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 2017  gennaio 03 Martedì calendario

LA FABBRICA DELLE BUFALE È GIA’ IN CRISI

“Non li facciamo più mori’ tantissimo: da tre anni a questa parte la rete è cambiata. I post che facevo prima pe’ indignà la gente, mo’ non funzionerebbero. Io le pubblicavo pe’ divertimento, ma pe’ l’artri era traffico facile. Quanno nun glie veninvano le idee, pubblicavano un morto pe’ finta”. Ermes Maiolica è lo pseudonimo di uno dei più famosi bufalari del web. Dice di avere 33 anni e di essere un metalmeccanico di Terni. “Ho la terza media, nessun titolo di studio”, spiega. Fino a qualche anno fa vendeva t-shirt al mercato (“Ero bancarellaro”) e un giorno si è iscritto a Facebook per aprire una pagina e vendere anche lì. “Seguivo le pagine e le discussioni di siti come Nocensura.com, veritascomode.it e cose così. Pure i blog di alcuni con il simbolo dei Cinque Stelle. Ero un credulone”. Poi ha cominciato a capire come funzionava: l’indignazione era il motore di tutto. Bastava creare un contenuto provocatorio per averne garantita la viralità. Commenti, condivisioni, evoluzioni. “Quando provavo a mettere in dubbio le bufale, le persone nei gruppi, mi aggredivano. Allora sono passato all’attacco, agli scherzi. Postavo notizie false e la gente le condivideva. Il giorno dopo altri siti le articolavano in veri e propri articoli. E altri siti ancora le riprendevano. Fino a che quella notizia non diventava vera”. Un gioco, spiega Ermes (che comunque non vuole dire il suo vero nome) che tre anni fa faceva gola a molti: “Mi contattavano agenzie di marketing specializzate in contenuti online per farmi offerte allettantissime: fiumi di soldi per i miei contenuti. Si potevano guadagnare anche 4mila euro al mese”. E oggi? “Oggi se un bufalaro autonomo riesce a guadagnare 400-500 euro al mese è già tanto. Ne conosco moltissimi: vengono soprattutto dal sud e sono disoccupati. Ma le loro sono sempre storie goliardiche”.
Tempi duri per la fabbrica delle bufale? Secondo gli esperti, i siti che le diffondono guadagnano tra i 30 e 40 centesimi ogni mille visualizzazioni dei banner (inserzioni statiche) posizionati sulle pagine. Sono rari i casi in cui questo iter produce grandi guadagni, come per la falsa notizia su Umberto Eco e il suo “Chi vota No è un imbecille” che ha raggiunto oltre tre milioni di visualizzazioni. Si guadagna sulla quantità: più siti, più bufale, ma tutti riconducibili spesso alla stessa agenzia pubblicitaria o anche agli stessi server (sui cui contenuti i proprietari non possono però avere voce in capitolo).
Contattiamo Google, che è uno dei più grandi intermediari nella gestione delle pubblicità online grazie alla piattaforma AdSense: in poche parole, i siti che aderiscono ad Adsense mostrano banner pubblicitari che Google ha venduto a chi vuole farsi pubblicità. L’azienda trattiene una percentuale, il resto va al sito che le ospita. Più annunci vengono visualizzati e cliccati, maggiori sono i ricavi. “Abbiamo aggiornato la nostra policy – spiega un portavoce dell’azienda – e oggi non si possono pubblicare le Google ads (le pubblicità, ndr) su contenuti fuorvianti, così come non permettiamo pubblicità ingannevole. Inoltre, limiteremo il servizio pubblicitario su pagine che nascondano, alterino o non mostrino chiaramente informazioni sull’editore, i contenuti e sullo scopo primario di quel dominio”.
Una scelta non facile per Big G. se si considera che proprio i siti fai-da te puntano su questo tipo di pubblicità. Secondo uno studio di MezzoBit (startup di consulenza digitale newyorkese) pubblicato la settimana scorsa, le piattaforme che diffondo fake news sono molto meno sofisticate rispetto alle cosiddette piattaforme mainstream (come potrebbe essere una grande testata giornalistica online): quest’ultima, infatti, organizza la propria raccolta pubblicitaria in modo autonomo, facendo leva sul grande traffico. I siti dei bufalari, invece, si accontentano dei banner: il loro è un lavoro a bassissimo costo (i contenuti o sono pura invenzione o meri copia e incolla) e quel che entra è tutto guadagno. Ermes produce a periodi: all’inizio, la metà delle bufale che circolavano in rete erano le sue.
“Ma mai a sfondo razzista”, specifica quando si fa riferimento ai post contro gli immigrati. Poi ha rallentato: alcuni mesi pubblica, altri no. Dice di non monetizzare e collabora con alcuni debunker (demistificatori) italiani. Al momento ha anche un sito, tg24.live, che il 29 dicembre ha diffuso la bufala sulla patente ritirata a Enrico Mentana per guida in stato di ebbrezza. Il mese prima, quella sul No al referendum di Agnese Renzi. “Non ci resta che la provocazione: non facciamo morì più nessuno perché ormai la gente lo sa che è falso e non clicca più”. È l’effetto consapevolezza. “Diventa sempre più difficile spacciare per vere le bufale. La rete si sta auto vaccinando e basterà continuare a parlarne perché il problema si risolva. Glielo si dovrebbe dire a Pitruzzella: non c’è bisogno di un’agenzia che controlli. Anche la mamma della mia fidanzata ieri parlava delle bufale. Non c’è mai stata tanta consapevolezza, sul web, come oggi”.