sviluppare il suo arsenale finché gli Stati Uniti rimarranno ostili e continueranno le loro manovre congiunte con la Corea del Sud, paese con il quale la Corea del Nord è tecnicamente ancora in guerra dopo l’armistizio di Panmunjom firmato il 27 luglio 1953. Il tempismo di Kim Secondo Steve Evans, corrispondente della Bbc a Seoul, le parole di Kim Jong-un sono rivolte sia ai nordcoreani sia alla comunità internazionale, in particolare a Washington. In entrambi i casi l’obiettivo è mettere in evidenza la potenza della Corea del Nord per consolidare il proprio potere. Gli esperti della regione sono convinti che il momento scelto per queste dichiarazioni non è casuale: negli Stati Uniti Barack Obama si appresta a passare il testimone il 20 gennaio a Donald Trump – che ha assicurato che nessun missile nordcoreano raggiungerà il suolo statunitense – mentre in Corea del Sud la presidente Park Geun-hye è indebolita dalla messa in stato d’accusa. In un editoriale dai toni allarmati, il Korea Herald parla di un clima d’incertezza che incombe sul 2017. Il suo principale timore è l’imprevedibilità delle scelte del futuro presidente degli Stati Uniti che, dopo aver definito Kim Jong-un un “pazzo”, si è detto a incontrarlo per “mangiare un hamburger”. (Traduzione di Andrea De Ritis) *** LA STAMPA 2/1 – La Nord Corea: «Pronti i test sui missili balistici Icbm» Puntuale come ogni gennaio, dalla Nord Corea arriva l’ennesima minaccia. Parlando al popolo nel consueto discorso di Capodanno, il ledaer Kim Jong-Un ha annunciato che la Corea del Nord è vicina a testare missili a lungo raggio che possono trasportare testate nucleari: i missili balistici intercontinentali sono «all’ultima fase» di sviluppo, ha affermato Kim nel discorso. Kim ha minacciato anche che aumenterà la capacità militare del suo Paese se gli Stati Uniti non metteranno fine alle esercitazioni militari con la sua rivale Corea del Sud. Proprio là gli americani hanno testato e installato il sistema di difesa missilistico Thaad. Un analogo deterrente lo vorrebbe acquistare il Giappone che ha stanziato una quota del budget della difesa per il quadriennio 2017-2021. La Nord Corea nell’ultimo anno è tornata ad alzare i toni, mai come nel 2016 ha tenuto tanti lanci missilistici (16) e ben due test nucleari. L’ultimo, in ottobre, è stato così potente che all’inizio molti analisti ed esperti avevano confuso l’esplosione atomica con quella di una bomba a idrogeno. *** REPUBBLICA.IT 3/1/2017 – TRUMP: «IL MISSILE DELLA COREA NON CI TOCCHERA’» Mai un missile nordcoreano potrà colpire gli Stati Uniti. Il primo monito contro Pyongyang del presidente eletto Donald Trump arriva via Twitter, in risposta al leader norcoreano Kim Jong-un che ha annunciato il lancio imminente di un missile balistico intercontinentale. "La Corea del Nord ha appena affermato di essere nelle fasi finali dello sviluppo di un’arma nucleare in grado di raggiungere il territorio degli Stati Uniti - scrive Trump - Non succederà mai!". In un altro tweet, il presidente eletto si scaglia contro Pechino: "Porta via agli Stati Uniti enormi somme di denaro e ricchezze in un commercio totalmente a senso a unico e non ci aiuterà sulla Corea del Nord. Bello!". Già durante la campagna elettorale, Trump aveva chiamato Kim "maniaco", pur senza mai dire se questa definizione fosse del tutto negativa, perché, subito dopo, aveva precisato di dover dare "credito" al leader della Corea del Nord. Nella marcia di avvicinamento al 20 gennaio, data in cui il nuovo presidente si insedierà alla Casa Bianca, oggi si riunisce per la prima volta il nuovo Congresso, controllato dai repubblicani in entrambe le Camere. *** INTERNAZIONALE.IT 20/10/2016 – La Corea del Nord ha lanciato un missile a medio raggio senza successo. Si suppone che si sia trattato di un missile Musudan di media gittata e che sia stato lanciato dalla città di Kusŏng, nell’ovest del paese. Lo hanno dichiarato le forze armate statunitensi e sudcoreane che hanno detto di voler combattere l’espansione nucleare di Pyongyang. Si è trattato dell’ottavo tentativo in sette mesi da parte della Corea del Nord di testare un missile con una gittata di tremila chilometri. *** IL POST 9/9/2016 – IL TEST NUCLEARE DELLA COREA DEL NORD – Nella notte italiana tra giovedì e venerdì la Corea del Nord ha condotto il suo quinto test nucleare, il più potente realizzato finora: è stata fatta esplodere una bomba nucleare sottoterra a Punggye-ri – nel nordest del paese, lo stesso posto dove era stato condotto anche l’ultimo test nel gennaio 2016 – che ha provocato un terremoto artificiale di magnitudo 5.3. Il governo nordcoreano ha confermato il test con un messaggio trasmesso dalla tv di stato, e soprattutto ha sostenuto di avere confermato la sua capacità di fabbricare testate nucleari piccole abbastanza da poter essere posizionate all’interno di un missile. Negli ultimi anni si è parlato parecchio di test nucleari e missilistici condotti in Corea del Nord, con poco accordo tra analisti ed esperti. La chiusura totale del regime rende praticamente impossibile ottenere informazioni certe sul programma nucleare della Corea del Nord, che rispondano a domande come: i nordcoreani sono in grado di lanciare un’arma nucleare in uno dei paesi asiatici loro vicini? Potrebbero colpire gli Stati Uniti, dando seguito alle moltissime minacce diffuse dal regime? Capire cosa sta succedendo è ancora più difficile per la complessità di tutta la storia: in mezzo non ci sono solo processi di fissione nucleare, sviluppo tecnologico missilistico e cose simili; c’è anche il problema di interpretare le mosse di Kim Jong-un, l’ultimo dittatore della famiglia Kim, che si è dimostrato spesso imprevedibile e che sta investendo molti soldi ed energie nel programma nucleare nazionale. Allora torniamo un attimo indietro, all’inizio, cercando di capire innanzitutto di cosa si sta parlando. Armi nucleari e tecnologie missilistiche Le armi nucleari possono essere classificate come strategiche o tattiche: le prime sono quelle che si usano per colpire obiettivi lontani da un campo di battaglia (se ce n’è uno) come parte di un piano strategico preciso; le seconde sono pensate per essere usate in battaglia, spesso insieme ad armi convenzionali. A noi ora interessano le armi nucleari strategiche, che in questo caso sarebbero lanciate dalla Corea del Nord contro gli Stati Uniti, facendo centinaia di migliaia di morti. I modi per usare le armi nucleari strategiche sono due: le si può sganciare da un aereo militare, come successe a Hiroshima e Nagasaki, oppure lanciare tramite dei missili balistici da un sottomarino o da un un silo (una struttura sotterranea che può essere progettata con un sistema per schermare le possibili radiazioni e per ridurre l’effetto del cosiddetto terremoto artificiale causato dall’esplosione in superficie). Quello che si pensa stia cercando di fare il governo nordcoreano è costruire un’arma nucleare strategica che possa essere lanciata tramite un missile balistico, che può avere gittate diverse (il missile balistico intercontinentale arriva a una gittata superiore ai 5.500 chilometri). Per riuscirci, la Corea del Nord sta portando avanti due tipi diversi di test: uno riguarda la testata nucleare vera e propria, quella che poi esplode, distrugge e uccide; l’altro riguarda il missile che contiene la testata nucleare, e che deve trasportarla integra fino all’obiettivo da colpire. A oggi la Corea del Nord ha la tecnologia per costruire e far esplodere un’arma nucleare, ma non per trasportarla integra tramite un missile. I test di cui si è parlato di recente I test nucleari condotti dalla Corea del Nord – quindi quelli che appartengono al primo tipo – sono stati cinque: uno nel 2006, uno nel 2009, uno nel 2013 e due nel 2016, a gennaio e a settembre (Kim Jong-un è il leader della Corea del Nord dal dicembre 2011: ha ordinato quindi tre dei cinque test nucleari realizzati finora). I primi tre sono stati test su bombe atomiche, un tipo di arma nucleare che viene fabbricata sfruttando una reazione di fissione di uranio o plutonio. Il governo nordcoreano sostiene che il quarto test, quello condotto nel gennaio 2016 e di cui si è parlato moltissimo, sia stato fatto usando una bomba a idrogeno, chiamata anche bomba termonucleare o bomba H: a differenza della bomba atomica, la bomba a idrogeno è molto più potente e sfrutta il processo di fusione tra atomi di idrogeno al posto di quello di fissione. Molti esperti credono però che la Corea del Nord abbia mentito sul test di gennaio: sostengono che un test sulla bomba a idrogeno avrebbe causato un’esplosione molto più potente dei 6 chilotoni registrati e ritengono che la tecnologia nordcoreana non sia ancora così avanzata da garantire lo sviluppo di una bomba H. Non sono stati diffusi i dettagli del test di venerdì, anche se secondo diverse stime la potenza dell’esplosione sarebbe superiore ai 10 chilotoni, la più alta mai stimata. Per quanto riguarda la testata miniaturizzata, cioè la testata nucleare sufficientemente piccola da poter essere posizionata dentro un missile, non si hanno informazioni certe. Il governo nordcoreano sostiene di averla usata sia nel test del 2013 sia in quelli del 2016, ma è impossibile sapere la verità e c’è un ampio dibattito. Non ci sono notizie esaustive nemmeno sulla tecnologia missilistica raggiunta dalla Corea del Nord, anche perché le gittate dei vari tipi di missili possono cambiare molto a seconda della fase di sviluppo a cui si è arrivati. Si crede che la Corea del Nord stia cercando di sviluppare e testare anche missili intercontinentali – quelli con la gittata di diverse migliaia di chilometri – che potrebbero arrivare a colpire l’Australia e gli Stati Uniti. Nel febbraio di quest’anno la Corea del Nord ha organizzato un lancio che secondo l’agenzia stampa nazionale serviva a mandare in orbita un satellite scientifico, mentre secondo Stati Uniti, Corea del Sud e Cina aveva come obiettivo quello di sviluppare la tecnologia dei missili intercontinentali. Il governo nordcoreano avrebbe mentito perché ci sono diverse risoluzioni dell’ONU che vietano al paese di sviluppare un programma nucleare o un sistema di missili a lungo raggio. Non si sa se il lancio abbia avuto successo o no (la Corea del Nord sostiene di sì). Il ministro della Difesa sudcoreano, Han Min-koo, ha detto di credere che la Corea del Nord abbia ormai raggiunto un livello significativo di miniaturizzazione delle sue testate nucleari, ma non abbia ancora sviluppato la tecnologia per evitarne la distruzione nel momento in cui il missile balistico intercontinentale rientra nell’atmosfera dopo avere compiuto la sua fase di volo nello spazio. Cosa vuol dire il test di venerdì Dopo il test nucleare condotto venerdì mattina, il governo nordcoreano ha detto che ora è in grado di fabbricare delle testate nucleari sufficientemente piccole da poter essere montate su un missile. Anna Fifield, corrispondente a Tokyo del Washington Post, ha scritto: «Nonostante non sia possibile verificare le affermazioni della Corea del Nord riguardo l’ottenimento della tecnologia per miniaturizzare le armi nucleari – e Pyongyang ha una lunga storia di esagerazioni – il test di venerdì ha sottolineato come il regime di Kim Jung-un stia continuando a fare progressi sui suoi programmi nucleari e missilistici, nonostante le ondate di sanzioni internazionali e condanne della comunità internazionale». Il regime di Kim Jong-un sta investendo molto nel programma nucleare e sembra avere raggiunto dei risultati rilevanti sia nei test nucleari – costruendo bombe più potenti – che nei test missilistici. Sul fatto che voglia davvero lanciare un’arma nucleare, una volta costruita, ci sono diversi dubbi: ma potrebbe minacciare di lanciarla, e questa nella politica internazionale è già una cosa significativa che dà molto potere. Zack Beauchamp ha scritto su Vox che molto probabilmente il programma nucleare nordcoreano è progettato per essere una combinazione di deterrenza e coercizione. Deterrenza perché potrebbe prevenire che nemici molto più forti, per esempio gli Stati Uniti, inizino un attacco contro la Corea del Nord, perché timorosi di una ritorsione nucleare dei nordcoreani. In questo caso se la Corea del Nord riuscisse a dotarsi della tecnologia per lanciare un’arma nucleare in un territorio lontano il rischio è che il suo comportamento generale diventi ancora più ostile, dal momento che è in grado di minacciare una ritorsione. Coercizione perché potrebbe forzare il nemico a fare qualcosa minacciando di usare la forza nucleare, anche se in questo caso sembra difficile per esempio che l’ONU ritiri le sanzioni o aumenti gli aiuti alimentari sotto minaccia nordcoreana. Gli Stati Uniti avranno sempre armi nucleari molto più potenti di quelle nordcoreane, una situazione che rende molto meno credibile ed efficace un’eventuale minaccia della Corea del Nord di usare armi nucleari. *** ALBERTO SIMONI, LA STAMPA 11/12 – LA BOMBA DI KIM FA PAURA A TOKYO: PUÒ COLPIRCI – Fra gli edifici squadrati e mastodontici della Tokyo dei ministeri a pochi isolati dai giardini imperiali, gli sherpa della diplomazia e gli uomini dell’intelligence scelgono con dovizia i termini da usare dinanzi a mappe e dati che lasciano poco spazio all’ottimismo: le incursioni cinesi nei cieli e nelle acque contigue alle isole Senkaku, giapponesi ma rivendicate da Pechino (che le chiama Diaoyu), sono sempre più frequenti. Un funzionario estrae delle fotografie: mostrano imbarcazioni della guardia costiera cinese equipaggiate con cannoni, un’anomalia e palese violazione delle leggi internazionali del mare. Sono la scorta dei pescherecci, talvolta centinaia, che incrociano a poche miglia dalle acque giapponesi. Scena sempre più frequente: dal settembre 2014 si viaggia – i diplomatici mostrano slide e grafici – a una media di tre incursioni al mese nel braccio di mare di competenza economica nipponica. Le provocazioni marittime, unite a un massiccio incremento negli anni della spesa militare della Repubblica popolare di Cina, non fanno altro che accrescere la tensione nella regione dove il dispiegamento militare – russo, sudcoreano, cinese, americano e taiwanese – è imponente. E il tutti controllano tutti garantisce un equilibrio di forze e una deterrenza che rimanda, dovute proporzioni, alla Guerra fredda. I led della crisi lampeggiano più intensi sulla mappa qualche miglia a Sud della Cina: Corea del Nord. Negli ambienti della sicurezza nazionale di Tokyo ormai tutti concordano che «Pyongyang ha acquisito la capacità di un attacco nucleare contro il Giappone», e il viceministro degli Esteri Nobuo Kishi parla di «nuovo stadio della minaccia». Significa, e sta qui il salto di qualità rispetto al passato, che gli scienziati di Kim Jong-Un, il dittatore nordcoreano al potere da quattro anni spesso dipinto sui media occidentali come una macchietta dagli istinti bislacchi e i comportamenti surreali, sono quasi riusciti a «miniaturizzare i congegni nucleari da montarli su testate missilistiche». E quel giorno, che a Tokyo vedono non così lontano, anche la deterrenza americana – fra le migliaia di uomini dislocati nelle basi militari fra Giappone e Corea del Sud e il sistema di difesa missilistico mobile Thaad dispiegato a Seul e che pure il Giappone vorrebbe implementare fra il 2019 e il 2023 – si troverà con le armi spuntate lasciando gli alleati asiatici nudi di fronte ai fucili atomici di Pyongyang. Dieci mesi di escalation. Kim Jong-Il, padre dell’attuale leader nordcoreano, era solito sfoderare le sue minacce con qualche lancio missilistico al limite del naïve. Fra il 2002 e il 2004 con i venti di guerra che sferzavano la Casa Bianca di George W. Bush però il vecchio Kim, temendo di fare la fine di Saddam Hussein, aveva chiesto l’intercessione del Giappone. Dialoghi e qualche negoziato finito con accordi fragili ma pur sempre accordi: stop ai test in cambio di derrate alimentari per far sopravvivere un popolo al limite della resistenza. Oggi le carte le distribuisce il figlio Kim Jong-Un. A Tokyo alzano le braccia: «Non l’abbiamo ancora inquadrato appieno, è imprevedibile». Ma – spiegano – se «guardiamo alle sue azioni non possiamo che giungere alla conclusione che è molto determinato a garantire al suo Paese un potere nucleare e un arsenale missilistico». Nel 2016 la Corea del Nord ha svolto 15 lanci missilistici – da sottomarini a postazioni mobili sino ai balistici a lungo raggio Nodong e medio raggio Musudan (o Hwasong-10) e due test nucleari. In agosto due Nodong sono finiti all’interno delle acque di competenza giapponesi. Sarebbero bastati 20 secondi in volo di più per cadere nell’entroterra giapponese anziché inabissarsi. «Pyongyang sta testando le nostre difese», commenta Narushige Michishita, professore alla National Graduate Institute di Tokyo che parla di «credibili capacità di attacco da parte della Nord Corea». Il rischio per il Giappone di essere l’unico Paese bersaglio di un attacco nucleare, dopo Hiroshima e Nagasaki nel 1945, è ben più concreto che un tempo. Tuttavia la condotta di Tokyo non cambia: pressioni per il dialogo, sanzioni Onu e unilaterali. Di quando in quando il Giappone dà una stretta agli interessi dell’ingombrante e asfissiante vicino. I porti giapponesi sono banditi alle navi battenti bandiera nordcoreana, l’ingresso nel Paese è vietato a chi ha sul passaporto il timbro di Pyongyang, asset e beni di dubbia provenienza sono congelati. Alla via diplomatica si unisce la difesa con batterie di missili Patriot e vettori intercettori Sm-3 sulle navi. Il doppio gioco cinese. Il regno eremita però non si piega. Per questo servirebbe una mano dalla sfuggente Cina più intenta però a costruire piste d’atterraggio e avamposti militari sulle isole del Pacifico, quelle sue e quelle che pretende per sé, che a far rispettare l’embargo Onu. A Tokyo l’ambivalenza cinese ha una spiegazione. Il ritornello, ovunque ci si rivolga, è il medesimo: la Cina sostiene di avere un’influenza limitata, in realtà – spiega un diplomatico di alto rango – «Pechino usa Pyongyang come arma di pressione nei confronti dell’Occidente e dei Paesi del Pacifico». Alla scarsa influenza di Pechino nessuno infatti crede visto che il 90% del trade nordcoreano passa per la frontiera cinese e dalla frontiera sino-coreana transita il carbone che la Cina acquista dai cugini poveri in barba ai divieti del Consiglio di Sicurezza Braccio di ferro con Mosca. L’aiuto russo è ancora meno probabile visti i nodi spinosi sull’asse Tokyo-Mosca. In questi giorni Tokyo e Mosca attraverso i rispettivi ministri degli Esteri, Sergei Lavrov e Fumio Kishida, stanno tenendo una serie di round negoziali per provare a mettere definitivamente in archivio la Seconda Guerra mondiale. Allora i russi – finito il conflitto – infilzarono i loro artigli sulle isole Curili, arcipelago di una ventina di terre a Nord-Ovest di Hokkaido, «possedimento» di Tokyo dal 1857 per concessione russa. Con il Trattato di San Francisco l’Urss è tornata a rivendicare 4 isolotti in quel braccio di mare assai pescoso. La partita è aperta, il Trattato di pace lontano. Abe e Putin si vedranno il 14 e il 15 dicembre in Giappone. Ma non c’è aria di intesa. A complicare lo scenario ci sono la conferma giapponese delle sanzioni alla Russia per l’Ucraina e i rapporti sempre più fitti fra Tokyo e la Nato. Il premier Shinzo Abe è stato il primo leader nipponico a tenere un discorso davanti all’Alleanza e l’obiettivo, spiegano fonti qualificate, «è quello di rafforzare la cooperazione in molte aree». È un modo – visto da Tokyo – per continuare a tenere sotto pressione la Russia. Che così ha due fianchi scoperti: il primo a Ovest, nel Baltico con i contingenti Nato in movimento, l’altro a Est con Tokyo fra Curili e disfida sul sistema anti-missili Thaad «Made in Usa» che i russi non gradiscono vedere installato a qualche centinaio di chilometri dalla Siberia. Trump? Niente panico. In questo risiko regionale dagli equilibri, solidi in superfice ballerini se si scruta più a fondo, per Tokyo il rafforzamento dell’alleanza con gli Usa è una strada obbligata e un ombrello irrinunciabile. Abe, l’uomo che sta lavorando per riconsegnare al Giappone un ruolo pivot sullo scacchiere internazionale, è stato il primo leader straniero a tu per tu con Donald Trump. «Dovevano vedersi per 45 minuti, il loro incontro è durato almeno un’ora e mezza», racconta con soddisfazione un portavoce dell’esecutivo che ha seguito il premier alla Trump Tower. I due – pare – si sono piaciuti e hanno individuato punti di reciproco interesse. Per ora avvolti nella nebbia. Sappiamo solo che Abe ha regalato al tycoon una mazza da golf laccata oro prodotta, a insaputa del premier, da un’azienda cinese. Per ora le cronache riportano due fatti. Il primo, le asprezze della campagna elettorale con Trump che invitava, in modo colorito, «Tokyo a pagare da sé per la sua difesa»; il secondo, l’uscita degli Usa – minacciata da Trump a elezione vinta – dal Trattato commerciale con dodici Paesi del Pacifico (Tpp). Il premier nipponico ha fatto buon viso a cattivo gioco: senza gli Usa il Tpp non ha senso. Dietro le quinte gli sherpa di Abe spiegano che il Tpp «non è solo importante per i commerci, ma è uno strumento per garantire il balance of power e la deterrenza nel Pacifico». Messaggio a Trump: vuoi lasciare campo libero alla Cina? Vuoi che Pechino allunghi i tentacoli ovunque? Il Giappone ha bisogno degli Stati Uniti, ne è il quarto partner commerciale (import ed export valgono 193 miliardi di dollari l’anno) e Washington è in testa agli investimenti finanziari nipponici; ma pure il Giappone è strategico per gli americani che sull’isola hanno dispiegato 52 mila uomini e una dozzina fra basi e avamposti militari e da lì (oltre che da Seul) si fanno garanti della stabilità e degli interessi Usa nel Pacifico. Abe fa ripetere ai suoi «no panic», «vediamo le mosse ufficiali di Trump», ma una cesura della collaborazione è controproducente per entrambe le parti. Per i due alleati la Cina deve restare un’opportunità e non un problema. Soprattutto se Kim Jong-Un tradurrà in fatti le minacce nucleari. Alberto Simoni